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Chi sarà il nuovo Capitan Confindustria?

Tempi duri per Confindustria.

Ma tempi assai più duri per la sua First Lady, Emma Marcegaglia, che il prossimo 24 maggio sarà cordialmente invitata a levare le tende da Viale dell’Astronomia.

Durissimi perché, ancora indecisa sul suo imminente futuro, sembra non aver sciolto le riserve sull’atroce dubbio: abbandonare del tutto la scena pubblica e rientrare in prima linea in azienda oppure lanciarsi definitivamente nel maremagnum della politica? (Con chi, perché, con quale maglia e con quali programmi scendere in campo sarebbe, a quel punto, solo un minuscolo e insignificante dettaglio….).

Oltre a questa scelta amletica, i tempi sono durissimi perché, seppur agli sgoccioli, il suo mandato non si è ancora  concluso che già i candidati alla successione si azzannano sui giornali senza nemmeno considerare il punto di vista (o le scelte) che la Lady d’acciaio potrebbe ancora compiere su alcuni temi scottanti.

Primo tra tutti sull’articolo 18 dello statuto dei lavoratori.

Che il Ministro Fornero sia determinato a rivederne i contenuti è fuor di dubbio.

Che Confindustria riesca a partecipare al dibattito assumendo una linea unitaria, a questo punto, sembra un po’ meno scontato.

Perché se i due massimi competitor alla nomina, Alberto Bombassei e Giorgio Squinzi, decidono di uscire allo scoperto prendendo posizioni diametralmente opposte in materia di licenziamento (come hanno fatto nelle ultime ore), significa sostanzialmente che, i due vicepresidenti si sentono liberi di esprimersi e quindi di iniziare la campagna “elettorale” con una chiara e definita linea indipendentemente dal Marcegaglia pensiero.

E già questo è già di per sé curioso.

Ma l’aspetto ancora più curioso è che, nei prossimi mesi, Confindustria dovrà necessariamente adottare una strategia in materia. E questa non potrà essere esclusivo appannaggio di Emma, ma dovrà tenere conto di quanto realmente richiesto da parte delle aziende associate.

E allora cosa succederà? Ci sarà una spaccatura interna? Ci saranno lotte intestine che avveleranno il clima? O ci sarà una vera e propria corsa all’elettore?

Perché, qualsiasi posizione assumerà Confindustria sul tema dei licenziamenti, questa sposerà  la tesi secondo cui la revisione dell’articolo 18 non è prioritario o quella che invece spinge verso una maggior flessibilità in uscita.

E di conseguenza appoggerà automaticamente uno dei due candidati, Squinzi (favorevole al mantenimento dello status quo) o Bombassei (per cui la revisione è indispensabile).

La “battaglia” è ormai iniziata.

A noi spetta il compito di stare a guardare.

E soprattutto di valutare se la Marcegaglia saprà concludere il proprio mandato all’insegna del buonsenso visto che la decisione sull’articolo 18 riguarda non solo le guerre intestine a Confindustria, ma soprattutto 
tutto il resto del Paese.


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Il Telegraph e il caso Martone

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A distanza di 24 ore il “caso” Martone tiene ancora banco.

Non solo su twitter, dove ormai si é scatenato il Toto-sfigato (se a 28 anni non sei… ), ma anche sulla stampa estera che, come sempre, racconta quel che succede nella stravagante Italietta con l’ approccio tipico del saggio che richiama l’attenzione dell’allievo più discolo. Cioè un misto di condiscendenza e arrendevolezza di fronte a un caso ormai dato “per perso”.

Al di là della supponenza e superiorità che i paese esteri dimostrano regolarmente nei nostri confronti, ho trovato l’articolo del Telegraph (che pubblico integralmente, scusandomi con quanti non sono proprio avvezzi alla lingua inglese) interessante in un passaggio.
Quello in cui si demarca la differenza tra sistema universitario britannico e quello italiano.
Nel primo, come scritto da Squires, si hanno a disposizione massimo quattro anni per giungere al completamento degli studi.
In Italia, invece, gli stessi possono essere prolungati per più anni, senza incorrere in alcun meccanismo sanzionatorio se non quello relativo al pagamento delle tasse dei “fuori corso”.

