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L’Appartenenza, l’Orgoglio e il Pregiudizio. Da Berlusconi alla Bocconi.

Ho appena finito di leggere su un blog un accorato racconto sul tema “l’orgoglio di essere bocconiano”, scritto ovviamente da una bocconiana e suggeritomi da un amico che, altrettanto ovviamente, è bocconiano come me.

Una pagina semplice, diretta, quasi banale per chi ha davvero l’orgoglio dell’imprinting Bocconi.

A chi invece non ce l’ha, potrebbe apparire fastidiosa, oppure essenzialmente insulsa.

Qualcun altro ancora, la bollerebbe come un’autocelebrazione di un’élite chiusa in se stessa e comunque fine a se stessa.

E questo non farebbe che rafforzare l’opinione che mi sono fatta sull’identitarismo, ovvero su quella straordinaria capacità aggregativa che l’appartenenza a qualcosa è in grado di scatenare.

L’appartenenza, appunto.

Appartenere significa far parte, essere dentro al cerchio. E, automaticamente, chi non ne fa parte é ovviamente escluso.

Chi é dentro, quindi, cosa prova? Orgoglio.

Chi ne é fuori? Invidia? Rancore? Disinteresse? forse sì. Ma quasi certamente Pregiudizio.

E allora ecco che si scatenano le nuove “guerre ideologiche”, tra chi è dentro e chi è fuori.

Tra Mario Monti, espressione del mondo Bocconi e di tutti i bocconiani che in qualche modo si sentono rappresentati, e chi invece bocconiano non é e che dunque non capirà mai cosa l’essere bocconiano significhi.

L’orgoglio e il pregiudizio, dunque sono due facce della stessa medaglia. Medaglia che non si limita all’ambito universitario o ancor più facilmente (anche se decisamente meno qualificante) a quello calcistico.

Forse a causa della mia insanabile  deformazione politica, l’esempio più lampante del dualismo orgoglio-pregiudizio è dato dall’appartenenza partitica.

Per anni abbiamo assistito alle dimostrazioni di rappresentanti dell’estrema destra e dell’estrema sinistra proprio in virtù di quell’orgoglio di appartenenza a un ideale forte, derivante dalle grandi ideologie che hanno fatto la storia (anche i capitoli più tristi) del Novecento. E, nel bene e nel male, si trattava di un sentimento di appartenenza puro, perchè carismatici erano i personaggi storici di riferimento. Penso a Giorgio Almirante e a Palmiro Togliatti, senza voler scomodare Mussolini o Lenin. In epoca più recente, anche a Bettino Craxi, Fausto Bertinotti e per certi versi a Umberto Bossi, ispiratori di movimenti che hanno fatto dell’identitarismo un vero pilastro del proprio programma politico, va riconosciuta una leadership importante.

Ma è indiscusso che il grande aggregatore di massa degli ultimi vent’anni sia stato Silvio Berlusconi.

Un aggregatore capace di attirare a se’ migliaia di giovani militanti, così come di milioni di elettori.

Un personaggio che ha saputo creare quello stesso spirito di appartenenza che solo i grandissimi del passato hanno saputo stimolare. Un leader carismatico che ha dato vita al fenomeno del berlusconismo, non solo come filosofia dei berluscones o della BerlusconiGeneration, ma come vera e propria attitudine personale orientata al positivismo, alla concretezza e alla razionalità. Una filosofia che, politicamente, ha subito un grave stop con le dimissioni da Presidente del Consiglio dello scorso 12 novembre, ma che rimane ben impressa in tutti quelli che sono cresciuti con lo “spirito del 1994“, in cui i valori di democrazia, libertà e autodeterminazione  sono tornati ad essere prioritari nell’azione politica.

Non tutti capiranno questa mia riflessione. In molti, probabilmente la criticheranno o peggio.

E sarà l’ennesima dimostrazione di come e quanto Berlusconi abbia tracciato una netta linea di demarcazione tra chi fa parte del “cerchio”  e chi no. Tra chi ha l’orgoglio di appartenere a un progetto politico che lui ha creato, e chi invece, autoescludendosi, lo rifiuta e, anzi, lo demonizza.

Gli insulti rivolti dalla piazza a Silvio Berlusconi e a tutti i militanti del centrodestra stretti attorno a lui lo scorso week end sono solo il classico, seppur antipatico e deplorevole, esempio di come reagisce una sinistra che, orfana di grandi leader carismatici e ispiratori, non abbia più né orientamento né orgoglio, ma solo rabbia e pregiudizio.

