Archivi del mese: dicembre 2011

Un po’ di autoironia con i FUORI ONDA!!! E ancora un mondo di auguri!

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Auguri Auguri Auguri!!!!


Giovani disoccupati ai tempi della crisi.

Se é vero che l’anno che sta per concludersi é stato particolarmente difficile per il mercato del lavoro in generale, é ancor più vero che siano stati i giovani e le donne, in particolare, a pagarne il conto più salato.

La mancanza di esperienze lavorative pregresse, i titoli di studi troppo “elevati”, il rientro post maternità sono solo alcuni esempi del perché i giovani e le donne, a fronte di un mercato del lavoro in fase di stallo, non riescano a collocarsi, se non attraverso formule contrattuali decisamente “curiose”.

Fino a che il mercato risponderà esclusivamente a logiche stantie, che quindi poco hanno a che fare con il merito, con la produttività e la competenza, non si avrà mai flessibilità ma solo precarietà.

Lungi dal voler dibattere sulla questione dell’articolo 18 in questa sede, credo però sia opportuno riconoscere che, in un momento di grave crisi come quello attuale, le aziende dovrebbero poter godere di forme di flessibilità non solo per eventuali assunzioni ma anche e soprattutto per eventuali dimissioni.

Chi continua a battere sul tema della precarietà giovanile oggi, non può permettersi il lusso di tacere sulla totale immobilità e sostanziale impossibilità di licenziamento da parte del mercato del lavoro di quanti, purtroppo, non concorrono al miglioramento delle performances aziendali e, di conseguenza, al miglioramento del sistema paese in generale.

Impossibilità di licenziare, nel privato così come nella pubblica amministrazione, oggi, significa non solo premiare ingiustamente chi non se lo merita ma anche e soprattutto impedire l’ingresso nel mondo del lavoro ai tanti, uomini e donne, che, invece, se lo meritano.

Per capacità, talento e determinazione.

Questa é la vera battaglia.


Giovani, competenti e determinati. La squadra vincente su cui il Pdl può e deve contare!

La giornata di oggi é stata indiscutibilmente la giornata del governo Monti, che ha visto l’esecutivo incassare il voto favorevole della maggioranza della Camera dei Deputati sulla manovra economica, nonostante le tante perplessità nutrite dagli stessi schieramenti politici.

Allo stesso tempo, però, oggi é stata una grande giornata per i giovani del PdL che hanno visto realizzarsi una prima grande vittoria: la presentazione e l’approvazione di un ordine del giorno in materia di patto di stabilità e liberalizzazioni per i servizi pubblici degli enti locali.

Una vittoria che, se da un lato potrebbe apparire come cosa di poco conto perché trattasi di un ordine del giorno, al contrario proprio per questo dovrebbe essere interpretata positivamente in senso prospettico.

Far sì che la spinta innovatrice per il paese intero parta proprio dalla squadra dei giovani amministratori eletti tra le fila del Popolo della libertà nei comuni d’Italia, consente di capire appieno quale sia il senso dell’impegno politico per la nostra generazione: contribuire FATTIVAMENTE al progresso del nostro paese.

Sperando che sia il primo grande risultato raggiunto da questa squadra, prima di pubblicare il contenuto dei due oggetti poi uniti in un unico testo, desidero ringraziare con tutto il cuore i giovani amministratori che hanno lavorato per realizzare queste importanti proposte e chi, in prima linea, si é fatta promotrice del documento: la coordinatrice nazionale di Giovane Italia, Onorevole Annagrazia Calabria.

A lei i miei personali e più sentiti ringraziamenti per aver portato in aula la voce dei giovani amministratori di tutta Italia!