Ecco, quindi, il punto centrale, secondo me, su cui bisognerebbe focalizzare l’attenzione. Non tanto il grado di sfigataggine di un ragazzo, quanto piuttosto se sia opportuno o meno tenere aperta una finestra per dieci anni o più per giungere alla laurea.
Si noti bene che in dieci anni può capitare di tutto.
Almeno una riforma scolastica-universitaria, puntualmente, ogni 5/6 anni arriva.
Ma anche in termini di contenuti. Un ragazzo che si iscrive a giurisprudenza e sostiene l’esame di penale all’inizio del percorso, se si laurea 8-9 anni dopo e senza un aggiornamento, ha buone probabilità di avere un bagaglio conoscitivo obsoleto e quindi poco utile.
Stesso discorso per economia, chimica, medicina, etc etc.
Allora che senso ha lasciare così tanta flessibilità temporale?

Non é forse il caso di considerare, per una volta, ma solo una, che il modello britannico sia un pochino meglio del nostro?

Italian minister under fire for saying students who drag out degrees are ‘losers’

By Nick Squires
Last Updated: 12:01PM GMT 25/01/2012
An Italian government minister has been criticised after saying that students who drag out their degrees for years are “losers”.

Calling for a radical change of culture among the country’s university students, Michel Martone, the deputy welfare minister, said: “Anyone who hasn’t graduated by the age of 28 is a loser.”

Unlike in Britain, where degrees take three or four years to complete, in Italy students have an unlimited period of time in which to sit and pass the exams set by their particular subject.

While students from poorer families often take a long time to graduate because they have to take spare-time jobs in order to support themselves, there are tens of thousands of better-off undergraduates who seem content to prolong their student days indefinitely, living at home and sponging off their parents.

They are known in Italy as “bamboccioni” – “big babies” who refuse to fly the nest and remain at home into their thirties and even forties, delaying marriage, careers and having children.

The minister’s remarks unleashed a tirade of furious condemnation from student groups and unions, with undergraduates taking to Twitter and Facebook to accuse Mr Martone of being a privileged “yuppie” who had no concept of the difficulties they faced.

His comments appear to have touched a raw nerve at a time when swingeing cuts to education and other sectors are being introduced by the technocrat government of Mario Monti, the prime minister, in an attempt to tackle Italy’s 1.9 trillion euro national debt.

One student union called for his resignation, saying that grants were so inadequate that 40 per cent of undergraduates had to take part-time work to put themselves through college.

The country’s biggest union, the CGIL, said the high rate of delayed graduation was a result of years of underinvestment in tertiary education by successive governments.

Politicians also weighed into the debate, with Massimiliano Fedriga of the Northern League saying: “Martone has offended students who have to work in order to support themselves – it is for this reason that they are not able to graduate earlier.” Economists say Italy risks creating a “lost generation” of young people who are stymied by closed-shop work practices, a lack of meritocracy and companies’ unwillingness to give them full-time contracts.

Nearly a third of Italians aged between 15 and 29 are classified as NEET – Not in Education, Employment or Training.

Stung by the criticism, the minister later moderated his opinions but insisted that the point he was making was a fair one.

“Those students who come from families with difficult situations and have to take two jobs, and still manage to graduate, are fantastic, they are heroes.

“But I was talking about the others – there’s a lot who don’t work and live with their parents and take 10 years to graduate.

“I may have used the wrong words, but I touched on a painful truth – there are two million young people in Italy who neither work nor study.” That had to change if the country was to dig its way out of the economic doldrums and have a future, he said.


Martone ha ragione. Ma fa figo dire il contrario.

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In tempi in cui la ricerca del consenso, dell’acclamazione, del retweet é fondamentale al punto da diventare quasi indispensabile per sentirsi “qualcuno”, io vado contro corrente.
E decido di dire, come ho sempre fatto d’altronde, quello che realmente penso.

Martone ha ragione.

E, con un linguaggio diretto, spregiudicato e poco politically correct, ha condensato in un’unica parola un concetto sacrosanto.
“Se a 28 anni non lavori e non sei laureato sei uno sfigato”.

Ma sfigato nel vero senso del termine.
Perché se a 28-30 anni non hai ancora raggiunto la laurea, e non hai impegni lavorativi che, ovviamente, ti distolgono dai tuoi doveri da studente, allora l’unica spiegazione é che tu abbia avuto dei problemi di altro genere, ad esempio familiari o di salute.
In gergo ggggiovane, quindi, sei stato sfigato perché hai avuto delle “sfighe”.

