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Giovani disoccupati ai tempi della crisi.

Se é vero che l’anno che sta per concludersi é stato particolarmente difficile per il mercato del lavoro in generale, é ancor più vero che siano stati i giovani e le donne, in particolare, a pagarne il conto più salato.

La mancanza di esperienze lavorative pregresse, i titoli di studi troppo “elevati”, il rientro post maternità sono solo alcuni esempi del perché i giovani e le donne, a fronte di un mercato del lavoro in fase di stallo, non riescano a collocarsi, se non attraverso formule contrattuali decisamente “curiose”.

Fino a che il mercato risponderà esclusivamente a logiche stantie, che quindi poco hanno a che fare con il merito, con la produttività e la competenza, non si avrà mai flessibilità ma solo precarietà.

Lungi dal voler dibattere sulla questione dell’articolo 18 in questa sede, credo però sia opportuno riconoscere che, in un momento di grave crisi come quello attuale, le aziende dovrebbero poter godere di forme di flessibilità non solo per eventuali assunzioni ma anche e soprattutto per eventuali dimissioni.

Chi continua a battere sul tema della precarietà giovanile oggi, non può permettersi il lusso di tacere sulla totale immobilità e sostanziale impossibilità di licenziamento da parte del mercato del lavoro di quanti, purtroppo, non concorrono al miglioramento delle performances aziendali e, di conseguenza, al miglioramento del sistema paese in generale.

Impossibilità di licenziare, nel privato così come nella pubblica amministrazione, oggi, significa non solo premiare ingiustamente chi non se lo merita ma anche e soprattutto impedire l’ingresso nel mondo del lavoro ai tanti, uomini e donne, che, invece, se lo meritano.

Per capacità, talento e determinazione.

Questa é la vera battaglia.

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Donne che vogliono cambiare il mondo

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Riporto un articolo, pubblicato da il Post, in occasione della consegna del Nobel per la pace.
Come già ebbi modo di scrivere quasi due mesi fa, la consegna di questo prestigioso riconoscimento per l’impegno civile a tre donne suscitò notevoli commenti.
Commenti non del tutto positivi, anzi, in qualche caso addirittura dubitativi sull’oggettiva opportunità di premiare ben tre donne contemporaneamente.

Al di là di qualsiasi pregiudizio, sui quali mi ero già abbondantemente espressa, reputo che la giornata di oggi sia una stata una giornata di festa dal sapore speciale, di democrazia e libertà per tutti, indipendentemente dal sesso di colui o colei che tengono alti questi due vessilli di civiltà.

La cerimonia da Oslo della consegna del premio a Ellen Johnson Sirleaf, Leymah Gbowee e Tawakul Karman

Lo scorso anno il premio fu attribuito all’attivista cinese Liu Xiaobo, che non poté ritirare personalmente il Nobel perché detenuto in carcere in Cina. Quest’anno l’importante riconoscimento è stato assegnato a tre donne per il loro impegno nella difesa dei diritti delle donne. Il Comitato norvegese per il Nobel della Pace ha motivato la scelta ricordando che «non possiamo raggiungere la democrazia e una forma di pace duratura nel mondo se le donne non possono ottenere le stesse opportunità degli uomini nell’influenzare lo sviluppo della società a tutti i suoi livelli».
Ellen Johnson Sirleaf è stata la prima donna a essere democraticamente eletta presidente in Africa. Dopo il suo insediamento nel 2006, ha lavorato per assicurare la pace in Liberia, promuovendo lo sviluppo dell’economia e della stessa società. Si è inoltre impegnata per il rispetto delle donne e dei loro diritti nel paese.
Leymah Gbowee è un’attivista liberiana e si è data da fare per mobilitare le donne appartenenti a diversi gruppi etnici e religiosi nella regione. Ha contribuito alla costruzione della pace in Liberia e si è battuta per dare alle donne il diritto di voto. Durante e dopo il periodo bellico nel paese, si è anche adoperata per aumentare il peso e l’influenza delle donne in molte aree dell’Africa Occidentale.
Tawakkul Karman è invece un’attivista, conosciuta per il suo impegno nel corso della cosiddetta Primavera Araba nello Yemen. Si è battuta per i diritti delle donne nel paese, chiedendo pace e democrazia al regime. Lo scorso gennaio era stata arrestata dalle forze yemenite con l’accusa di propaganda contro il governo. Fu liberata dopo due settimane e, intervistata dalla CNN, confermò l’impegno contro il regime del presidente Ali Abdullah Saleh, dicendo che quanto stava accadendo nel paese era stato ispirato dalla rivolta scoppiata in Tunisia che aveva portato alla caduta del governo di Ben Ali.


