Archivi del mese: novembre 2011

Il comunismo non c’é più. Però lo spettro della patrimoniale gli sopravvive

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Un no deciso alla patrimoniale

Pubblico, a uso e consumo degli appassionati di tasse e balzelli, ma anche di coloro che comunque nei prossimi mesi saranno (volente o nolente) interessati dalle misure anti-crisi del governo Monti, una veloce carrellata (tratta da il Mattinale di oggi) che spiega per quale motivo il PdL non potrà mai appoggiare un decreto contenete la tassa più iniqua fra le inique, ossia la patrimoniale.
Già il nome mi rievoca cose dal gusto antico e anche un po’ stantie.
Una sorta di madeleine scaduta che anziché portarmi alla proustiana “recherche du temps perdu”, mi fa dire “ce la siamo scampata bella già allora, vediamo di non ricascarci”.

Philip Kotler, guru del marketing e della comunicazione, diceva che “il mass marketing é morto. Ma la puzza di cadavere ci perseguiterà ancora a lungo“. Mai metafora fu più geniale perché perfettamente replicabile per spiegare come certe idee ( anche, anzi soprattutto quelle malsane) nostro malgrado sopravvivano nonostante l’evoluzione dei tempi e dei contesti storici.
Allo stesso modo succede in politica.
Nonostante, infatti, il buon Fausto Bertinotti non si veda più in giro da qualche tempo, da qualche parte dell’emiciclo politico continua a risuonare incessantemente la richiesta di introduzione della tassa sui patrimoni come unica arma letale per sconfiggere il mostro della recessione.
Oltre al “Masiampassi?” Crozza-bersaniano che mi esce dal cuore, il vero commento a questa proposta é contenuto nella sottostante lista dei no che, spero in modo chiaro e immediato, farà capire a molti il perché la patrimoniale non é la risposta ai problemi dell’Italia.
E se é vero che questo Governo é stato formato per rispondere alla crisi, allora é anche vero che questo dovrà attenersi al “vincolo di mandato” conferitogli dal Parlamento in rappresentanza del Paese.
L’alternativa, in questo caso non esiste.

Tutti i perché del no alla patrimoniale.

Alla vigilia della manovra da 20 miliardi che Monti si appresta a presentare, questo è un tema cruciale, che vale la pena approfondire

• Prima di tutto colpisce beni già tassati. Si tratta quindi di tassare due volte, cosa in teoria vietata dalla Costituzione.

Deprime le crescita e non ha effetti strutturali, generando una riduzione solo temporanea del debito pubblico.

• Come ha sottolineato Berlusconi, deprime il valore dei beni immobili.

• Genera effetti negativi sulla quotazione dei titoli e sui tassi di interesse.

Blocca gli investimenti e i consumi riducendo la liquidità disponibile e alimentando la fuga di capitali all’estero.

• Negli ultimi decenni si è ricorsi troppo spesso a misure una tantum che non hanno avuto alcun effetto positivo sul rapporto tra debito e pil. La patrimoniale sarebbe una di queste.

• Sarebbe un provvedimento anti-crescita perché diffonderebbe la falsa impressione che le riforme non sono poi tanto urgenti.

• E’ assurdo che si proponga un’imposta sul patrimonio intesa come imposta sui ricchi, perché in realtà, a causa dell’attuale carenza di sistemi di accertamento, il reddito dei ricchi derivante dai patrimoni è in larga parte sconosciuto.

• Un ulteriore prelievo sul risparmio scalfirebbe ancora di più il patto sociale tra cittadino risparmiatore e istituzioni, aumentando evasione ed elusione fiscale.

• La patrimoniale colpisce chi ha risparmiato e salva chi ha scialacquato: tra due famiglie con lo stesso reddito percepito per 30 anni quella che ha acquistato auto, gioielli e beni di ogni genere, spendendo tutto quello che guadagnava ora si troverà esentata da questo balzello, mentre quella che ha invece accumulato per acquistare degli immobili ora viene colpita dalla tassa, come se fosse una specie di punizione a chi ha osato risparmiare invece di consumare.

Non è un caso se né la Commissione europea, né la Bce né il Fondo monetario, nei loro diversi interventi non hanno mai chiesto all’Italia l’introduzione di un’imposta patrimoniale.

