Il tesseramento ai tempi della Seconda Repubblica. Quando i giochini non “pagano” più.

A poco meno di una settimana dalla chiusura della campagna adesioni al PdL 2011, credo sia doveroso fare delle precisazioni.

Precisazioni come donna di partito, appassionata di Politica (quella con la P maiuscola, intesa come azione di volontariato “interessato” al bene pubblico), così come giovane militante che ha la presunzione di pensare di poter, con il proprio apporto, contribuire al miglioramento del proprio movimento… e del proprio territorio.

Su questo tesseramento se ne sono dette di tutti i colori.

Dal ritorno dei “signori delle tessere”, redivivi personaggi mitologici del PSI e DC, al ritorno della fastidiosa compravendita delle truppe cammellate. C’é chi ha urlato allo scandalo per aver scelto un meccanismo obsoleto e rischioso, e chi, dall’altra parte della barricata, invece festeggia perché con una buona dose di fondi, riesce ad appropriarsi del partito, almeno a livello territoriale.

Dato che sono una di quei “giovani” nati (politicamente parlando) nella Seconda Repubblica, i signori delle tessere non so nemmeno che faccia abbiano. Forse me li immagino, ma non ho mai avuto la fortuna (o sfortuna) di verderli all’opera.

Allo stesso modo, non ho mai visto i famosi e famigerati congressi dalle “sedie volanti”, per intenderci quelli in cui il confronto tra correnti di sovente si trasformava in scontro fisico.

Per me la parola “congresso” ha un’accezione quantomeno aleatoria, e qualora io stessa ne sia stata testimone, si trattava di congresso per acclamazione.

Dettagli da addetti ai lavori, direte voi.

Invece no.

E lo spiego subito.

Il tesseramento, nel bene e nel male, con evidenti difetti ma allo stesso tempo con significativi pregi, ha, almeno per noi “passionali”, una valenza speciale: avere l’opportunità di contarsi, di riuscire a far emergere il dato quantitativo- almeno quello- delle persone che si sentono rappresentate da noi stessi, dalla nostra passione, dalla nostra presenza.

Perché la verità è che in un momento di debolezza come quello attuale, debolezza della classe politica in generale e del PdL IN PARTICOLARE, riuscire a tesserare amici e conoscenti significa una cosa sola: che queste persone hanno fiducia in noi.

Ed ecco, allora, che attraverso questo travaso di fiducia, o meglio questo atto di ultima fiducia, emerge anche il dato qualitativo del nostro operato. Perché se il nostro operato, se la nostra presenza nel quadro politico locale non fosse riconosciuta come di valore, nessuno ci darebbe il consenso a tesserarsi.

Nel momento in cui caddero le grandi ideologie del passato, cadde a picco anche la fiducia nelle strutture dei grandi partiti, nelle nomenklature, sostituite successivamente dai singoli frontman di successo: da Berlusconi a Bertinotti, da Casini a Veltroni, fu la politica della personalizzazione a impadronirsi dello scenario italiano negli anni Duemila.

Oggi, al contrario, si torna ad avvertire l’esigenza del politico della porta accanto, quella politica fatta di rapporto umano più che di proclama televisivi. Quella politica door to door, piazza dopo piazza, che tranquillizza e rasserena l’elettorato perché l’elettore stesso conosce la persona cui sta dando la fiducia.

Ecco allora perché il tesseramento, oggi, ha per me un significato valoriale particolare. Per ogni tessera che ognuno di noi porta, si deve associare il volto di quella persona che ha firmato e che ci ha dato fiducia.

Fiducia affinché il partito cambi.

Fiducia affinché la politica stessa cambi. E per far questo, prima di tutto, serve che le persone stesse cambino modo di operare. Serve che si giochi pulito.

Nell’interesse dell’elettorato, nell’interesse del partito. Nell’interesse di tutti noi. 

Le persone che ci hanno dato fiducia in questi giorni, in queste settimane ci stanno lanciando un messaggio preciso che, oggi più che mai, assume un determinato significato: basta con i giochini, basta con i ricatti, ricominciamo a fare politica.

Quella vera, quella con la P maiuscola.

D’altronde, che ci piaccia oppure no, non siamo più nella Prima Repubblica.

E’ arrivata l’ora di capirlo. E di agire di conseguenza.


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