Alla ricerca della paternità perduta. O mai avuta?

Ecco il testo integrale del mio editoriale pubblicato sul numero di novembre di MonzaClub sul tema della genitorialità del Duemila.

So già che in molti storceranno il naso. Che bolleranno la questione come pura provocazione femminile se non addirittura femminista.
E quindi, fine a se stessa.
La realtà, invece, ci mostra una fotografia ben diversa dal passato sulla nuova paternità.
Mi si obietterà che la paternità, di per se’, non è questione nuova.
Ma di sicuro lo è se si considerano le dinamiche che oggi rendono la genitorialità diversa rispetto al passato, diversa come contesto ma anche come tempi.
Quel passato lontano in cui era la madre a farsi carico di tutti gli aspetti della vita della progenie: dalla nascita all’educazione, dall’andamento scolastico ai consigli relazionali, era come se la crescita di un bebè fosse praticamente appannaggio unico ed esclusivo di chi l’aveva messo al mondo, salvo rare eccezioni costituite dagli aspetti piú “mascolini” dell’esistenza del figlio. La scelta del lavoro o l’accensione di un mutuo, ad esempio, erano (ma lo sono tutt’ora) i canonici temi su cui il padre aveva piena diritto ad esprimersi, mentre la donna, più portata per altre questioni, doveva fare un passo indietro.
Bei tempi, potrà pensare qualcuno più o meno ironicamente, quando le donne stavano a casa a fare le mamme. I bambini crescevano sani e con sani principi e i papà portavano davvero i pantaloni.
Oggi, invece, che succede? Succede che le donne si sono messe in testa di lavorare. Di perseguire una carriera professionale, in linea con le proprie capacità, con la propria formazione, seguendo le proprie aspirazioni.
E fin qui tutto va bene. Ma, con l’arrivo della maternità, allora no, il discorso cambia. Perché una donna, prima di tutto, è mamma e quindi deve mettere da parte l’ambizione e indossare i panni della casalinga. Senza nulla togliere a chi compie l’importante scelta di fare la mamma a tempo pieno, rimarco che questa dovrebbe essere, appunto, una scelta. Non un’imposizione dal compagno o dalla famiglia, e tantomeno frutto di una chiusura del mercato del lavoro che oggi considera le lavoratrici mamme meno affidabili di quelle “non mamme”.
Meno affidabili perché, si sa, quando arriva un bambino cambia tutto, la disponibilità di tempo, la propensione e la dedizione al lavoro, ma soprattutto cambiano le priorità. Come mai questo accade solo alle donne? Avete mai sentito di un lavoratore uomo di cui si dica lo stesso?
A me non è mai capitato.
Il perché è presto detto. Perché nonostante i tempi siano cambiati e il lavoro femminile sia diventato ormai da tempo una realtà oggettiva, quello che non cambia è la propensione dell’uomo a sentirsi totalmente padre, ad assumersi la propria quota del 50% di responsabilità. Fifty-fifty non solo in termini di crescita ed educazione, ma soprattutto di presenza e quindi di tempo.
È come se nulla fosse cambiato rispetto a cento anni fa. Il bambino resta principalmente un affaire da donne, soprattutto nei primissimi anni di vita.
Ma siamo davvero così certi che la monogenitorialità sia un bene? Non sono una pedagogista ma a occhio e croce direi di no, soprattutto per il bambino.
Ma non è un bene nemmeno per la donna che, oltre al “proprio” ruolo di mamma lavoratrice, deve assumere i panni “impropri” anche del papà se e quando questo non c’è.
Anomalia simile ma forse ancor più d’impatto perché a parti invertite è quella del “mammo“, frequente in quei casi in cui il ribaltamento di ruoli ha portato la donna ad essere “più” in carriera dell’uomo e quindi meno presente sul fronte familiare. Un’anomalia, appunto, esattamente come quella della mamma factotum.
Con un’unica differenza. Che la mamma factotum è una tradizione, soprattutto nell’immaginario collettivo italiano. E come tale, difficilissima da rimuovere.
Ma nonostante la difficoltà, credo che anche per gli uomini sia arrivato il momento di rivendicare con forza quella che ogni tanto è scambiato solo per un dovere e non anche come un meraviglioso diritto.

Ps. Per dovere di cronaca, è chiaro che ho dovuto generalizzare e fare di tutta l’erba un fascio. Non me ne vorranno quei padri che stupendamente hanno saputo accettare il proprio ruolo con consapevolezza e con responsabilità. Ma sono sicura che non me ne vorranno perché anche loro sanno di essere delle rare ( anche se eccezionali) mosche bianche.


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