25 NOVEMBRE 2011. Basta un giorno per dire basta alla violenza?

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Oggi, 25 novembre é la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Una giornata che, in questo “civilissimo” 2011 potrebbe apparire anacronistica.
Anacronistica perché non dovremmo aver bisogno di una giornata per sensibilizzare e per dire basta alla violenza. Dovrebbe essere una lotta di civiltà condivisa da tutti, che dovrebbe essere data per acquisita.
Invece no.
Invece, nonostante l’anacronismo dei tempi, viviamo in un tempo (e scusate il gioco di parole) in cui la battaglia per la tutela della donna é ancora tutta da combattere e dunque ancora ben lontana dall’essere vinta.
Ecco allora perché una giornata simile deve essere ricordata, ma ancor più deve essere vissuta.
Vissuta non da chi già conosce il dramma della violenza, perché lavora come volontario, come legale o come psicologo.
Deve essere vissuta in primis dalle famiglie e soprattutto dagli uomini che, accanto alle donne, devono comprendere l’importanza della tutela delle proprie sorelle, figlie e madri ed essere loro vicine nel combattere questi episodi. Per far sì che le donne vittime di violenza non si sentano più sole, per far sì che questi episodi cessino di esistere.

Solo in questo modo potremo davvero vincere non solo questa difficile battaglia, ma soprattutto la guerra contro uno dei reati più infami ai danni delle donne: quello contro la dignità fisica e psicologica della persona.

L’impegno del Comune di Monza e dell’Assessorato alle Pari Opportunità

LA GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE
L’INTERVENTO DELL’ASSESSORE SASSOLI

L’importanza di una giornata come quella del 25 Novembre è un punto da cui ripartire per la lotta ad un fenomeno di grande attualità”-afferma Martina Sassoli,Assessore alle Politiche Giovanili e Pari Opportunità. “Un’occasione che nasce dall’esigenza di informare e sensibilizzare tutte quelle donne che, pur essendo vittime di soprusi fisici, psicologici ed economici, non riescono a uscire dall’ombra, nascondendosi dietro a pericolosi auto colpevolizzazioni.

Nel corso di questi quattro anni di mandato, sin da subito il mio Assessorato, ha affrontato il tema del ruolo della donna e della sua tutela nei diversi ambiti sociali, mettendo in campo e sviluppando sinergie con i diversi attori del territorio. Particolare attenzione è stata posta sul tema della violenza, dello stalking e sulla sua prevenzione, argomenti quanto mai attuali e all’attenzione dell’agenda politica.

Secondo l’ indagine “Gender Based Violence” infatti ogni 8 minuti in Italia una donna subisce violenza. Negli ultimi 12 mesi sono stati 74mila i tentati stupri. Una donna su 3 subisce una violenza fisica o sessuale nel corso della vita; 1 su 7 l’ha subita nell’ultimo anno.
In un’ottica di prevenzione del fenomeno, ogni anno dal 2008, a Monza, sono stati organizzati diverse edizioni di corsi di autodifesa che hanno visto la partecipazione di circa 200 donne in totale. Nel 2009 è stato siglato un Accordo con la Fondazione ANIA per la Sicurezza Stradale che collabora con il Ministero delle Pari Opportunità e che ha permesso la distribuzione sul territorio delle provincia di Monza e Brianza di 200 Scatole Rosa: uno speciale trasmettitore Gps dotato di un rilevatore che, in caso di incidente o pericolo, permette di richiedere automaticamente assistenza stradale. Dai dati trasmessi da Ania risulta che già nel primo anno di utilizzo del servizio la Centrale Operativa aveva ricevuto 145 allarmi ma senza mai prevedere l’ intervento delle Forze dell’Ordine. Le casistiche più diffuse di chiamata sono state l’avaria del veicolo e lo stalking.
Quest’ultimo tema è stato in particolare oggetto di successivi incontri, seminari e dibattiti nel corso delle diverse edizioni delle manifestazione Ottobre in rosa, giunta quest’anno alla sua quarta edizione. Incontri con le scuole tra cui quello denominato “I volti della violenza” nel 2009 a cui avevano preso parte tra i relatori anche il Capitano dei Carabinieri Dr. D’Ambrosio e la Dr.ssa Mimma Carta- Presidente del Cadom di Monza.

