Archivi del mese: ottobre 2011

Il Renzi pensiero

Si chiude così la seconda edizione de “la leopolda”, quest’anno intitolata Big Bang.
Big Bang come il momento in cui cosmologicamente si è sviluppato l’universo.
Allo stesso tempo la leopolda 2 dovrebbe, secondo le intenzioni degli organizzatori, rappresentare il momento da cui parte il grande cambiamento della politica italiana.
Cosa lodevole di per se’, ma vagamente autoreferenziale dal mio punto di vista.
Come a dire “ora arrivo io e cambio tutto. O almeno cerco di farlo, e se non ci riesco è per colpa degli altri”.
Mi ricorda un po’ troppo quel “ghe pensi mi” tanto contestato qualche mese fa.
Ma si sa, quello non andava bene perché a dirlo era Berlusconi.
In questo caso, al contrario, a fare gli onori di casa c’è Renzi, il giovin contestatore … Quindi tutto va bene.
Anzi, va benissimo.
Benissimo perché Renzi é giovane.
Perché parla chiaro.
Perché va contro Bersani.
Perché va contro Berlusconi.
Perché lotta contro il vecchiume.
Perché vuole rottamare tutto il marcio che c’è.

E fin qui ci siamo.

Ma siamo proprio sicuri che ci siamo?

Sappiamo cosa non piace a Renzi.
Ma sappiamo cosa gli piace?

Prendiamo ad esempio i contenuti di cui si fa portavoce.

Partecipazione. Primarie. Democrazia.
Tecnologia. 2.0. Internet. Merito. Meritocrazia. Condivisione. Programma. Anticasta. Giovani. Facce nuove. Pulizia. Meno burocrazia. Meno parlamentari. Meno sprechi.
E ancora.
Infrastrutture. Innovazione. Sviluppo. Futuro. Italia.

Tutto fantastico. Tutto condivisibile, anzi tutto talmente banale da essere pienamente condivisibile. Ma, parafrasando Crozza, il librino del “come” dove l’ha lasciato?

Oggi non è più tempo di sfoderare il libro dei sogni, ma quello del come fare.

Nonostante questo, l’Italia intera ( o quasi, per fortuna non tutta…) esulta, osannando il nuovo politico d’avantgarde.

Il nuovo politico dalla faccia talmente pulita da rendere perle di saggezza qualsiasi cosa esca da un suo comizio.
Indipendentemente dal fatto che sappia come fare.

Il dramma, a mio parere, sta proprio in questo.
Basta davvero un faccino pulito per convincere l’Italia di trovarsi di fronte a un messia in grado di salvare il paese?

Ho i miei dubbi.

Pero’ sta di fatto che questo ragazzaccio continui a piacere. A destra così come a sinistra. Anzi forse più a destra che a sinistra, proprio perché da quelle parti lo vedono come un anti Bersani. E quindi come un anti nomenclatura.

Io che a sinistra non sto, lo vedo semplicemente come un eccellente comunicatore. Come un accantivantissimo player della politica nostrana.
Ma, oggettivamente, nulla di più.

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Il tesseramento ai tempi della Seconda Repubblica. Quando i giochini non “pagano” più.

A poco meno di una settimana dalla chiusura della campagna adesioni al PdL 2011, credo sia doveroso fare delle precisazioni.

Precisazioni come donna di partito, appassionata di Politica (quella con la P maiuscola, intesa come azione di volontariato “interessato” al bene pubblico), così come giovane militante che ha la presunzione di pensare di poter, con il proprio apporto, contribuire al miglioramento del proprio movimento… e del proprio territorio.

Su questo tesseramento se ne sono dette di tutti i colori.

Dal ritorno dei “signori delle tessere”, redivivi personaggi mitologici del PSI e DC, al ritorno della fastidiosa compravendita delle truppe cammellate. C’é chi ha urlato allo scandalo per aver scelto un meccanismo obsoleto e rischioso, e chi, dall’altra parte della barricata, invece festeggia perché con una buona dose di fondi, riesce ad appropriarsi del partito, almeno a livello territoriale.