Il neogovernatore di Bankitalia Visco ha detto che la patrimoniale “ha un significato più politico che di gettito. In Francia infatti il gettito si è addirittura ridotto. E’ dunque una misura che non risolve i problemi di bilancio”. E Luigi Einaudi scrisse: “Nei Paesi dove le imposte sono davvero democratiche non si parla mai di imposte straordinarie patrimoniali”.

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Bigenitorialità. Quando al centro di tutto, ci sono i bambini.

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85.945 separazioni, 54.456 divorzi.
O, in altre parole, quasi 300 separazioni e 200 divorzi ogni 1000 matrimoni.
Questi i dati relativi al 2009 resi disponibili dall’indagine ISTAT sullo “stato di salute” dalla famiglia italiana.
Dati che restituiscono immediatamente l’idea di un fenomeno, sempre tristemente in crescita, che sta attanagliando il nostro Paese, in modo trasversale, da Nord a Sud, e in qualsiasi contesto sociale.
Un fenomeno già di per se’ devastante in termini psicologici per chi vive l’allontanamento dal partner, ma che oggi assume ancor più drammaticità se si considerano le conseguenze economiche che esso comporta.
Come riportava qualche mese fa un noto quotidiano nazionale, le separazioni e i divorzi stanno diventando tra le prime cause che portano a vulnerabilità economica, e dunque che alimentano la condizione di neo povertà dei padri separati.
Condizione nella quale, oggi, rischiano di trovarsi oltre 50.000 uomini.

Un dramma, dicevo, soprattutto per quelle coppie-non più coppie che hanno dei figli ancora in tenera età.
Un dramma che troppe volte vede i figli stessi al centro della triangolazione negativa, in cui il bambino diventa strumento di ricatto tra ex coniugi.
O, in altri casi, figli di un solo genitore.
Perché una delle peggiori azioni post separazione é il tentativo di allontanare il proprio figlio dall’ex partner, o, da un altro punto di vista, quando uno dei genitori decide di non ricoprire più tale “ruolo”.

Ecco perché il Comune di Monza, con l’Assessorato che ho l’onore di rappresentare, ha deciso di raccogliere la richiesta di aiuto delle associazioni già operative sul fronte dell’aiuto alle madri e padri separati, dando vita a un “piccolo” progetto di sostegno alla bigenitorialità oltre che di informazione e assistenza ( sia essa legale o psicologica) a tutte quelle persone che oggi si trovano ad affrontare da sole la pagina più triste della propria vita familiare.
Un piccolo progetto che ha però la grande ambizione di ridare speranza a chi, pur finendo una relazione personale, continua nell’arduo compito dell’essere genitore con grande impegno e dignità.

COMUNICATO STAMPA
Separa…amando…si: uno sportello a sostegno della bigenitorialità

Dalla collaborazione tra le Associazioni Cresci…amo insieme, Papà separati Lombiardia onlus, Figli liberi, L’Arca di Noè Onlus e il Comune di Monza-Assessorato alle Politiche Giovanili e alle Pari Opportunità nasce lo Sportello Separa…Amando…si.
Un progetto integrato con interventi innovativi studiati per le famiglie del territorio monzese.
Questo servizio nasce come opportunità di orientamento, informazione e supporto alle donne e agli uomini in fase di separazione o divorzio con particolare attenzione alla presenza di figli all’interno della famiglia.
L’interazione delle diverse associazioni assicura il bilanciamento dal punto di vista della bigenitorialità.
Quest’ultimo è il principio ideologico in base al quale un bambino ha sempre e comunque una legittima aspirazione, ovvero una sorta di diritto naturale, a mantenere un rapporto stabile con entrambi i genitori, anche nel caso questi siano separati o divorziati, ogni qualvolta non esistano impedimenti che giustifichino l’allontanamento di un genitore dal proprio figlio.

Obiettivo comune del servizio è quindi quello di costituire un punto di riferimento concreto e reale per rispondere ai bisogni dell’uomo e della donna soprattutto per non sentirsi soli nella difficile esperienza della disgregazione della propria famiglia e della gestione di una nuova vita familiare con i figli, molto spesso, coinvolti loro malgrado.