E, nota bene, questa non é una giustificazione o una tesi difensiva del giovane ricciolone viceministro.
Al contrario.
É solo il preliminare a quello che avrebbe dovuto aggiungere.
Perché se a 28 anni non sei laureato, non sei lavoratore (o appena uscito dal mercato del lavoro, vista la crisi, ma questa é una delle cause che infilo nella seguente voce “sfiga- da leggersi come problemi di altra natura”) e non hai avuto altri problemi personali, allora non sei sfigato.
Sei solo un fannullone.

E sia chiaro. Questo potrebbe anche essere un diritto.
Ognuno può e deve vivere la propria vita secondo la propria volontà e secondo il proprio senso del dovere.. e anche la propria dignità.

Ma allora, per favore, chiunque voglia esercitare questo diritto, almeno abbia la decenza di non offendersi se qualcuno non lo eleva a modello per le nuove generazioni, o per i coetanei.

Per favore piantiamola con questo buonismo che fa carne di porco dei talenti a favore della strenua difesa di coloro che decidono, consapevolmente, di sprecare la propria intelligenza e il proprio tempo.

E ora linciatemi perché, personalmente, credo sia più giusto se non doveroso per un Governo spronare i ragazzi a fare sempre più e meglio rispetto al passato.
Linciatemi perché credo che sia giusto sostenere il talento.
Linciatemi perché al buonismo qualunquista, preferisco la sacrosanta, seppur dura, verità.


Metti un lunedì di fine gennaio…

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Un lunedì importante.
O meglio, oggi é un lunedì che segue a un week end importante.
In primis perché il dibattito a livello nazionale si é concentrato sui contenuti del decreto Monti, quel famoso “Cresci, Italia” tanto atteso.

Come già detto, Catricalà aveva promesso che il 20 gennaio il Governo avrebbe presentato i contenuti del decreto e, infatti, così é stato.
Importante, dunque, perché, finalmente, dopo settimane di scioperi, di vesti stracciate, di minacce e quant’altro, finalmente tassisti, farmacisti e altri professionisti hanno qualcosa di concreto su cui basare la propria protesta, abbandonando di fatto la contestazione preventiva e a prescindere che ha dominato la piazza mediatica (ma non solo, vedi il Circo Massimo di Roma) dei giorni scorsi.
Con qualcosa di scritto, potranno capire se questo decreto ha realmente contenuti così punitivi sul fronte liberalizzazione e, quindi, scioperare di conseguenza.

Il secondo punto, a mio avviso importante, é dato dai due partiti che in questo week end hanno dato prova che la politica (propriamente intesa) non é del tutto sparita, anche in un frangente in cui la tecnocrazia sembra aver preso il sopravvento.
Parlo di politica territoriale, come quella “animata” dal PD attraverso le primarie che si sono svolte a Monza, e di politica glocale (globale ma anche fortemente locale), attivata dalla Lega Nord che ha dato vita a una manifestazione antiMonti a Milano in piazza Duomo.
Due momenti politici diversi, che al di là dell’aver incidentalmente avuto luogo nella stessa giornata -domenica 22 gennaio- hanno ben altro in comune.
Senza dubbio, la volontà di “contarsi“, cioè di comprendere la forza quantitativa dei propri “militanti” e afecionados, nonostante le temperature di questi giorni non siano proprio ideali per invogliare la gente a uscire di casa.
Un secondo elemento, é la voglia di “marcare” il territorio, cioè di farsi vedere attivi dal proprio elettorato: una sorta di dimostrazione che il partito non si é addormentato sugli scranni di Montecitorio, non si é preso una pausa e nemmeno si é concesso il lusso di una parentesi sonnacchiosa in cui delegare ad altri la gestione del potere.
In questo senso, credo che la vivacizzazione delle piazze sia stato un bene, per far comprendere come il tecnogoverno non sia realmente riuscito a esautorare del tutto la politica dal suo ruolo.

Evitando di entrare nei contenuti dei due eventi, mi limito a sottolineare come questo primo week end politico del 2012 sia stato, sostanzialmente, importante.