Dato che sono una di quei “giovani” nati (politicamente parlando) nella Seconda Repubblica, i signori delle tessere non so nemmeno che faccia abbiano. Forse me li immagino, ma non ho mai avuto la fortuna (o sfortuna) di verderli all’opera.

Allo stesso modo, non ho mai visto i famosi e famigerati congressi dalle “sedie volanti”, per intenderci quelli in cui il confronto tra correnti di sovente si trasformava in scontro fisico.

Per me la parola “congresso” ha un’accezione quantomeno aleatoria, e qualora io stessa ne sia stata testimone, si trattava di congresso per acclamazione.

Dettagli da addetti ai lavori, direte voi.

Invece no.

E lo spiego subito.

Il tesseramento, nel bene e nel male, con evidenti difetti ma allo stesso tempo con significativi pregi, ha, almeno per noi “passionali”, una valenza speciale: avere l’opportunità di contarsi, di riuscire a far emergere il dato quantitativo- almeno quello- delle persone che si sentono rappresentate da noi stessi, dalla nostra passione, dalla nostra presenza.

Perché la verità è che in un momento di debolezza come quello attuale, debolezza della classe politica in generale e del PdL IN PARTICOLARE, riuscire a tesserare amici e conoscenti significa una cosa sola: che queste persone hanno fiducia in noi.

Ed ecco, allora, che attraverso questo travaso di fiducia, o meglio questo atto di ultima fiducia, emerge anche il dato qualitativo del nostro operato. Perché se il nostro operato, se la nostra presenza nel quadro politico locale non fosse riconosciuta come di valore, nessuno ci darebbe il consenso a tesserarsi.

Nel momento in cui caddero le grandi ideologie del passato, cadde a picco anche la fiducia nelle strutture dei grandi partiti, nelle nomenklature, sostituite successivamente dai singoli frontman di successo: da Berlusconi a Bertinotti, da Casini a Veltroni, fu la politica della personalizzazione a impadronirsi dello scenario italiano negli anni Duemila.

Oggi, al contrario, si torna ad avvertire l’esigenza del politico della porta accanto, quella politica fatta di rapporto umano più che di proclama televisivi. Quella politica door to door, piazza dopo piazza, che tranquillizza e rasserena l’elettorato perché l’elettore stesso conosce la persona cui sta dando la fiducia.

Ecco allora perché il tesseramento, oggi, ha per me un significato valoriale particolare. Per ogni tessera che ognuno di noi porta, si deve associare il volto di quella persona che ha firmato e che ci ha dato fiducia.

Fiducia affinché il partito cambi.

Fiducia affinché la politica stessa cambi. E per far questo, prima di tutto, serve che le persone stesse cambino modo di operare. Serve che si giochi pulito.

Nell’interesse dell’elettorato, nell’interesse del partito. Nell’interesse di tutti noi. 

Le persone che ci hanno dato fiducia in questi giorni, in queste settimane ci stanno lanciando un messaggio preciso che, oggi più che mai, assume un determinato significato: basta con i giochini, basta con i ricatti, ricominciamo a fare politica.

Quella vera, quella con la P maiuscola.

D’altronde, che ci piaccia oppure no, non siamo più nella Prima Repubblica.

E’ arrivata l’ora di capirlo. E di agire di conseguenza.


Calma piatta.