 

 

Ordine del Giorno

presentato da

ANNAGRAZIA CALABRIA


La Camera,
premesso che:

le motivazioni che hanno spinto all’adozione del patto di stabilità e crescita sono da ricondurre alla volontà dei paesi membri dell’Unione Europea di proteggere la moneta unica da situazioni di instabilità.

il patto di stabilità e crescita è volto a garantire l’equilibrio delle finanze pubbliche attraverso l’obiettivo del saldo di bilancio prossimo al pareggio o positivo
in Italia, a partire dal 1999, lo stato ha coinvolto le regioni e gli enti locali in questo percorso potenzialmente virtuoso assegnando loro specifici obiettivi attraverso il patto di stabilità interno (Psi).

in un contesto socio economico come quello che stiamo attraversando, con la diminuzione dei trasferimenti da parte dello Stato e delle Regioni, oltre alla drastica riduzione delle entrate relative all’eliminazione dell’Ici sulla prima casa che hanno di fatto aggravato ulteriormente la situazione già critica in cui versano i Comuni italiani, il patto di stabilità interno rappresenta una vera e propria scure sulla possibilità di far fronte ai bisogni dei cittadini, soprattutto in materia di investimenti.

se da un lato il patto di stabilità deve essere uno strumento necessario per il contenimento della spesa pubblica, dall’atro si deve allo stesso tempo riconoscerne i limiti in termini di crescita e sviluppo.

già da molto tempo sono sorte richieste di modifiche al patto di stabilità, al fine di conciliare le esigenze di economicità e quelle di razionalizzazione della spesa pubblica, garantendo il mantenimento o incremento della qualità dei servizi e la progressiva eliminazione di sacche di inefficienza.

 

impegna il Governo

a promuovere politiche specifiche volte a porre in essere una vera differenziazione tra comuni virtuosi e comuni non virtuosi, attraverso l’introduzione dei costi standard per servizio, da agganciare a indici regionali o di macroarea, e il necessario abbandono della logica dei costi storici.

 

a introdurre quale parametro di virtuosità dell’azione amministrativa dell’ente l’indice di economicità dei servizi, atto a rilevare il progressivo miglioramento sul fronte della razionalizzazione della spesa, in termini di recupero di efficienza e mantenimento degli standard qualitativi dei servizi erogati.

 Ordine del Giorno

presentato da

ANNAGRAZIA CALABRIA


 

La Camera,
premesso che:

seppur siano trascorsi diversi anni dacché il governo nazionale sia chiamato a normare un effettivo processo di  liberalizzazione dei servizi pubblici locali, oggi, questo rappresenta ancora un obiettivo da raggiungere.

indipendentemente dagli sforzi fatti finora, qualsiasi tentativo di riforma è sempre stato ostacolato al fine di tutelare uno  status quo che, nella  stragrande maggioranza dei casi, non solo non garantisce la qualità dei servizi, ma soprattutto comporta un dispendio di risorse pubbliche che oggi potrebbero e dovrebbero essere meglio investite.

nel recente passato attraverso  il decreto Ronchi- Fitto ci fu un primo vero tentativo di concepire un’inversione di marcia sul fronte dei servizi pubblici, attuando le direttive comunitarie in materia di concorrenza che impongono per tutti i servizi di interesse economico generale l’affidamento attraverso procedura concorsuale e limitando ad alcuni servizi specifici e ben identificati la possibilità di affidamento diretto o la gestione in house.

lo stesso decreto aveva l’obiettivo di adeguare l’Italia agli obblighi comunitari, , ai quali però si é parzialmente opposto il popolo italiano  che, bocciando la normativa sull’acqua attraverso il referendum abrogativo dello scorso giugno, ha offerto una formidabile sponda alle spinte conservatrici, imponendo una battuta d’arresto al processo di liberalizzazione in genere e dando il via ad un’inversione di tendenza in senso statalista.

é fuor di dubbio che oggi il nostro Paese si trovi a dover affrontare con serietà la questione, concependo la gestione dei rifiuti, delle reti idriche ed energetiche  e i sistemi di trasporto locale in particolare, ma anche i servizi culturali e assistenziali secondo principi di trasparenza, efficienza, economicità e qualità  .