ORARI E GIORNI DI APERTURA DEL SERVIZIO

L’Associazione “L’Arca di Noè onlus” gestirà lo sportello “SEPAR…AMANDO…SI” il primo e il terzo martedì del mese dalle ore 10.00 alle ore 12.00 presso lo Sportello Giovani in piazza Carducci.
L’Associazione “Cresci…amo insieme” gestirà invece lo sportello “SEPAR…AMANDO…SI” il secondo e il quarto martedì del mese dalle ore 14.00 alle ore 18.00 sempre presso lo Sportello Giovani.

Le associazioni “Papà separati Lombardia” e “Figli liberi” gestiranno lo sportello “SEPAR…AMANDO…SI” il secondo mercoledì del mese dalle ore 20.00 alle ore 23.00 presso la Casa del Volontariato sito in via Correggio a Monza.

Per informazioni è attivo anche uno Sportello telefonico al numero 366.56.04.035 dal lunedì al venerdì dalle ore 9.00 alle ore 13.00.
E’ possibile inoltre utilizzare l’indirizzo e-mail: separamandosi@gmail.com


25 NOVEMBRE 2011. Basta un giorno per dire basta alla violenza?

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Oggi, 25 novembre é la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Una giornata che, in questo “civilissimo” 2011 potrebbe apparire anacronistica.
Anacronistica perché non dovremmo aver bisogno di una giornata per sensibilizzare e per dire basta alla violenza. Dovrebbe essere una lotta di civiltà condivisa da tutti, che dovrebbe essere data per acquisita.
Invece no.
Invece, nonostante l’anacronismo dei tempi, viviamo in un tempo (e scusate il gioco di parole) in cui la battaglia per la tutela della donna é ancora tutta da combattere e dunque ancora ben lontana dall’essere vinta.
Ecco allora perché una giornata simile deve essere ricordata, ma ancor più deve essere vissuta.
Vissuta non da chi già conosce il dramma della violenza, perché lavora come volontario, come legale o come psicologo.
Deve essere vissuta in primis dalle famiglie e soprattutto dagli uomini che, accanto alle donne, devono comprendere l’importanza della tutela delle proprie sorelle, figlie e madri ed essere loro vicine nel combattere questi episodi. Per far sì che le donne vittime di violenza non si sentano più sole, per far sì che questi episodi cessino di esistere.

Solo in questo modo potremo davvero vincere non solo questa difficile battaglia, ma soprattutto la guerra contro uno dei reati più infami ai danni delle donne: quello contro la dignità fisica e psicologica della persona.

L’impegno del Comune di Monza e dell’Assessorato alle Pari Opportunità

LA GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE
L’INTERVENTO DELL’ASSESSORE SASSOLI

L’importanza di una giornata come quella del 25 Novembre è un punto da cui ripartire per la lotta ad un fenomeno di grande attualità”-afferma Martina Sassoli,Assessore alle Politiche Giovanili e Pari Opportunità. “Un’occasione che nasce dall’esigenza di informare e sensibilizzare tutte quelle donne che, pur essendo vittime di soprusi fisici, psicologici ed economici, non riescono a uscire dall’ombra, nascondendosi dietro a pericolosi auto colpevolizzazioni.

Nel corso di questi quattro anni di mandato, sin da subito il mio Assessorato, ha affrontato il tema del ruolo della donna e della sua tutela nei diversi ambiti sociali, mettendo in campo e sviluppando sinergie con i diversi attori del territorio. Particolare attenzione è stata posta sul tema della violenza, dello stalking e sulla sua prevenzione, argomenti quanto mai attuali e all’attenzione dell’agenda politica.