Nel 2010 proprio il 25 di novembre, in occasione delle Giornata internazione contro la violenza della donna, era stato organizzato un Convegno dal titolo “Stalking: riconoscerlo e difendersi” in collaborazione con Anci Lombardia nell’ambito di Risorse Comuni e che aveva avuto ospiti tra i relatori Silvio Scotti – esperto de il sole 24ore e dirigente superiore polizia locale di Milano; Monica Sala – avvocato penalista del foro di Monza e Claudia Cazzaniga – psicologa e psicoterapeuta dell’Associazione C.a.do.m.

Sempre in collaborazione con il centro donne maltrattate è stata porta avanti una campagna di sensibilizzazione attraverso la raccolta firme a sostegno dei centri antiviolenza ed alle strutture pubbliche e private finalizzato ad ampliare il numero di servizi offerti alle vittime la cui incolumità sia particolarmente a rischio e per l’apertura di centri antiviolenza a carattere residenziale nelle aree dove è maggiore il gap tra la domanda e l’offerta.

Il delicato tema della violenza è stato anche oggetto di confronto e discussione nell’ambito dell’educazione all’affettività promossa dai centri giovani coinvolti nel progetto presso le loro sedi. Incontri che hanno visto l’intervento di operatori specializzati della Asl.

Con l’obiettivo di educare i giovani all’affettività e accompagnarli nella loro crescita, aiutandoli ad affrontare temi complessi quale il diventare grandi, il cambiamento dei riferimenti, la nuova relazione con i genitori, il rapporto con il gruppo dei pari, l’autostima, la sessualità, la scoperta di sé, del proprio corpo e di quello dell’altro, la gestione delle emozioni, la contraccezione, i comportamenti a rischia, è stato realizzato l’opuscolo in collaborazione con l’Azienda Sanitaria locale “ TI AMISSIMO, MI AMISSIMO – 18 pagine per sopravvivere ai tuoi primi 18 anni”.
Una possibilità di riflessione e di informazione “accompagnata” sul tema del diventare grandi e uno strumento di orientamento ai servizi, utile per avere sempre punti di riferimento in questo avvincente percorso di crescita.

Questi interventi attivi non sarebbero stati tuttavia possibili senza il prezioso contributo degli enti, delle associazioni e di tutte quelle agenzie che a vario titolo si occupano del fenomeno, spesso sommerso, e che si consuma tra le mura domestiche e in presenza di minori come è emerso da un altro convegno organizzato nell’ambito dell’edizione 2011 della rassegna Ottobre in rosa dal titolo “Giù le mani dalla mamma”.

In ultimo, ricordo che anche quest’anno il Cadom ha organizzato, in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne uno spettacolo teatrale dal titolo” “La Momola Menardi- una nessuna e centomilaValeri” presso il Teatro Villoresi alle ore 21.00 e che il mio Assessorato ha sostenuto con grande entusiasmo.

L’Assessore conclude lanciando un chiaro segnale di sostegno a favore di quelle donne vittime di violenza ricordando che “non sono sole ma che esiste un cordone di sicurezza, fatto di enti, associazioni e volontari, pronto a far loro da scudo nel difficile cammino che finalmente le possa portare fuori dall’incubo quotidiano della violenza


Alla ricerca della paternità perduta. O mai avuta?

Ecco il testo integrale del mio editoriale pubblicato sul numero di novembre di MonzaClub sul tema della genitorialità del Duemila.