Sei giorni fa era tutto uno sdegnarsi collettivo.
Chiunque, dal grande statista ( o sedicente tale) al più semplice uomo di strada (nell’accezione migliore del termine), condannava i gravi episodi accaduti a Roma come atti di violenza inaudita e inaccettabile per un paese civile.
Per due giorni, telegiornali e media in generale hanno dato ampio spazio alle vicende, riproponendo desolanti immagini della Capitale messa a ferro e fuoco da gruppi di “facinorosi estremisti” e garantendo ampio spazio alle dichiarazioni del mondo politico, unanimemente sdegnato.
Poi è arrivato il momento dei primi arresti: i 12 fermi, la cui convalida è arrivata ieri, avrebbero dovuto placare la sete di vendetta di quell’Italia indignata pronta a condannare, nel migliore dei casi, ai lavori forzati i responsabili dell’operazione “distruggiamo Roma”.
Seppure i lavori di indagine proseguano, sembra però che la fame di giustizia (che non sempre si accompagna alla sete di vendetta di cui sopra) sia già stata saziata.
Sarà che nelle ultime 24 ore altri grandi avvenimenti hanno scosso l’umanità intera e di conseguenza il nostro paese, la morte di Gheddafi in primis ma anche Ignazio Visco (da non confondere con Vincenzo Visco, l’ex Ministro tuttotasse) a capo di Bankitalia non lo sottovaluterei, ma di black bloc o di quei “facinorosi estremisti” si parla molto meno.
Anzi, non se ne parla quasi più. Se anche la poppante neoinquilina dell’Eliseo, Dalia Sarkozy, riesce ad accaparrarsi un minutaggio superiore nei tg e a occupare centimetri e centimetri di articoli sia cartacei che sul web, vuol dire che l’attenzione mediatica ha abbandonato del tutto l’argomento.
Basta.
Roba vecchia. Inutile parlarne ancora. Almeno fino al prossimo episodio.
E così le piazze deturpate, le macchine incendiate, le madonne calpestate finiscono nel dimenticatoio. E chi urlava “vergogna” settimana scorsa, oggi, probabilmente, sta già concentrando il proprio sentimento di schifo su qualcos’altro.
Magari proprio sulla morte di Gheddafi.
A distanza di nemmeno sette giorni, dunque, calma piatta.
Tranne, ovviamente, per tutti quelli che invece sono stati vittime “vere” degli scontri di sabato.
I proprietari dei negozi, delle automobili, i residenti di quelle strade teatro della devastazione.
Quelli no, non si sono stancati di urlare il proprio sdegno e il proprio sconforto.
O forse hanno smesso di farlo perché non c’è più nessuno che li ascolta.
Non c’è più nessuno che li affianca. Che li supporta. Che fa massa critica e che insieme a loro dovrebbe essere in prima linea per far sì che episodi del genere non si ripresentino in futuro.
Ma a ben vedere, lo dicevo qualche giorno fa su Twitter (ormai mia valvola di sfogo…), le vittime di sabato non sono solo i romani.
Le vittime sono tutti gli italiani che hanno assistito senza poter fare nulla allo sfracello di una città simbolo dell’italianità, della nostra cultura, della nostra tradizione.
Una città che, guarda caso, è la capitale d’Italia, simbolo quindi di tutta la nostra patria, intesa come stato ma soprattutto come nazione.
Volendo usare un eccesso, quando nel 2001 vennero abbattute le Twin Towers, tutti gli Stati Uniti, compattamente, si sentirono offesi e attaccati. Non solo New York.
Allo stesso modo, perché a soli sei giorni di distanza sembra che la vicenda sia solo un affaire romano, qualcosa che riguarda altri, non noi, non la nostra quotidianità, la nostra casa, il nostro lavoro?
Se c’è una vera vittima oggi non è solo Roma ma l’Italia intera, incapace di riconoscersi come tale perché ha una memoria fintamente corta.
Secondo una stima pubblicata oggi da Il Giornale, negli ultimi dieci anni il mondo dei Black Bloc, dei No Tav, No Global e degli ultimi arrivati Indignados è costato 300 milioni di euro al nostro paese.
Parlo di costo anche se dovrei parlare di spreco, perché questi sono costi inutili perché derivano da danni inutili. E stupidi.
Costi altissimi, sia in termini economici sia in termini di sicurezza e di immagine delle nostre città, e dunque dell’Italia intera.
Napoli, Genova, Milano, Roma, Torino, solo per citare alcuni esempi.
“Una cicatrice che si estende da Nord a Sud” scrivono Chiocci e Di Meo.
Una cicatrice che deriva da una ferita inferta a tutta Italia ma che ognuno deve curarsi a casa sua, purtroppo.
Eppure le cicatrici, queste oscene cicatrici, rimangono sulla pelle di ciascuno di noi, non solo dei milanesi, torinesi o genovesi, e anche se facciamo finta che non ci siano, queste restano.
Quanto dovremo essere deturpati prima di dire basta?
Prima di capire che questi non sono “facinorosi estremisti”, che non sono la generazione che combatte per preservare l’ambiente ( i no tav), o il piccolo commercio ( i no G8), o il diritto al futuro (gli Indignados Blackisti), ma veri criminali che seminano odio e terrore?
Quanto ci vorrà prima di far passare il messaggio che non basta processarne dodici su cento, duecento, cinquecento?
Quanto dovrà passare prima di far capire che non basta dichiarare il proprio sdegno nelle prime 24 ore al bar sotto casa così come in tv se poi si butta tutto nel dimenticatoio?