Secondo l’ indagine “Gender Based Violence” infatti ogni 8 minuti in Italia una donna subisce violenza. Negli ultimi 12 mesi sono stati 74mila i tentati stupri. Una donna su 3 subisce una violenza fisica o sessuale nel corso della vita; 1 su 7 l’ha subita nell’ultimo anno.
In un’ottica di prevenzione del fenomeno, ogni anno dal 2008, a Monza, sono stati organizzati diverse edizioni di corsi di autodifesa che hanno visto la partecipazione di circa 200 donne in totale. Nel 2009 è stato siglato un Accordo con la Fondazione ANIA per la Sicurezza Stradale che collabora con il Ministero delle Pari Opportunità e che ha permesso la distribuzione sul territorio delle provincia di Monza e Brianza di 200 Scatole Rosa: uno speciale trasmettitore Gps dotato di un rilevatore che, in caso di incidente o pericolo, permette di richiedere automaticamente assistenza stradale. Dai dati trasmessi da Ania risulta che già nel primo anno di utilizzo del servizio la Centrale Operativa aveva ricevuto 145 allarmi ma senza mai prevedere l’ intervento delle Forze dell’Ordine. Le casistiche più diffuse di chiamata sono state l’avaria del veicolo e lo stalking.
Quest’ultimo tema è stato in particolare oggetto di successivi incontri, seminari e dibattiti nel corso delle diverse edizioni delle manifestazione Ottobre in rosa, giunta quest’anno alla sua quarta edizione. Incontri con le scuole tra cui quello denominato “I volti della violenza” nel 2009 a cui avevano preso parte tra i relatori anche il Capitano dei Carabinieri Dr. D’Ambrosio e la Dr.ssa Mimma Carta- Presidente del Cadom di Monza.

Nel 2010 proprio il 25 di novembre, in occasione delle Giornata internazione contro la violenza della donna, era stato organizzato un Convegno dal titolo “Stalking: riconoscerlo e difendersi” in collaborazione con Anci Lombardia nell’ambito di Risorse Comuni e che aveva avuto ospiti tra i relatori Silvio Scotti – esperto de il sole 24ore e dirigente superiore polizia locale di Milano; Monica Sala – avvocato penalista del foro di Monza e Claudia Cazzaniga – psicologa e psicoterapeuta dell’Associazione C.a.do.m.

Sempre in collaborazione con il centro donne maltrattate è stata porta avanti una campagna di sensibilizzazione attraverso la raccolta firme a sostegno dei centri antiviolenza ed alle strutture pubbliche e private finalizzato ad ampliare il numero di servizi offerti alle vittime la cui incolumità sia particolarmente a rischio e per l’apertura di centri antiviolenza a carattere residenziale nelle aree dove è maggiore il gap tra la domanda e l’offerta.

Il delicato tema della violenza è stato anche oggetto di confronto e discussione nell’ambito dell’educazione all’affettività promossa dai centri giovani coinvolti nel progetto presso le loro sedi. Incontri che hanno visto l’intervento di operatori specializzati della Asl.

Con l’obiettivo di educare i giovani all’affettività e accompagnarli nella loro crescita, aiutandoli ad affrontare temi complessi quale il diventare grandi, il cambiamento dei riferimenti, la nuova relazione con i genitori, il rapporto con il gruppo dei pari, l’autostima, la sessualità, la scoperta di sé, del proprio corpo e di quello dell’altro, la gestione delle emozioni, la contraccezione, i comportamenti a rischia, è stato realizzato l’opuscolo in collaborazione con l’Azienda Sanitaria locale “ TI AMISSIMO, MI AMISSIMO – 18 pagine per sopravvivere ai tuoi primi 18 anni”.
Una possibilità di riflessione e di informazione “accompagnata” sul tema del diventare grandi e uno strumento di orientamento ai servizi, utile per avere sempre punti di riferimento in questo avvincente percorso di crescita.

Questi interventi attivi non sarebbero stati tuttavia possibili senza il prezioso contributo degli enti, delle associazioni e di tutte quelle agenzie che a vario titolo si occupano del fenomeno, spesso sommerso, e che si consuma tra le mura domestiche e in presenza di minori come è emerso da un altro convegno organizzato nell’ambito dell’edizione 2011 della rassegna Ottobre in rosa dal titolo “Giù le mani dalla mamma”.

In ultimo, ricordo che anche quest’anno il Cadom ha organizzato, in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne uno spettacolo teatrale dal titolo” “La Momola Menardi- una nessuna e centomilaValeri” presso il Teatro Villoresi alle ore 21.00 e che il mio Assessorato ha sostenuto con grande entusiasmo.

