La straordinaria inutilità dei Governi di ammucchiata

A tutti quelli che…
Aspirano a sostituire con giochini di palazzo le scelte dell’elettorato, facendone dunque carne da macello.
A tutti quelli che…
Pensano che il ribaltone sia l’unico strumento per vere riforme strutturali.
A tutti quelli che…
Credono che minare l’attuale maggioranza di Governo, rendendolo instabile così come instabile è il paese intero, sia la risposta a tutti i nostri problemi.
A tutti quelli che…
Oggi antepongono il proprio interesse personale e politico all’interesse dell’Italia.

A tutti questi dedico questa riflessione, “rubata” a “Il Mattinale” di oggi.
Una riflessione semplice, una cronistoria di quanto siano inutili e costosi i cosiddetti Governi di larghe intese… Altrimenti pensati come Governi di ammucchiata.

Governo tecnico? Fallimentare, ecco i precedenti

La Prima Repubblica, che aveva molti difetti ma anche qualche pregio, governi tecnici non li ha mai voluti. Li considerava un esproprio della politica, l’unico mezzo attraverso il quale si esprimeva allora la volontà popolare.

Il primo governo tecnico si costituì infatti nel 1992 dopo il crollo della Dc e del Pci, sotto l’incalzare delle inchieste giudiziarie e delle stragi di mafia. E soprattutto nel pieno della crisi economica che investì la lira. La politica impotente consegnò al “dottor sottile” le chiavi di casa.

Amato non si fece pregare. Nel luglio ‘92 attuò il famigerato prelievo notturno del 6 per mille sui conti correnti; e poi un secondo prelievo del 3 per mille sul valore catastale rivalutato degli immobili e delle aree fabbricabili. Se la prima operazione fu una tantum, la seconda, chiamata Isi (Imposta straordinaria sugli immobili), si tramutò nell’Ici e divenne un balzello stabile, che solo il centrodestra ha prima ridotto e poi abolito.

Ma non solo. Il governo Amato, in carica dal giugno ‘92 all’aprile ‘93, non riuscì neppure ad utilizzare al meglio quei soldi rapinati ai cittadini: a settembre la lira subì una pesante svalutazione, nonostante il tentativo di contrastarla della Banca d’Italia (dove era governatore Carlo Azeglio Ciampi) che sacrificò 70 mila miliardi di riserve valutarie.

Qualcuno ricorda i ministri di Amato? Alla Giustizia si alternarono Claudio Martelli e Giovanni Conso: quest’ultimo ha recentemente ammesso di avere trattato con i boss di Cosa Nostra. Le porte girevoli ai ministeri furono una costante, con Amato costretto a prendere e lasciare numerosi interim. Agli Esteri se ne alternarono tre in un mese (Scotti, Amato e Colombo); al Bilancio due (Reviglio e Andreatta); alle Finanze tre (Goria, Reviglio e Amato); all’Agricoltura due (Fontana e Diana), come alla Sanità (De Lorenzo e Costa) e all’Ambiente (Ripa di Meana e Spini). Insomma: dopo aver imposto sacrifici ai cittadini il governo tecnico di Amato fece il record di poltrone e lasciò tutti i problemi intatti.

Dopo Amato venne Ciampi, per 377 giorni. Vincenzo Visco, alle Finanze, si alternò con Gallo; Paolo Savona, all’Industria, con Paolo Baratta. Rutelli, all’Ambiente, con Valdo Spini. Luigi Berlinguer, all’Università, con Umberto Colombo. All’Istruzione andò l’indimenticabile Rosa Iervolino, che tanto bene avrebbe fatto come sindaco di Napoli. Mentre Ciampi tentava di incollare i cocci, il Pds erede del Pci si scaldava per le elezioni, sicurissimo di vincerle. Sennonché arrivò Silvio Berlusconi…

Il terzo governo tecnico fu quello di Lamberto Dini. Nato dal ribaltone, ebbe l’incarico di fare la riforma delle pensioni. Che portò a termine, in versione blanda, dopo che quella molto più incisiva tentata da Berlusconi fu abbattuta dalla sinistra e dalla Cgil. Dini, ex ministro di Berlusconi, fu compensato dall’Ulivo come ministro del Tesoro. È un uomo competente, che la sinistra non ha mai considerato proprio (ed infatti è tornato nel Pdl). Ma non si può dire che abbia risolto i problemi economici dell’Italia.

Romano Prodi gli succedette nel ‘96, con un governo politico. Portò l’Italia nell’euro, cercando fino all’ultimo di ritardare l’ingresso e alla fine ottenendo dalla Germania un prezzo-capestro. Del quale stiamo ancora pagando le conseguenze. Dimenticavamo: Amato e Ciampi presero l’Italia con un debito pubblico al 105% e lo lasciarono al 121. Dini lo “ridusse” dal 121,5 al 120,9.

Tratto da “il Mattinale” del 7 novembre 2011


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