La sete di vendetta, ci insegnano, non è mai cosa buona.
Ma la fame di giustizia sì.
E prima di saziarla, dobbiamo sentirla come priorità.
Aspetto fiduciosa che l’Italia intera, e non solo Roma, senta questa fame.

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Se questi sono i giovani

Leggo con indignazione quello che sta accadendo in queste ore a Roma.
E non posso trattenermi dal dire che provo un profondo senso di ribrezzo per le immagini che questi “indignados” ci stanno regalando.
Indignados. Appunto. Ma chiamiamoli con il loro nome, piantiamola di creare neologismi ad hoc per dare a questi soggetti un che di appeal mediatico.
Questi sono criminali. Solo dei criminali. Non anarchici, non comunisti, non black block, ma semplicemente criminali. E qualsiasi altro termine è fuori luogo.

Quelli che incendiano le auto, quelli che lanciano le bombe carta contro i ministeri, quelli che mettono a ferro e fuoco una città e aggrediscono chiunque si trovi, per sfiga, sul loro cammino, non possono essere chiamati in modo diverso.
Non ne hanno dignità.
E noi, tutti, non abbiamo bisogno di nasconderci dietro un dito o dietro una parolina dal suono spagnoleggiante e quindi quasi simpatico.
Fino a che continueremo, anzi, continueranno a trovare mille scusanti per tentare di giustificare questi atti di incivilità, di violenza, di criminalità organizzata (perché si, questi sono pure organizzati), l’Italia intera sarà costretta a essere sotto scacco di questi imbecilli.
Imbecilli che non vanno confusi con i giovani che fanno fatica a trovare lavoro, fanno fatica ad accendere un mutuo, a formarsi una famiglia e anche un futuro.
Imbecilli che non sono rappresentativi di quell’Italia giovane sconfortata ma non per questo priva di determinazione.
Imbecilli che non sono, e non lo saranno mai, i portabandiera della mia, della nostra generazione, ma eventualmente solo il braccio armato di quella piccola, piccolissima minoranza di giovani criminali.

Ora è arrivato il momento di dire basta.
Alla condanna pubblica che spero arriverà da parte di tutte le forze politiche, questa volta devono seguire almeno due cose: che questi vengano riconosciuti come criminali e trattati penalmente come tali.
Ma anche e soprattutto che le forze di opposizione, oggi più che mai, smettano di giocare sulla pelle di noi giovani, evitando di gettare continuamente benzina sul fuoco dell’insoddisfazione generazionale e minacciando di dare vita a una guerra sociale.
Perché purtroppo, quando la guerra sociale viene considerata dagli imbecilli di cui sopra come un obiettivo strategico, non solo non si raggiunge comunque niente, ma soprattutto si distrugge una cosa più importante: la nostra dignità di giovani, ma anche e soprattutto, quella dell’Italia.

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Il partito dei “Diversamente Presenti”

Nella Prima Repubblica c’erano i pianisti, quelli che con un gioco di mano, coprivano i colleghi assenteisti.

Oggi che i pianisti non ci sono più, paradossalmente, restano solo quelli che “non ci sono”.

Nella splendida giornata di martedí, abbiamo inconsapevolmente assistito alla nascita di un nuovo soggetto politico, quello dei diversamente presenti al voto in aula a Montecitorio

Oddio, non si tratta esattamente di un qualcosa di nuovissimo, ma diciamo che ieri questo “movimento”, anzi assenza di movimento, ha fatto il suo vero ingresso in società, un debutto in grande stile.