L’Assessore conclude lanciando un chiaro segnale di sostegno a favore di quelle donne vittime di violenza ricordando che “non sono sole ma che esiste un cordone di sicurezza, fatto di enti, associazioni e volontari, pronto a far loro da scudo nel difficile cammino che finalmente le possa portare fuori dall’incubo quotidiano della violenza


La vera casta oggi si palesa all’ospedale. Ma non solo.

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Il povero fantasma del Ministro Brunetta (fantasma perché non più Ministro) starà di certo aleggiando per i corridoi di Palazzo Vidoni con una certa irrequietezza. O più probabilmente, con la tipica verve del professore veneziano, sbraiatando e brandendo i fogli come se fossero armi nucleari contro il suo nemico di sempre: l’insidioso “fannullonismo”.

Già me lo immagino, con l’indice nervosetto puntato contro chi, negli ultimi due anni e poco più di mandato, lo ha schernito o, peggio, ha cercato di intimidirlo, consigliandogli di desistere dall’affrontare la guerra più dura: quella all’assenteismo.

Oggi, se proprio ce ne fosse ancora bisogno, l’ennesima prova che quel Brunetta tanto canzonato, tanto deriso dalla sinistrosa satira italiana, nonostante la bassezza, aveva visto più lontano degli altri colleghi spilungoni.

E, oggi, ancora una volta mi viene da pensare che la sua fosse la vera madre di tutte le battaglie, la vera rivoluzione liberale. Perché i dipendenti pubblici fannulloni, ritardatari, assenteisti, insomma i dipendenti pubblici “tossici”, tossici perché inquinanti dell’ambiente di lavoro e tossici anche per coloro che invece il proprio mestiere lo fanno e anche molto bene, devono essere contrastati e in un certo senso “multati”, sia in termini di salario che di eventuale allontanamento (visto che purtroppo, quella parola che inizia per “L” e finisce per “icenziamento” è vitatissima nella Pubblica Amministrazione).

Si parla tanto di casta politica, demonizzandola fino all’eccesso.

Ma quale casta è più casta di quella che consente a un proprio membro di utilizzare le ore di lavoro per infilare braccialetti e collanine di perline e ammennicoli vari?( scena alla quale ho assistito personalmente in uno dei tanti palazzi romani, senza che la dipendente in questione provasse il minimo imbarazzo o tentasse, beccata in piena flagranza da una comune cittadina come me, di nascondere “la prova del reato”, chessò, magari dietro lo schermo (spento) del computer).

Quale casta è più casta di quella che permette a un proprio “iscritto” di farsi timbrare il cartellino da un collega per essere così libero di fare un qualsiasi lavoretto in nero dall’altra parte della città?

Quale casta è più casta di quella che oggi, e ribadisco oggi, ci viene raccontata dalle cronache nazionali attraverso la stupefacente storia di quella dipendente pubblica dell’Ospedale Sant’Orsola Malpighi di Bologna che in nove anni ha lavorato sei ( E DICO SEI) giorni in totale?

Sei giorni.

L’equivalente di una settimana lavorativa più uno.

Un totale di 36 ore. In nove anni.

Ci stupiamo di come sia possibile, eppure è tutto accertato, essendo in atto una causa per truffa aggravata ai danni dello Stato.

Una truffa degna della migliore (o peggiore) mente criminale che è riuscita a “inventarsi” ben due gravidanze (e tutta la relativa documentazione) che le hanno concesso il diritto ad assentarsi per maternità.

Test finti, certificati di maternità finti, attestati rilasciati dai consultori familiari finti. Come finti, in effetti, i due certificati di nascita dei bambini che, secondo le dichiarazioni della signora, avrebbero visto la luce nel 2004 e nel 2009, ma che allo stato attuale non risultano mai nati.

Una bufala, anzi doppia bufala. Aggiungiamo pure un babbà, e la napoletanata è servita (mi scuseranno i tanti amici partenopei…).

Una domanda però mi sorge spontanea. Possibile che la scaltra dipendente sia riuscita a fare tutto da sola?