O meglio importante se inteso in termini preliminari, come un qualcosa che possa inaugurare una nuova stagione politica di confronto, di attivismo e di presenza.

Ma soprattutto, importante se da momenti come questi si riuscirà nell’arduissimo compito di far riavvicinare le persone alla politica, farle tornare a credere in qualcosa e soprattutto a riaccendere la voglia di partecipare.

Per far questo, credo che servirà ben più di una manifestazione di piazza.
Per il momento, però, teniamoci stretto questo bell’inizio.


La panchina lasciamola ai pensionati… o ai pensionabili!

Comunicato stampa

Giovane Italia Monza e Brianza


“Basta con i carrozzoni pubblici.

Sì a misure di efficienza a favore del cittadino”.

 

In un momento di grave difficoltà come quello che l’Italia intera sta attraversando, la politica ha un solo dovere: rispondere concretamente per ridare slancio al nostro Paese – queste le parole con cui Martina Sassoli, vicepresidente nazionale di Giovane Italia e assessore a Monza é intervenuta al dibattito in occasione della presentazione del libro “La mafia uccide d’estate” da parte di Angelino Alfano, Segretario Nazionale del Popolo della Libertà lo scorso 16 gennaio a Roma, consegnando ai massimi esponenti del partito il documento politico-programmatico sul tema della liberalizzazione dei servizi pubblici locali- Il vento dell’antipolitica, ormai dilagante, deve essere affrontato rimettendo al centro dell’agenda il cittadino, inteso come destinatario di politiche efficienti ed economiche e non più come un mero finanziatore dello Stato”.

 

Dall’inizio del 2012 i ragazzi della Giovane Italia, guidati dall’Onorevole Annagrazia Calabria, hanno aperto un’importante fase di confronto con i massimi esponenti del partito su alcuni temi di straordinaria rilevanza per l’attuale e le future generazioni di under 35. Lavoro e flessibilità contrattuale, welfare, liberalizzazione dei servizi pubblici, patto di stabilità per gli enti locali, legge elettorale, ricambio generazionale della classe dirigente e lotta alle caste sono solo alcuni degli esempi delle battaglie condotte in questi mesi dai militanti e dagli eletti che, lungi dal farsi intimidire dal vento dell’antipolitica, sostengono con determinazione la necessità di una ancor più pregnante partecipazione dei giovani alla gestione della “res publica”.

 

Essere giovani, oggi, – conclude la Sassoli – non può più significare sostare in panchina. E’ finito il tempo di aspettare che il Mister chiami a giocare la partita o di delegare agli altri. Questo è, invece, il tempo di proporre soluzioni e di farsi valere come patrimonio non solo partitico, ma di tutta l’Italia. Un patrimonio fatto da un capitale umano che oggi più che mai, è pronto e determinato ad affrontare con serenità e serietà il tema degli sprechi politici, a partire dalle società pubbliche, fin troppo simili a stipendifici più che a strumenti volti a erogare servizi efficienti per il cittadino.”

 

Monza, 18 gennaio 2012



Duemiladodici: quando il gioco si fa duro, i giovani cominciano a farsi notare.

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Duemiladodici.
Un anno che, appena iniziato, sembra destinato a segnare un netto cambio di rotta.
O almeno destinato a restare come un anno potenzialmente simbolo di un qualcosa di nuovo che possa sparigliare le carte della politica.

Non bastavano i Maya, che con i presagi di disgrazie e sventure hanno terrorizzato (o quanto meno, fatto meditare) l’attuale generazione umana.
Non bastava la crisi economica che, ben lungi dal levare le tende dopo ben tre anni di permanenza nelle nostre case, sembra voler restare l’unica protagonista indiscussa dell’anno che verrà.
E a quanto pare non bastava nemmeno un tecnogoverno che, impossessatosi dalla sera alla mattina dello scenario pubblico italiano, ora é quanto mai deciso a far sparire del tutto quel che resta della politica italiana.

Bene. Se queste sono le premesse con cui abbiamo dato il benvenuto al nuovo anno, la mia natura ottimista mi fa pensare che, forse, non tutto il male vien per nuocere.