So già che in molti storceranno il naso. Che bolleranno la questione come pura provocazione femminile se non addirittura femminista.
E quindi, fine a se stessa.
La realtà, invece, ci mostra una fotografia ben diversa dal passato sulla nuova paternità.
Mi si obietterà che la paternità, di per se’, non è questione nuova.
Ma di sicuro lo è se si considerano le dinamiche che oggi rendono la genitorialità diversa rispetto al passato, diversa come contesto ma anche come tempi.
Quel passato lontano in cui era la madre a farsi carico di tutti gli aspetti della vita della progenie: dalla nascita all’educazione, dall’andamento scolastico ai consigli relazionali, era come se la crescita di un bebè fosse praticamente appannaggio unico ed esclusivo di chi l’aveva messo al mondo, salvo rare eccezioni costituite dagli aspetti piú “mascolini” dell’esistenza del figlio. La scelta del lavoro o l’accensione di un mutuo, ad esempio, erano (ma lo sono tutt’ora) i canonici temi su cui il padre aveva piena diritto ad esprimersi, mentre la donna, più portata per altre questioni, doveva fare un passo indietro.
Bei tempi, potrà pensare qualcuno più o meno ironicamente, quando le donne stavano a casa a fare le mamme. I bambini crescevano sani e con sani principi e i papà portavano davvero i pantaloni.
Oggi, invece, che succede? Succede che le donne si sono messe in testa di lavorare. Di perseguire una carriera professionale, in linea con le proprie capacità, con la propria formazione, seguendo le proprie aspirazioni.
E fin qui tutto va bene. Ma, con l’arrivo della maternità, allora no, il discorso cambia. Perché una donna, prima di tutto, è mamma e quindi deve mettere da parte l’ambizione e indossare i panni della casalinga. Senza nulla togliere a chi compie l’importante scelta di fare la mamma a tempo pieno, rimarco che questa dovrebbe essere, appunto, una scelta. Non un’imposizione dal compagno o dalla famiglia, e tantomeno frutto di una chiusura del mercato del lavoro che oggi considera le lavoratrici mamme meno affidabili di quelle “non mamme”.
Meno affidabili perché, si sa, quando arriva un bambino cambia tutto, la disponibilità di tempo, la propensione e la dedizione al lavoro, ma soprattutto cambiano le priorità. Come mai questo accade solo alle donne? Avete mai sentito di un lavoratore uomo di cui si dica lo stesso?
A me non è mai capitato.
Il perché è presto detto. Perché nonostante i tempi siano cambiati e il lavoro femminile sia diventato ormai da tempo una realtà oggettiva, quello che non cambia è la propensione dell’uomo a sentirsi totalmente padre, ad assumersi la propria quota del 50% di responsabilità. Fifty-fifty non solo in termini di crescita ed educazione, ma soprattutto di presenza e quindi di tempo.
È come se nulla fosse cambiato rispetto a cento anni fa. Il bambino resta principalmente un affaire da donne, soprattutto nei primissimi anni di vita.
Ma siamo davvero così certi che la monogenitorialità sia un bene? Non sono una pedagogista ma a occhio e croce direi di no, soprattutto per il bambino.
Ma non è un bene nemmeno per la donna che, oltre al “proprio” ruolo di mamma lavoratrice, deve assumere i panni “impropri” anche del papà se e quando questo non c’è.
Anomalia simile ma forse ancor più d’impatto perché a parti invertite è quella del “mammo“, frequente in quei casi in cui il ribaltamento di ruoli ha portato la donna ad essere “più” in carriera dell’uomo e quindi meno presente sul fronte familiare. Un’anomalia, appunto, esattamente come quella della mamma factotum.
Con un’unica differenza. Che la mamma factotum è una tradizione, soprattutto nell’immaginario collettivo italiano. E come tale, difficilissima da rimuovere.
Ma nonostante la difficoltà, credo che anche per gli uomini sia arrivato il momento di rivendicare con forza quella che ogni tanto è scambiato solo per un dovere e non anche come un meraviglioso diritto.

Ps. Per dovere di cronaca, è chiaro che ho dovuto generalizzare e fare di tutta l’erba un fascio. Non me ne vorranno quei padri che stupendamente hanno saputo accettare il proprio ruolo con consapevolezza e con responsabilità. Ma sono sicura che non me ne vorranno perché anche loro sanno di essere delle rare ( anche se eccezionali) mosche bianche.


Il Nobel della discordia

“Il Nobel per la pace potrebbe essere considerato discriminatorio”.

Ci mancava solo questa.

Stamattina quando ho letto questa frase su un noto quotidiano italiano, pensavo di aver letto male.

Quindi l’ho riletto.

Ma, ancora perplessa, mi sono ripromessa di rimandare a un approfondimento pomeridiano dopo i vari impegni della giornata, perchè convinta di non aver bene inteso, anzi, di aver frainteso quanto scritto.

Una volta tornata a casa, con calma e armata di pazienza, mi sono dedicata all’analisi logica e grammaticale dell’articolo in questione, sperando così di poter afferrare il perchè un Nobel dovesse essere considerato discriminatorio.

Ma soprattutto perchè dovesse venire in mente a qualcuno di pensarlo. E di scriverlo.

Le motivazioni, sostanzialmente, si rifanno al fatto che, per la prima volta, un Nobel sia stato concesso a tre donne simultaneamente.  Tutte e tre impegnate sul fronte della battaglia per i diritti civili del proprio paese.