Difficilmente riesco a immaginarmi una versione femminile e odierna di Frank Abagnale ( il celebre truffatore interpretato da Di Caprio nel mitico “Catch me if you can”), intenta a utilizzare il forno di casa o la vasca da bagno per “costruirsi” dei documenti falsi.

Più facile, invece, pensare che qualcuno l’abbia assecondata, o, per così dire, aiutata. Che ci sia la buona fede o no, resta il fatto che sia altamente improbabile che nessuno si sia mai accorto di nulla, mai una mezza domanda, mai un mezzo pettegolezzo magari proprio durante la pausa caffè tanto amata negli uffici pubblici.

Mai niente di niente. Fino a che non è intervenuta la Dea Bendata della Giustizia che ogni tanto, ma mica sempre, si palesa.

E allora, ancora una volta, che razza di casta è più casta di quella fatta di omertà e silenzi?

O peggio ancora, fatta di sussurri, di “sentito dire” o “si dice che”, che però di fronte alle schifezze tace?

Povero Brunetta. Lui sì che aveva capito, e come un Don Chisciotte si batteva contro i mulini a vento.

Ma ancor peggio di lui sta il suo fantasmino.

Per sempre recluso nel palazzaccio culla del nullafacentismo a urlare con grande frustrazione “Io ve l’avevo detto!”


Una risata ci riscalderà : MICI VENDOLA, IL GATTOCOMUNISTA

Grazie al buon Marcello Veneziani che mi ha strappato il primo sorriso della giornata con il suo racconto sul gattone Vendola… Anche se personalmente lo vedo più come iena travestita da micio.

Tratto da il Giornale di oggi

Ho visto Nichi Vendola da Fazio e ho fatto una scoperta. Vendola è un gattone. Il faccione sornione, il parlar fuffo, il pelo liscio, lo sguardo felino.

Mici Vendola.

Non ditegli che è gonfio perché fu castrato o che ha l’orecchino in caso si perda, altrimenti si ingattivisce. Vendola presiede l’Arcigatti. Nella sua terra, che è pure la mia (ho il privilegio di essere non solo suo contemporaneo ma anche suo conterraneo), ci sono due mitici gatti: il Gattofuffo, che è una prefigurazione popolare di Vendola, i suoi stessi tratti somatici e caratteriali, direi quasi un antenato; e la proverbiale Gatta del seminario che si lagnava sempre però mangiava assai: e in lui la lagna, la trippa e pure il seminario sono palesi.
Mici Vendola parla bene e governa male. Non amministra ma somministra; sermoni, mica farmaci. Lascia la sanità in mano agli affaristi e lui si cura di cinema, teatro, lettere e arti. E’ governattore, recita più che governare. Niente conti, solo racconti. Come Veltroni anche per Vendola la politica è un ramo del Dams. Sforna più libri che provvedimenti. Emoziona, dicono i suoi fans ma è pericoloso quando lo dice pure lui, perché con la zeta gli parte una sputazza.
Di Pietro è fermo a Mani pulite, lui a Mani di fata. Mici Vendola è arrivato gattonando al top. Non sanno come fermarlo. Avete provato a opporgli tre bottiglie di plastica piene d’acqua? Dicono che sia un esorcismo formidabile per tener lontani i gatti. Ma Mici Vendola è un gattocomunista, mica un micio qualunque. E’ il meglio della sinistra. Figuratevi gli altri.

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Alla ricerca della paternità perduta. O mai avuta?

Ecco il testo integrale del mio editoriale pubblicato sul numero di novembre di MonzaClub sul tema della genitorialità del Duemila.