Perché se da un lato é inevitabile lasciarsi andare a pensieri deprimenti sullo stato attuale del nostro Paese (basti dare un’occhiata ai dati sulla disoccupazione, soprattutto giovanile e femminile, e sull’impoverimento dei ceti medio-bassi delle famiglie italiane), dall’altro é importante cercare il barlume di speranza che ci faccia capire che nonostante tutto, nonostante lo spread altalenante, nonostante il Pil in stallo, nonostante la Merkel e Sarkozy, qualcosa di buono nel nostro Paese si sta creando.

E io, questo barlume di speranza, lo vedo.
E non credo di soffrire di allucinazioni.
Lo vedo soprattutto su internet, nei blog, nei social network, dove un’intera generazione di venticinque-trentenni si sta muovendo, sta scaldando i motori per dare vita al più grosso ricambio generazionale che il nostro Paese abbia visto dalla seconda guerra mondiale in poi.
Un esercito di giovani donne e uomini che sta crescendo e si sta formando con la convinzione che quello che oggi non va in Italia debba essere cambiato, e al più presto, e che questo cambiamento non possa più essere delegato a qualcun altro.
Ognuno di questi ragazzi, e questa é la vera novità, si sta facendo promotore del cambiamento, passando da semplice spettatore o al limite “commentatore” a parte attiva e in prima persona di un profondo stravolgimento della politica italiana, a destra come a sinistra.

Ecco allora che il barlume di speranza non é più una semplice idea fumosa, dettata più dall’ottimismo che da una vera strategia, ma un progetto politico di rinnovamento che diventa realtà attraverso le parole e i fatti di questa nuova generazione di giovani che ci credono. Rottamatori, riformisti, tea-partisti, sono tutti esempi di quanto sia determinata quella che comunemente ed erroneamente viene definita “la classe dirigente del futuro” ma che, in realtà, sta diventando classe dirigente attuale e determinante per il futuro.

A tutti questi ragazzi, che conosco e che vedo all’opera, dico che grazie a loro, grazie a noi, il nostro Paese ha una chance in più.

É quindi arrivato il momento di agire, di raccogliere la sfida e di farci sentire.
Non solo attraverso la rete, nostra prima alleata, ma anche e soprattutto nelle strade, nelle piazze delle nostre città e, non dimentichiamocele, anche nelle sedi di partito o delle associazioni.

La strada non sarà facile e non troveremo mai chi ci aprirà le porte, ne’ nel mondo della politica, ne’ in quello del lavoro, e proprio per questo dobbiamo essere lucidi e coscienti di quello che ci aspetta: un 2012 difficile e impegnativo ma che, proprio per questo, sarà la cartina tornasole di quello che questa generazione é in grado di fare!

Buon lavoro, ragazzi!


Liberalizzare: un dovere per pochi, non per tutto.

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Ancora dieci giorni.

Solo dieci e l’Italia cambierà volto.

Come?

Grazie alle imponenti misure di liberalizzazione studiate dal tecnogoverno targato Monti.

E allora non ci sarà scampo, sembra promettere Antonio Catricalà, sottosegretario alla presidenza del consiglio.

Ma scampo per chi?

Ad oggi sembra che a tremare debbano essere farmacisti, taxisti e notai, ossia lavoratori estratti (oserei dire) a sorte per essere sacrificati sull’altare delle liberalizzazioni.

Ma siamo davvero certi che il risanamento dei conti dello Stato passi attraverso questa strana (a mio dire) decisione che, oggettivamente, poco ha a che fare con le priorità cui questo governo é stato legittimato a operare?

O meglio, siamo certi che sotto il capitolo liberalizzazioni l’Italia intera aspettasse di trovarsi questa proposta?

O forse si auspicava a una vera svolta a favore della liberalizzazione dei servizi pubblici, quei servizi oggi sostenuti dalle pubbliche amministrazioni a suon di carrozzoni, utili esclusivamente a stipendiare amici, parenti e “trombati” vari della politica e a creare buchi di bilancio da far impallidire quello dell’ozono.

Personalmente, come sostengo da troppo tempo ormai, speravo che un governo tecnico, libero da lacci e lacciuoli populisti, potesse davvero mettere mano al settore dei servizi pubblici, eliminando quelle società pubbliche o partecipate che ogni anno costano allo stato ( o agli enti locali, ma alla fine é sempre lo stesso cittadino che paga) senza, però, offrire reali servizi di qualità ed efficienza.