Ebbene, la domanda di base è perchè a tre donne e non per esempio a un uomo e due donne. O a due uomini e una donna?

E a questo punto mi sorge automaticamente il dubbio: e se fosse stato dato a tre uomini, allora? Ci sarebbe stato lo stesso scrupolo di discriminazione? Non mi pare, visto che è successo in svariate occasioni che un Nobel per la Scienza venisse consegnato a un’équipe costituita da soli maschietti.

Come si fa, di fronte a un premio che riconosce (RICONOSCE!!!) il merito, l’impegno, il coraggio e la dedizione di Ellen Johnson Sirleaf, Leymah Gbowee e di Tawakkul Karman, tre donne che si sono battute per la libertà e la democrazia del proprio paese di origine (Liberia e Yemen), a sollevare il dubbio che questo derivi da una scelta di genere, anzi per dirla meglio e per essere politically uncorrect, di sesso?

Ho veramente i brividi solo a pensare che qualcuno possa davvero sostenere che questo Nobel segua la scia dell’ormai diffuso quanto ipocrita meccanismo dell’esaltazione della donna solo in quanto tale.

E, sinceramente, anche se questo importante (obsoleto, direbbe qualcuno) riconoscimento avesse voluto rispondere a una sempre più insistente battaglia per la parità uomo-donna, non ci troverei assolutamente nulla di male: alla fine, queste tre meravigliose donne rappresentano il vero cambiamento. Rappresentano il merito. Rappresentano il coraggio. Rappresentano tutte coloro che, nel loro piccolo e nella quotidianità, apportano silenziosamente il proprio contributo per migliorare la società.

Rappresentano, infine, tutte quelle donne che, in passato, il Nobel se lo meritavano ma che per motivi di vera discriminazione sessista, non l’hanno mai ricevuto.

Piantiamola, dunque, di vedere il marcio dove proprio non c’è.

Piantiamola con la strategia dell’insinuazione e del dubbio.

Piantiamola di porre sempre e comunque la battaglia dei sessi al centro di ogni questione.

La vera battaglia è un’altra.

E queste tre persone ce l’hanno dimostrato. Anche se sono solo donne.


Se Ottobre è veramente Rosa

Finalmente ci siamo! Con un clima che farebbe pensare al 1 di giugno anziché al 1 ottobre, si è aperta ufficialmente la quarta edizione di  “Ottobre in Rosa”, la grande manifestazione ideata e promossa dall’Assessorato alle Pari opportunità del Comune di Monza, in collaborazione con oltre 25 partner del territorio, dedicata al mondo delle politiche di genere.

Oggi è stato il giorno del debutto, con due importanti appuntamenti pubblici: prima in Piazza Trento per il progetto“In viaggio per la salute” con l’associazione Qui donna SiCura, abbiamo inaugurato la due giorni (oggi e domani) di prevenzione e informazione sul benessere della donna. Un servizio che ha dato la possibilità a oltre 100 monzesi di avere un contatto diretto con chi si occupa giornalmente di cura del tumore al seno, una malattia che, ancora oggi, purtroppo colpisce una donna su dieci ma sulla quale si hanno migliori possibilità di riuscita grazie proprio alla prevenzione.

Cento donne, dicevo, che nella sola giornata di oggi si sono affidate ai consigli del Professor Greco, primario del reparto di senologia dell’Ospedale San Gerardo di Monza, e del dottor Giovanazzi che con dedizione, pazienza e grande disponibilità si sono prestati all’esperimento di voler, per una volta, portare la medicina tra la gente, abbandonando camici e ferri del mestiere e salendo su un camper che li portasse door to door a fornire risposte chiare ed efficaci.

Un esperimento che ha funzionato, dunque, e che ha portato a compiere qualche passetto in più nella giusta direzione: sensibilizzare le donne, tutte, ma in particolare le giovani e giovanissime a un tema, quello della cura di sé e della propria salute, ancora oggi troppo sottostimato.

E in questa splendida giornata, un altro appuntamento ha dato il là a Ottobre in Rosa: se è vero che questa grande manifestazione è a 360 gradi dedicata alle pari opportunità e delle politiche di genere, non poteva di certo mancare il filone culturale!

L’inaugurazione della mostra “Colori d’Autunno nel Parco e nell’anima: visione di donna” , realizzata grazie all’impegno dell’associazione La Chiocciola Blu, è stata, infatti, l’occasione per soffermarsi a riflettere sui molteplici aspetti della vita vissuta al femminile. Opere pittoriche che, attraverso una reinterpretazione di tre artisti, hanno saputo enfatizzare il ruolo della donna nei suoi diversi passaggi in chiave onirica.