So già che in molti storceranno il naso. Che bolleranno la questione come pura provocazione femminile se non addirittura femminista.
E quindi, fine a se stessa.
La realtà, invece, ci mostra una fotografia ben diversa dal passato sulla nuova paternità.
Mi si obietterà che la paternità, di per se’, non è questione nuova.
Ma di sicuro lo è se si considerano le dinamiche che oggi rendono la genitorialità diversa rispetto al passato, diversa come contesto ma anche come tempi.
Quel passato lontano in cui era la madre a farsi carico di tutti gli aspetti della vita della progenie: dalla nascita all’educazione, dall’andamento scolastico ai consigli relazionali, era come se la crescita di un bebè fosse praticamente appannaggio unico ed esclusivo di chi l’aveva messo al mondo, salvo rare eccezioni costituite dagli aspetti piú “mascolini” dell’esistenza del figlio. La scelta del lavoro o l’accensione di un mutuo, ad esempio, erano (ma lo sono tutt’ora) i canonici temi su cui il padre aveva piena diritto ad esprimersi, mentre la donna, più portata per altre questioni, doveva fare un passo indietro.
Bei tempi, potrà pensare qualcuno più o meno ironicamente, quando le donne stavano a casa a fare le mamme. I bambini crescevano sani e con sani principi e i papà portavano davvero i pantaloni.
Oggi, invece, che succede? Succede che le donne si sono messe in testa di lavorare. Di perseguire una carriera professionale, in linea con le proprie capacità, con la propria formazione, seguendo le proprie aspirazioni.
E fin qui tutto va bene. Ma, con l’arrivo della maternità, allora no, il discorso cambia. Perché una donna, prima di tutto, è mamma e quindi deve mettere da parte l’ambizione e indossare i panni della casalinga. Senza nulla togliere a chi compie l’importante scelta di fare la mamma a tempo pieno, rimarco che questa dovrebbe essere, appunto, una scelta. Non un’imposizione dal compagno o dalla famiglia, e tantomeno frutto di una chiusura del mercato del lavoro che oggi considera le lavoratrici mamme meno affidabili di quelle “non mamme”.
Meno affidabili perché, si sa, quando arriva un bambino cambia tutto, la disponibilità di tempo, la propensione e la dedizione al lavoro, ma soprattutto cambiano le priorità. Come mai questo accade solo alle donne? Avete mai sentito di un lavoratore uomo di cui si dica lo stesso?
A me non è mai capitato.
Il perché è presto detto. Perché nonostante i tempi siano cambiati e il lavoro femminile sia diventato ormai da tempo una realtà oggettiva, quello che non cambia è la propensione dell’uomo a sentirsi totalmente padre, ad assumersi la propria quota del 50% di responsabilità. Fifty-fifty non solo in termini di crescita ed educazione, ma soprattutto di presenza e quindi di tempo.
È come se nulla fosse cambiato rispetto a cento anni fa. Il bambino resta principalmente un affaire da donne, soprattutto nei primissimi anni di vita.
Ma siamo davvero così certi che la monogenitorialità sia un bene? Non sono una pedagogista ma a occhio e croce direi di no, soprattutto per il bambino.
Ma non è un bene nemmeno per la donna che, oltre al “proprio” ruolo di mamma lavoratrice, deve assumere i panni “impropri” anche del papà se e quando questo non c’è.
Anomalia simile ma forse ancor più d’impatto perché a parti invertite è quella del “mammo“, frequente in quei casi in cui il ribaltamento di ruoli ha portato la donna ad essere “più” in carriera dell’uomo e quindi meno presente sul fronte familiare. Un’anomalia, appunto, esattamente come quella della mamma factotum.
Con un’unica differenza. Che la mamma factotum è una tradizione, soprattutto nell’immaginario collettivo italiano. E come tale, difficilissima da rimuovere.
Ma nonostante la difficoltà, credo che anche per gli uomini sia arrivato il momento di rivendicare con forza quella che ogni tanto è scambiato solo per un dovere e non anche come un meraviglioso diritto.

Ps. Per dovere di cronaca, è chiaro che ho dovuto generalizzare e fare di tutta l’erba un fascio. Non me ne vorranno quei padri che stupendamente hanno saputo accettare il proprio ruolo con consapevolezza e con responsabilità. Ma sono sicura che non me ne vorranno perché anche loro sanno di essere delle rare ( anche se eccezionali) mosche bianche.


L’Appartenenza, l’Orgoglio e il Pregiudizio. Da Berlusconi alla Bocconi.

Ho appena finito di leggere su un blog un accorato racconto sul tema “l’orgoglio di essere bocconiano”, scritto ovviamente da una bocconiana e suggeritomi da un amico che, altrettanto ovviamente, è bocconiano come me.

Una pagina semplice, diretta, quasi banale per chi ha davvero l’orgoglio dell’imprinting Bocconi.