è indispensabile ribaltare la logica che fino ad oggi ha dominato lo scenario dei servizi, in base alla quale lo sviluppo di infrastrutture essenziali (come quelle dei trasporti o dei rifiuti) esclusivamente attraverso il ricorso a capitali pubblici

impegna il Governo

a studiare misure in grado di disincentivare la gestione diretta (in house) di servizi pubblici, incentivando l’ingresso di privati tramite gara: una tendenza che, oltre a mostrarsi in sintonia con i dettami europei, inciderebbe in modo significativo sul miglioramento di efficienza ed economicità, oltre a garantire un risparmio di risorse per l’ente pubblico.

 

all’introduzione dell’obbligo di dismissione da parte del Comune (o dei Comuni) delle quote di partecipazione delle società miste o pubbliche che presentano perdite di bilancio per più di due esercizi consecutivi.

 

all’introduzione dell’obbligatorietà della parametrazione dei costi dei servizi erogati dall’ente pubblico (o da società partecipate) ai costi standard misurati su corrispettivi servizi erogati da impresa privata.

 


Donne che vogliono cambiare il mondo

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Riporto un articolo, pubblicato da il Post, in occasione della consegna del Nobel per la pace.
Come già ebbi modo di scrivere quasi due mesi fa, la consegna di questo prestigioso riconoscimento per l’impegno civile a tre donne suscitò notevoli commenti.
Commenti non del tutto positivi, anzi, in qualche caso addirittura dubitativi sull’oggettiva opportunità di premiare ben tre donne contemporaneamente.

Al di là di qualsiasi pregiudizio, sui quali mi ero già abbondantemente espressa, reputo che la giornata di oggi sia una stata una giornata di festa dal sapore speciale, di democrazia e libertà per tutti, indipendentemente dal sesso di colui o colei che tengono alti questi due vessilli di civiltà.

La cerimonia da Oslo della consegna del premio a Ellen Johnson Sirleaf, Leymah Gbowee e Tawakul Karman

Lo scorso anno il premio fu attribuito all’attivista cinese Liu Xiaobo, che non poté ritirare personalmente il Nobel perché detenuto in carcere in Cina. Quest’anno l’importante riconoscimento è stato assegnato a tre donne per il loro impegno nella difesa dei diritti delle donne. Il Comitato norvegese per il Nobel della Pace ha motivato la scelta ricordando che «non possiamo raggiungere la democrazia e una forma di pace duratura nel mondo se le donne non possono ottenere le stesse opportunità degli uomini nell’influenzare lo sviluppo della società a tutti i suoi livelli».
Ellen Johnson Sirleaf è stata la prima donna a essere democraticamente eletta presidente in Africa. Dopo il suo insediamento nel 2006, ha lavorato per assicurare la pace in Liberia, promuovendo lo sviluppo dell’economia e della stessa società. Si è inoltre impegnata per il rispetto delle donne e dei loro diritti nel paese.
Leymah Gbowee è un’attivista liberiana e si è data da fare per mobilitare le donne appartenenti a diversi gruppi etnici e religiosi nella regione. Ha contribuito alla costruzione della pace in Liberia e si è battuta per dare alle donne il diritto di voto. Durante e dopo il periodo bellico nel paese, si è anche adoperata per aumentare il peso e l’influenza delle donne in molte aree dell’Africa Occidentale.
Tawakkul Karman è invece un’attivista, conosciuta per il suo impegno nel corso della cosiddetta Primavera Araba nello Yemen. Si è battuta per i diritti delle donne nel paese, chiedendo pace e democrazia al regime. Lo scorso gennaio era stata arrestata dalle forze yemenite con l’accusa di propaganda contro il governo. Fu liberata dopo due settimane e, intervistata dalla CNN, confermò l’impegno contro il regime del presidente Ali Abdullah Saleh, dicendo che quanto stava accadendo nel paese era stato ispirato dalla rivolta scoppiata in Tunisia che aveva portato alla caduta del governo di Ben Ali.