Solitamente, le assenze durante le fase di voto hanno sempre un significato strategico, una sorta di preavviso ricattatorio. In questo caso, a parer di chi scrive, invece, siamo di fronte al più sfrontato esempio di menefreghismo istituzionale.

Che non a caso si manifesta in un’occasione non esattamente speciale. O meglio, in un’occasione che in teoria non avrebbe granchè di speciale, ma che ieri è improvvisamente diventata protagonista assoluta dell’agenda di Governo.

Mi spiego.
L’oggetto in discussione alla Camera dei Deputati era l’art.1 del rendiconto generale dello Stato. In poche parole, il bilancio. Ebbene, da che mondo è mondo, l’approvazione di un documento simile è un atto dovuto, senza il quale l’istituzione stessa, di fatto, non è autorizzata a fare nulla. Chiariamoci, un atto dovuto e garantito dalla maggioranza, di fondamentale importanza ma che rientra nell’ordine delle questioni “normali”, di routine, di prassi. Non si tratta certo di un appuntamento di quelli che richiamano centinaia di televisioni, di network internazionali. Non c’era tutta Italia con il fiato sospeso in attesa che l’articolo 1 venisse finalmente, dopo una maratona esasperante, approvato.

Non c’era nulla di tutto ciò. Eppure, in un’occasione simile, il partito degli assenti ha fatto il suo esordio clamoroso.

Un partito assolutamente trasversale, nel quale gravitano UDC, PD, Fli,…ma del quale gli esponenti più significativi sono quelli che oggi compongono la maggioranza di governo: PdL e Lega.

Sono proprio loro che martedì, con la propria assenza, hanno danneggiato il Paese intero. Almeno per tre motivi: politico, amministrativo e strategico, tutti e tre strettamente collegati.

Perchè, questi signori, interrompendo il naturale procedere dei lavori in Aula hanno bloccato il Parlamento che adesso dovrà calendarizzare una votazione di fiducia per comprovare che esiste ancora una maggioranza di Governo. Questo significa, al minimo, che hanno ritardato l’approvazione del rendiconto e con essa, tutto ciò che veniva dopo questa votazione: vedi le riforme.

E credetemi, prima ancora che come eletta PdL, lo dico come cittadina, sono la prima a sperare di vedere queste tanto agognate riforme (da quella della giustizia a quella delle pensioni) giungere finalmente a un voto. E, personalmente, sono stanca di vedere deputati che, anche con la propria assenza, contribuiscono a rallentarne il percorso.

Questi, che per un mandato di cinque anni, dovrebbero rappresentare tutti noi, che dovrebbero essere i nostri intermediari tra il nostro presente di quotidianità fatta di lavoro, di tasse, di problemi familiari, e il nostro futuro, dovrebbero essere i primi a spingere l’acceleratore affinché le riforme, quelle per migliorare il nostro fuutro, appunto, vedano la luce.

Invece no. Invece sono quelli che per un milione di motivi ( e qui non mi addentro nelle varie ed eventuali giustificazioni), saltano una votazione. Quelli che, sbadatamente, non sono presenti per votare il bilancio dello Stato. Quelli che si dimenticano che qualsiasi loro azione (o non azione) ha una ricaduta diretta su tutti noi.

Sono quelli che, nel pieno della crisi economica, si dimenticano che sono a Roma per risolvere i problemi, non per crearne di nuovi.

L’Italia ne ha già abbastanza di problemi, senza che ci si metta anche il partito degli assenteisti.

Anzi, usiamo “diversamente presenti”, non vorrei mai che si offendesse qualcuno.

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Il Nobel della discordia

“Il Nobel per la pace potrebbe essere considerato discriminatorio”.

Ci mancava solo questa.

Stamattina quando ho letto questa frase su un noto quotidiano italiano, pensavo di aver letto male.

Quindi l’ho riletto.