A chi invece non ce l’ha, potrebbe apparire fastidiosa, oppure essenzialmente insulsa.

Qualcun altro ancora, la bollerebbe come un’autocelebrazione di un’élite chiusa in se stessa e comunque fine a se stessa.

E questo non farebbe che rafforzare l’opinione che mi sono fatta sull’identitarismo, ovvero su quella straordinaria capacità aggregativa che l’appartenenza a qualcosa è in grado di scatenare.

L’appartenenza, appunto.

Appartenere significa far parte, essere dentro al cerchio. E, automaticamente, chi non ne fa parte é ovviamente escluso.

Chi é dentro, quindi, cosa prova? Orgoglio.

Chi ne é fuori? Invidia? Rancore? Disinteresse? forse sì. Ma quasi certamente Pregiudizio.

E allora ecco che si scatenano le nuove “guerre ideologiche”, tra chi è dentro e chi è fuori.

Tra Mario Monti, espressione del mondo Bocconi e di tutti i bocconiani che in qualche modo si sentono rappresentati, e chi invece bocconiano non é e che dunque non capirà mai cosa l’essere bocconiano significhi.

L’orgoglio e il pregiudizio, dunque sono due facce della stessa medaglia. Medaglia che non si limita all’ambito universitario o ancor più facilmente (anche se decisamente meno qualificante) a quello calcistico.

Forse a causa della mia insanabile  deformazione politica, l’esempio più lampante del dualismo orgoglio-pregiudizio è dato dall’appartenenza partitica.

Per anni abbiamo assistito alle dimostrazioni di rappresentanti dell’estrema destra e dell’estrema sinistra proprio in virtù di quell’orgoglio di appartenenza a un ideale forte, derivante dalle grandi ideologie che hanno fatto la storia (anche i capitoli più tristi) del Novecento. E, nel bene e nel male, si trattava di un sentimento di appartenenza puro, perchè carismatici erano i personaggi storici di riferimento. Penso a Giorgio Almirante e a Palmiro Togliatti, senza voler scomodare Mussolini o Lenin. In epoca più recente, anche a Bettino Craxi, Fausto Bertinotti e per certi versi a Umberto Bossi, ispiratori di movimenti che hanno fatto dell’identitarismo un vero pilastro del proprio programma politico, va riconosciuta una leadership importante.

Ma è indiscusso che il grande aggregatore di massa degli ultimi vent’anni sia stato Silvio Berlusconi.

Un aggregatore capace di attirare a se’ migliaia di giovani militanti, così come di milioni di elettori.

Un personaggio che ha saputo creare quello stesso spirito di appartenenza che solo i grandissimi del passato hanno saputo stimolare. Un leader carismatico che ha dato vita al fenomeno del berlusconismo, non solo come filosofia dei berluscones o della BerlusconiGeneration, ma come vera e propria attitudine personale orientata al positivismo, alla concretezza e alla razionalità. Una filosofia che, politicamente, ha subito un grave stop con le dimissioni da Presidente del Consiglio dello scorso 12 novembre, ma che rimane ben impressa in tutti quelli che sono cresciuti con lo “spirito del 1994“, in cui i valori di democrazia, libertà e autodeterminazione  sono tornati ad essere prioritari nell’azione politica.

Non tutti capiranno questa mia riflessione. In molti, probabilmente la criticheranno o peggio.

E sarà l’ennesima dimostrazione di come e quanto Berlusconi abbia tracciato una netta linea di demarcazione tra chi fa parte del “cerchio”  e chi no. Tra chi ha l’orgoglio di appartenere a un progetto politico che lui ha creato, e chi invece, autoescludendosi, lo rifiuta e, anzi, lo demonizza.

Gli insulti rivolti dalla piazza a Silvio Berlusconi e a tutti i militanti del centrodestra stretti attorno a lui lo scorso week end sono solo il classico, seppur antipatico e deplorevole, esempio di come reagisce una sinistra che, orfana di grandi leader carismatici e ispiratori, non abbia più né orientamento né orgoglio, ma solo rabbia e pregiudizio.

Rabbia di non appartenere a nulla, pregiudizio per chi, invece, ha trovato la propria identità.

 


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