Monti non vuole lacrime. Quindi piangiamo di nascosto.

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Chi mi conosce personalmente, ma anche chi ha imparato a conoscermi attraverso questo blog o semplicemente leggendomi su Twitter o Facebook, sa quante perplessità ho espresso sulla manovra economica voluta dal presidente Monti.
Perplessità come vice coordinatore nazionale di Giovane Italia ed eletta del PdL, abituata da sempre ad avere gran rispetto per il partito che rappresento ma al contempo abituata a ragionare con la mia testa.
Perplessità come presidente dei giovani amministratori lombardi, che di fronte a un già massacrante patto di stabilità vede il ritorno dell’Ici sulla prima casa senza che i relativi introiti possano in qualche modo dare “aria”ai comuni, o senza comunque vedere un minimo accenno alla tanto richiesta differenziazione tra amministrazioni virtuose e spendaccione.
Perplessità come singola cittadina e prima di tutto come figlia, abituata a seguire l’esempio dei propri genitori che hanno fatto della famiglia e del lavoro due valori fondamentali della propria vita.
Come giovane libera professionista e anche come rappresentante dei giovani, di quei giovani che, ancora una volta, non alzano la voce, non incendiano le città, ma che studiano, lavorano, si rimboccano le maniche e che guardano al proprio futuro con una diffidenza che nessun ragazzo della nostra età dovrebbe avere.
Perplessità perché ci aspettavamo tante cose, insieme ai sacrifici dei quali comunque eravamo “quasi” consapevoli: interventi a favore del lavoro giovane, con un nuovo regime di sgravi fiscali per le aziende che assumono, per quelle che investono in ricerca o in nuove tecnologie, o possibilità di interventi sull’accesso a linee di credito per la nuova impresa o per l’autonomia abitativa, ad esempio.
Eppure niente di questo é stato pensato.
Ma la cosa più assurda e da cui deriva la mia più vera perplessità é nel vedere che questa riforma, rigorosa e doverosa, non abbia tenuto realmente conto di quanto davvero richiesto dai cittadini: la lotta agli sprechi.
Perché se é vero che questa é una manovra da 30 miliardi di euro, personalmente mi sarebbe piaciuto vedere una composizione diametralmente opposta, data cioè da 18 miliardi di tagli ai costi inutili e “solo” per 12 di nuovi ( o incrementati) balzelli.
In realtà, il conto che ci viene oggi presentato é grave non solo in virtù dei sacrifici richiesti a tutti gli italiani, ma perché ancora una volta, anziché cercare di rammendare il buco, lo si copre con una bella pezza nuova, dove la “pezza nuova” fa rima con Imu, rivalutazione degli estimi catastali, aumento dell’addizionale regionale IRPEF e, dulcis in fundo, blocco della indicizzazione delle pensioni.
Questi sacrifici che come al solito gli italiani, dopo aver criticato e dopo essersi stracciati le vesti, accetteranno, avrebbero dal mio punto di vista un sapore diverso se avessimo realmente assistito a una chiara volontà di abbattere sprechi, privilegi e caste.
Ma questo segnale é mancato.
Mi si obietterà che una manovra finanziaria poco avrebbe a che fare con una proposta di riduzione del numero dei parlamentari, ad esempio, che tra l’altro necessiterebbe di un intervento in materia costituzionale.
Ma, vista la sagacia con cui, pur senza toccare l’immacolata Costituzione, il governo Monti é riuscito di fatto a svuotare le Province, immagino che, se avessero voluto, sarebbero riusciti a inventarsi qualcosa.
Magari niente di straordinario, magari anche semplicemente una revisione dei tanti piccoli (ma onerosi) privilegi che comunque costano allo Stato e che fanno tanta gola ai nostri onorevoli.
Ma sarebbe bastato poco, davvero pochissimo.
O perché no, anche solo una semplice svolta sul tema delle pensioni d’oro o sulle baby pensioni.
O, ancora, un’accelerazione in tema di dismissione del patrimonio dello Stato o degli enti locali, o, ancor meglio, di liberalizzazioni delle municipalizzate.