É evidente, purtroppo, che il canto della sirena ha ammaliato anche il tecnogoverno che, ogni giorno sempre di più, si sta mostrando molto attento all’immagine e troppo poco orientato a rispondere alle vere richieste del nostro paese.

In attesa di giorni migliori, o quanto meno di vedere quel che realmente succederà nel nostro Paese quando il decreto sarà legge, pubblico, nuovamente e a uso e consumo degli ottimisti come me, parte del testo che ha dato vita all’Ordine del Giorno presentato e accolto lo scorso 16 dicembre dal Governo Monti (ma se lo ricorderà?) in materia di liberalizzazioni dei servizi pubblici locali.

LIBERALIZZAZIONI DI MUNICIPALIZZATE ED ENTI PARTECIPATI

Nonostante siano diversi anni che i Governi (di ogni colore e schieramento) tentino di normare un effettivo processo che porti a una vera e propria liberalizzazione dei servizi locali, oggi, questo rappresenta ancora un obiettivo da raggiungere.

Già nel 1997 Napolitano e Vigneri firmarono un primo progetto in merito, poi fu il turno di Lanzillotta e infine arrivò il decreto Ronchi-Fitto.

Indipendentemente dagli sforzi fatti finora, é doveroso sottolineare come qualsiasi tentativo di riforma sia sempre stato ostacolato al fine di tutelare uno status quo che, nella stragrande maggioranza dei casi, non solo non garantisce la qualità dei servizi, ma soprattutto comporta un dispendio di risorse pubbliche che oggi potrebbero e dovrebbero essere meglio investite.

Proprio attraverso il decreto Ronchi- Fitto ci fu un primo vero tentativo di concepire un’inversione di marcia sul fronte dei servizi pubblici, attuando le direttive comunitarie in materia di concorrenza che impongono per tutti i servizi di interesse economico generale l’affidamento attraverso procedura concorsuale e limitando ad alcuni servizi specifici e ben identificati la possibilità di affidamento diretto o la gestione in house.

Obblighi comunitari, appunto, ai quali però si é parzialmente opposto il popolo italiano (influenzato da una campagna mediatica oscurantista e demagogica) che, bocciando la normativa sull’acqua attraverso il referendum abrogativo dello scorso giugno, ha offerto una formidabile sponda alle spinte conservatrici, imponendo una battuta d’arresto al processo di liberalizzazione in genere e dando il via ad un’inversione di tendenza in senso statalista.

Al di là di qualsiasi ideologia di base, é fuor di dubbio che oggi il nostro Paese si trovi a dover affrontare con serietà la questione: la gestione dei rifiuti, delle reti idriche ed energetiche e i sistemi di trasporto locale in particolare, ma anche i servizi culturali e assistenziali, devono oggi essere concepiti dagli enti pubblici in una nuova logica, rispondendo ai principi di trasparenza, efficienza, economicità e qualità.

Allo stesso tempo é indispensabile ribaltare la logica che fino ad oggi ha dominato lo scenario dei servizi, in base alla quale lo sviluppo di infrastrutture essenziali (come quelle dei trasporti o dei rifiuti) esclusivamente attraverso il ricorso a capitali pubblici.

SERVIZI PUBBLICI LOCALI (TRE) PROPOSTE CONCRETE

-Studio ed introduzione di misure in grado di disincentivare la gestione diretta (in house) di servizi pubblici, incentivando l’ingresso di privati tramite gara: una tendenza che, oltre a mostrarsi in sintonia con i dettami europei, inciderebbe in modo significativo sul miglioramento di efficienza ed economicità, oltre a garantire un risparmio di risorse per l’ente pubblico.

Introduzione dell’obbligo di dismissione da parte del Comune (o dei Comuni) delle quote di partecipazione delle società miste o pubbliche che presentano perdite di bilancio per più di due esercizi consecutivi (sono ipotizzabili limitatissime eccezioni legate all’erogazione di taluni servizi fondamentali, in un’ottica redistributiva, ma deve comunque essere spiegato prima e chiaramente – già a livello di voci di bilancio – come si intendono coprire le perdite, in modo che i cittadini sappiano cosa serve a coprire cosa).

Obbligatorietà della parametrazione dei costi dei servizi erogati dall’ente pubblico (o da società partecipate) ai costi standard misurati su corrispettivi servizi erogati da impresa privata.


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