Ma, ancora perplessa, mi sono ripromessa di rimandare a un approfondimento pomeridiano dopo i vari impegni della giornata, perchè convinta di non aver bene inteso, anzi, di aver frainteso quanto scritto.

Una volta tornata a casa, con calma e armata di pazienza, mi sono dedicata all’analisi logica e grammaticale dell’articolo in questione, sperando così di poter afferrare il perchè un Nobel dovesse essere considerato discriminatorio.

Ma soprattutto perchè dovesse venire in mente a qualcuno di pensarlo. E di scriverlo.

Le motivazioni, sostanzialmente, si rifanno al fatto che, per la prima volta, un Nobel sia stato concesso a tre donne simultaneamente.  Tutte e tre impegnate sul fronte della battaglia per i diritti civili del proprio paese.

Ebbene, la domanda di base è perchè a tre donne e non per esempio a un uomo e due donne. O a due uomini e una donna?

E a questo punto mi sorge automaticamente il dubbio: e se fosse stato dato a tre uomini, allora? Ci sarebbe stato lo stesso scrupolo di discriminazione? Non mi pare, visto che è successo in svariate occasioni che un Nobel per la Scienza venisse consegnato a un’équipe costituita da soli maschietti.

Come si fa, di fronte a un premio che riconosce (RICONOSCE!!!) il merito, l’impegno, il coraggio e la dedizione di Ellen Johnson Sirleaf, Leymah Gbowee e di Tawakkul Karman, tre donne che si sono battute per la libertà e la democrazia del proprio paese di origine (Liberia e Yemen), a sollevare il dubbio che questo derivi da una scelta di genere, anzi per dirla meglio e per essere politically uncorrect, di sesso?

Ho veramente i brividi solo a pensare che qualcuno possa davvero sostenere che questo Nobel segua la scia dell’ormai diffuso quanto ipocrita meccanismo dell’esaltazione della donna solo in quanto tale.

E, sinceramente, anche se questo importante (obsoleto, direbbe qualcuno) riconoscimento avesse voluto rispondere a una sempre più insistente battaglia per la parità uomo-donna, non ci troverei assolutamente nulla di male: alla fine, queste tre meravigliose donne rappresentano il vero cambiamento. Rappresentano il merito. Rappresentano il coraggio. Rappresentano tutte coloro che, nel loro piccolo e nella quotidianità, apportano silenziosamente il proprio contributo per migliorare la società.

Rappresentano, infine, tutte quelle donne che, in passato, il Nobel se lo meritavano ma che per motivi di vera discriminazione sessista, non l’hanno mai ricevuto.

Piantiamola, dunque, di vedere il marcio dove proprio non c’è.

Piantiamola con la strategia dell’insinuazione e del dubbio.

Piantiamola di porre sempre e comunque la battaglia dei sessi al centro di ogni questione.

La vera battaglia è un’altra.

E queste tre persone ce l’hanno dimostrato. Anche se sono solo donne.


E se fosse Associazione Nazionale Ciarlatani d’Italia?

Quella che oggi pomeriggio fa sfoggio di se’ a Brindisi è purtroppo la parte peggiore della politica italiana.

Nel momento in cui l’Italia, tutta, chiede una ventata di freschezza, volti giovani e nuovi, risposte concrete alla crisi e alla depressione ( e purtroppo non solo quella psicologica), qui, alla XXVIII Assemblea Nazionale dell’Anci– l’associazione nazionale dei comuni d’Italia- si risponde, anzi, qualcuno risponde con i peggiori atteggiamenti da Prima Repubblica.

Questi i fatti: convocati i delegati da tutta Italia, in rappresentanza degli oltre 8000 comuni, alle ore 14, si presumeva che verso le 15.30 si potesse procedere con l’elezione del nuovo presidente, in quota Partito Democratico.
Si presumeva, appunto. La realtà dei fatti è, purtroppo, quella che segue:

Ore 13: il PD è diviso su due candidature: Delrio, sindaco di Reggio Emilia, e Emiliano, sindaco di Bari.
Ore 13.30: si iniziano a capire le motivazioni delle divisioni interne ai democrat di casa nostra: Delrio è troppo nordico. Anche qui si teme l’effetto sbilanciamento a favore del Nord, o ancor peggio quello”secessionista” e nessuno vorrebbe scatenare l’ira di Napolitano…
Ore 14.30: la “questione nordista” non trova soluzione… Meglio rifletterci di fronte a un piatto di orecchiette alle cime di rapa ( d’altronde, siamo in Puglia…vuoi non approfittarne???)
Ore 15.30: davanti a uno sgroppino, a qualcuno balena l’idea geniale salvaPD: “cosa facciamo di solito quando non riusciamo a metterci d’accordo?” e la risposta è sempre quella: LE PRIMARIE!
Ore 16.00: ok, è deciso! Si fanno le primarie interne per decidere chi è il candidato da presentare alle votazioni bipartisan ( eh si, perché all’elezione partecipa anche il PdL, che, nel frattempo, sta buono buono in sala… O in spiaggia… O al ristorante, in attesa che il PD smetta di fare guerra interna).
Ore 16.05: sorge il primo problema: ” ok alle primarie. Ma come votiamo? Per via nominale, voto segreto, alzata di mano, su base regionale, possono votare tutti, votano solo i delegati,può votare anche mio figlio che non è eletto ma è un sostenitore del PD ed è, incidentalmente, qui con me con venti suoi amici…?”

Ore 17.00: il PD decide che si voterà su foglietti di colore arancione. A Milano con Pisapia l’arancione ha portato bene.
Ore 17.03: i foglietti arancioni non bastano… “vanno bene anche quelli rosa” suggerisce Nichi Vendola, appena giunto all’Assemblea.
In contemporanea, in sala il PdL inizia a dare segni di nervosismo… Lotte intestine del genere non si vedevano dai congressi PSI degli anni Ottanta… E i nostalgici PdL ci rimangono male perché si sentono esclusi dalle trattative di corrente.
Ore 18.00: il PD decide di rifare tutto. Ma prima di ricominciare, pausa caffè. Anzi pausa Mostaccioli ( dolce tipico locale… D’altronde, siamo pur sempre in Puglia… )
Ore 18.15: in sala assembleare il PdL inizia, giustamente, a lagnarsi… Anche noi vogliamo i mustaccioli!!!! Nel frattempo, i nostalgici ex PSI del PdL , già con biscottino alle mandorle in mano, si apprestano a votare il candidato PD…non hanno saputo resistere alla tentazione!
Ore 19.00: la platea Pidiellina in sala, disperata, urla all’unisono: ” basta! Dateci un candidato qualunque! A sto punto vi votiamo pure Renzi” (nel frattempo,il sindaco di Firenze si allontana. Forse sta chiamando Arcore per chiedere la benedizione…)

Ore 19.33… Cioè, ora. Stiamo ancora aspettando di essere illuminati dal PD sulle scelte emerse dalle primarie.
Teoricamente, secondo il programma a quest’ora avremmo dovuto essere già tutti con le gambe sotto al tavolo per la cena conviviale, dopo aver sentito la relazione del nuovo presidente, di Osvaldo Napoli, del presidente del Senato Schifani, del presidente della Puglia Vendola e del Ministro Fitto.
Ovvio che dopo tutti i biscottini, nessuno abbia più fame.
Ma ancor più ovvio è che se questo è il centrosinistra e questi i suoi statisti, dobbiamo solo sperare che passino sempre il proprio tempo a decidere ( o non decidere) sul futuro dell’Anci, piuttosto che sul futuro del Paese.

Ps. Mi dicono che c’è un aggiornamento dell’ultimo secondo: alle ore 19.48 si scopre che dietro a tutto sto casino c’è lo zampino di D’Alema. Sarebbe stato lui, secondo fonti anonime, ad aver fatto sparire i foglietti rosa!

Per dovere di cronaca, aggiungo che alle 20.17 viene DEMOCRATICAMENTE eletto Graziano Delrio, sindaco di Reggio Emilia, a presidente dell’Anci.
Una votazione per la quale sono servite ben cinque ore di gestazione.
Speriamo che adesso non si metta a cantare il Va Pensiero…


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