Ma ancora una volta, niente da fare.
Il rapporto, anche per il governo più tecnico del mondo, deve essere sempre a favore della spesa storicizzata, e quindi in favore di clientelismi e sprechi, e mai a favore di una razionalizzazione delle uscite.
Il rapporto quindi, 18 di tasse e 12 di tagli, resta ancora una volta a discapito del cittadino.

Monti ci aveva chiesto di non parlare di di lacrime e sangue.
Eppure le lacrime la Fornero ce le ha messe lo stesso.
Ora ci dicono che é tempo di semina.
Speriamo solo che tra non molto non ci sia chi ci razzia il raccolto.

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La rivincita della qualità sulla quantità.

Pubblico il mio editoriale “al femminile” pubblicato sul numero di dicembre di Monzaclub

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Austerità, equità e sobrietà. No, non sono queste le tre “preferite” del neo Presidente del Consiglio, Mario Monti. O meglio, non solo queste. Il dubbio sarebbe sacrosanto, vista la ripetitività con cui evoca questi tre principi, nemmeno fosse un mantra personale per scongiurare l’eventuale fallibilità del Governo più tecnico d’Europa da lui stesso presieduto.

In questo caso, parliamo delle sue “favorite” in carne e ossa, quelle che ha scelto come Ministri: Anna Maria Cancellieri, Paola Severino ed Elsa Fornero.

Tre superdonne dai superpoteri, considerata la delicatezza delle deleghe loro affidate ma anche e soprattutto in virtù del proprio background.

Chi sono dunque queste strawomen?

La prima, già prefetto di Brescia, Catania e Genova, dopo un’esperienza come commissario straordinario a Bologna e a Parma, si occuperà di Interni. Al nuovo guardasigilli, Paola Severino, esimia giurista nonché avvocato di tutto rispetto che vanta nel proprio portafoglio clienti personalità del calibro di Romano Prodi e Cesare Geronzi, spetterà l’arduo compito di portare a termine ( o ricominciare ex novo?) la riforma della giustizia.

Infine, a Elsa Fornero, docente universitaria a Torino, forte della propria esperienza come direttore del Cerp (Centre for Research on Pensions ), ossia uno degli istituti di ricerca più accreditati d’Europa sul fronte del Welfare, il fardello della riforma più temuta e attesa d’Italia: quella del sistema pensionistico.

Di tutte e tre tutto si può dire tranne che siano state scelte grazie alla dilagante filosofia delle quote rosa. O meglio, la campagna di sensibilizzazione agita su Monti da parte di associazioni e società civile avrà sicuramente influito sull’opportunità di circondarsi di volti femminili, ma ciò non toglie che le donne oggi Ministro siano un esempio lampante di qualità al femminile. Ho trovato alquanto discutibile, infatti, la posizione assunta da alcune esponenti del post-tardo-femminsimo, in base alla quale si rimarca la non sufficiente presenza numerica di donne all’interno dell’esecutivo (3 su un totale di 17). Al contrario, credo che la scelta di delegare loro incarichi tanto strategici per il futuro del nostro Paese, indichi la determinata volontà del presidente Monti di mettere “la persona giusta al posto giusto”, non in base a una selezione dei sessi quanto a capacità personali e professionali.

Una dimostrazione preventiva di quanto da lui stesso dichiarato nella prima conferenza stampa in cui si è impegnato a garantire una maggior apertura a donne (e giovani) in ambito lavorativo.

Ancora non ci è dato sapere, al di là delle buone intenzioni, cosa Monti con il suo tecnicissimo governo sarà in grado di fare per il bene attuale e futuro dell’Italia, ma un primo grande merito iniziale gli va già riconosciuto: quello di aver, finalmente, ribaltato la prospettiva della presenza delle donne nei luoghi decisionali dal mero valore numerico al più pregnante e lungimirante valore della qualità.


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