Il vero bavaglio è la disinformazione

Per una prezzemolina dei social network come la sottoscritta, leggere gli incessanti appelli contro il ddl intercettazioni è ormai pane quotidiano.

Un pane dall’aspetto magnifico e succulento ma dal gusto rancido.

Quel che in questi giorni domina le piazze virtuali è, infatti, l’urlo di dolore di giornalisti e blogger che al grido di “no alla legge bavaglio” cercano di far passare il concetto che con l’eventuale approvazione di questa norma non ci sarà più possibilità di essere informati e di informare.

Una bella equazione, degna di mio nipote che frequenta le elementari: niente intercettazioni=niente informazione.

Ma è davvero così? Siamo proprio sicuri che il tanto decantato diritto all’informazione possa essere vilmente schiacciato da una legge il cui unico obiettivo è preservare la privacy delle telefonate di soggetti pubblici?

Per farla ancora più semplice, ribalto la domanda: siamo proprio sicuri che la pubblicazione di comunicazioni private, estrapolate a caso o nella migliore delle ipotesi del tutto decontestualizzate, sia l’unico elemento imprescindibile per una sana e corretta informazione?

La risposta, secondo me, è ovvia: assolutamente no.

E allora cerchiamo di capire questa battaglia fintamente a favore di noi poveri peones lettori di giornali e siti di “informazione” a cosa punti in realtà.

Due gli aspetti da non sottovalutare: in primis, è chiaro che mantenendo lo status quo normativo direttori e giornalisti oggi hanno la possibilità di fare carne di porco di chiunque. Sì, proprio di chiunque sia in mezzo odore di notorietà. O meglio, di chiunque abbia un cellulare e chiunque al telefono si lasci andare a commenti o espressioni facilmente fraintendibili o manipolabili. In poche parole, appunto, chiunque. Una bella arma, non c’è che dire.

Il secondo aspetto è forse ancor più deprimente, se possibile, del primo.

Il popolo del “post-it”, quello che per intenderci lo scorso 29 settembre ha tentato di far sconfinare la protesta dalla rete portandola in piazza a Roma, si è scagliato contro il comma 29 dell’art.3 che prevede che “per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro 48 ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilita’ della notizia cui si riferiscono. La mancata rettifica nei termini comporterebbe per il blogger una sanzione pecuniaria sino a 12 mila euro”.

Ora, vorrei ricordare agli amici della rete che l’obbligo di rettifica è un dovere per la stampa ben dal 1948, l’anno in cui entrò in vigore la Costituzione, l’anno in cui l’Italia cominciava un nuovo capitolo della sua storia. L’anno in cui la libertà di stampa, appunto, veniva finalmente garantita e normata dalla legge n. 47.

Tutto si può dire dunque tranne che nel 1948 ci fosse la tanto odiata censura ai giornali. Premesso questo, il dubbio è lecito: come mai, se dal 1948 ad oggi nessuno ha urlato allo scandalo per il dovere di rettifica previsto per la carta stampata, adesso i blogger, i giornalisti informatici, i “liberali” dell’informazione on line si scagliano contro una norma (tardiva, per giunta) che preveda lo stesso obbligo per i nuovi strumenti di comunicazione quali internet?

Perchè la rete è per sua natura libera!” potrebbe azzardare qualcuno. O “perchè internet è democratica!“, o ancora “perchè ognuno può esprimere la propria opinione a costo zero!”. Tutto verissimo. Peccato però che se internet è libera, democratica e (quasi) a costo zero, allo stesso tempo non può essere denigratoria, offensiva e qualunquista.

Perchè il costo zero non è più tale quando sulla rete si pubblicano informazioni false o commenti lesivi e infamanti. Il costo di tutto questo non è quantificabile in euro, quanto in termini di dignità. Ma anche di informazione.

Continuare a lasciare la rete in uno stato di giungla informatica non giova a nessuno. Permettere a chiunque di ergersi a paladino dell’informazione, quando in realtà quello che si pubblica è figlio di una finzione o di non verità, non è sinonimo di apertura. di libertà e di democrazia. Ma al contrario, questo è sinonimo di anarchia che per sua definizione è non rispetto.

In particolare non rispetto della verità e quindi non rispetto del diritto a un’informazione corretta.

Questo, per me, è il peggior bavaglio.


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