L’apertura del vernissage è stato anche il momento per la consegna del primo pettorale della “StraWoman“, la marcia non competitiva  del 16 ottobre organizzata e fortemente voluta dall’associazione Oliva Rosa, in collaborazione con Single Events, per  sottolineare  l’importanza del ruolo femminile nella società, nonostante il quale, le donne trovano ancora forti resistenze per affermarsi.

Alla fine di questa prima giornata non posso che dirmi soddisfatta. Soddisfatta perché vedo attorno a me tante, tantissime persone, donne e uomini, che attraverso il proprio operato quotidiano riescono ogni giorno di più a scalfire quel muro che purtroppo ancora oggi divide uomo e donna.

Soddisfatta perché vedo l’entusiasmo contagiante di queste persone, in grado di coinvolgere e invogliare a riflettere su questi temi.

Soddisfatta perché insieme , finalmente, vediamo una città che non guarda più con circospezione parole come pari opportunità, politiche di genere o conciliazione, ma che inizia a considerarle come serie politiche di sviluppo e di crescita.

Se queste sono le premesse di Ottobre in Rosa 2011… allora il futuro non può essere che un pochino più  roseo.


Pari opportunità fa rima con pari dignità

Questa mattina ho avuto l’onore di partecipare alla conferenza stampa per la presentazione dei Giochi Interregionali di Tennis organizzati dal Circolo Tennis Monza e da Special Olympics Lombardia. Un evento che si svolgerà a Monza dal 7 al 9 di ottobre e che permetterà agli atleti “speciali” di mostrare come la disabilità intellettiva non debba essere considerata un ostacolo per raggiungere gli obiettivi più difficili, anche in ambito sportivo, ma che al contrario, l’unico vero ostacolo sia la mancanza di volontà.

Ecco il testo del mio intervento, che vuole sottolineare il ruolo impagabile dell’associazionismo quale vero motore trainante per garantire il pieno sviluppo di politiche di pari opportunità.

“La dedizione, l’impegno, la passione che hanno portato il Tennis Club di Monza ad organizzare la I edizione dei giochi Regionali di Tennis Special Olympcs della Lombardia, è motivo di orgoglio per il nostro territorio” -afferma Martina Sassoli- Assessore alle Politiche Giovanili e alle Pari Opportunità del Comune di Monza.
“Un impegno nel quale abbiamo creduto sin dal principio con il progetto “ Il Tennis per un Sorriso” e che abbiamo voluto sostenere nel tempo perché esempio di come l’associazionismo locale sia sempre foriero di iniziative di inestimabile valore sociale, ancor prima che sportivo.
I benefici derivanti dallo sforzo atletico, infatti, insieme ad una complessiva gratificazione personale, determinata dai momenti di integrazione e socializzazione che lo sport offre, rappresentano gli obiettivi che il Tennis Club Monza si pone e che come Amministrazione vogliamo supportare.”

La rilevanza che si è data al tempo libero come aspetto importante nell’educazione ed integrazione delle persone disabili risale a tempi recenti. Fino a qualche anno fa, infatti, la quasi totalità degli studi e dei programmi educativi attribuivano una netta priorità ad altre problematiche, come la riabilitazione e l’inserimento scolastico e lavorativo, considerate più pressanti e ritenute garanti di un soddisfacente livello di benessere. Questa impostazione ha limitato l’integrazione delle persone disabili escludendo da altri ambiti comunque rilevanti quali lo svago e lo sport. Da ciò deriva la necessità di iniziare a collocare il tempo libero al centro di qualsiasi progetto di formazione ed integrazione delle persone con disabilità.

L’Assessore Martina Sassoli conclude affermando che “l’attenzione di questo Assessorato verso l’universo delle pari opportunità è costante ed è stato sottolineato anche in occasione dell’inaugurazione della quarta edizione di Ottobre in Rosa 2011. Il nostro obiettivo, così come dimostrato dall’ampio calendario di iniziative rivolte non solo alle donne ma anche alle fasce più deboli della popolazione quali i disabili, gli stranieri e i carcerati presenti sul nostro territorio, è quello di promuovere una cultura di “pari dignità”, in termini di possibilità e accessibilità per tutti, nel rispetto delle specificità e specialità di ciascuno.

 

Più info su Special Olympics Tennis Monza


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