Rabbia di non appartenere a nulla, pregiudizio per chi, invece, ha trovato la propria identità.

 

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TUTTI GLI UOMINI (E TRE DONNE) DEL PRESIDENTE MONTI

Ecco la lista dei ministri letta dal presidente del Consiglio Mario Monti dopo aver sciolto la riserva al Quirinale:

ministero dell’Economia e delle finanze: Mario Monti

ministro dell’Interno: Anna Maria Cancellieri

ministro della Giustizia: Paola Severino

ministro degli Esteri: Giulio Terzi di Sant’Agata

ministero del Lavoro e delle politiche sociali, con delega alle Pari Opportunità: Elsa Fornero

ministero dello Sviluppo economico, delle Infrastrutture e dei Trasporti: Corrado Passera

ministero delle Politiche agricole e forestali: Mario Catania

ministero della Sanità: Renato Balduzzi

ministero dell’Ambiente: Corrado Clini

ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca: Francesco Profumo

ministero per i Beni e le attività culturali: Lorenzo Ornaghi

ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio: Corrado Clini

Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio: Antonio Catricalà

Ministri senza portagoglio:

Affari Europei: Enzo Moavero Milanesi

Turismo e sport: Piero Gnudi

Coesione territoriale: Fabrizio Barca

Rapporti Parlamento: Piero Giarda

Cooperazione internazionale e integrazione: Andrea Riccardi.


chi sono i traditori

I Fli-nstones- ossia quelli che credono di stare ancora nella Prima Repubblica

Claudio Barbaro;

Italo Bocchino;

Giulia Bongiorno;

Carmelo Briguglio;

Giuseppe Consolo;

Giorgio Conte;

Benedetto Della Vedova;

Aldo Di Biagio;

Francesco Divella;

Gianfranco Fini;

Fabio Granata;

Donato Lamorte;

Nino Lo Presti;

Roberto Menia;

Chiara Moroni;

Luigi Muro;

Angela Napoli;

Gianfranco Paglia;

Carmine Santo Patarino;

Flavia Perina;

Franco Proietti Cosimi;

Enzo Raisi;

Alessandro Ruben;

Deodato Scanderebech;

Daniele Toto;

Mirko Tremaglia.

I Democristiani dell’ultimo minuto- ossia quelli svolazzati all’Udc

Alessio Bonciani

Gabriella Carlucci

Ida D’Ippolito

Gabriella Mondello

Deodato Scanderebech

E infine, i traditori dell’8 novembre

Roberto Antonione

Fabio Fava

Gennaro Malgieri

Giustina Destro

Calogero Mannino

Luciano Sardelli

Santo Versace

Francesco Stagno D’Alcontres

Giancarlo Pittelli

Franco Stradella


Governi, governicchi e governucoli.

Con la nomina di Mario Monti a Senatore a vita, siamo quasi al terminal. Sì sì, proprio il terminal. Quello di (ri)partenza, si spera, sul fronte economico, ma anche di arrivo, su quello politico.
Questa nomina dovrebbe, infatti, essere propedeutica per servire su un piatto d’argento una soluzione di governo immediata una volta approvata la legge di stabilità prevista per domenica sera e comunque prima della riapertura dei mercati lunedì.
Ossia prima che l’Italia intera sia sbranata viva dagli sciacalli della speculazione internazionale, come ci spiegano le menti illuminate ( ma fino a ieri questi dove stavano? Non potevano avvisarci prima? Ah, no. Prima erano troppo intenti a giochicchiare al tiro a segno contro Berlusconi).

Dicevo, SuperMonti in pole per essere protagonista assoluto di questa Mission Impossible versione maccheronica che si chiama “governo tecnico”.

Già il termine mi fa rabbrividire, ma passo oltre perché il caos collettivo ha spinto anche me a riconsiderare l’ipotesi di un esecutivo “tecnico” sotto la luce della necessità nazionale per salvaguardare la nostra economia.
E qui mi fermo. Perché quello che oggi qualcuno richiede a gran voce in nome della salvezza dell’Italia, altro non è che l’esautorazione più totale della politica.
Con i governi di ammucchiata (e voglio proprio vedere nel lettone di Monti in quanti davvero si infileranno, anzi, infilerebbero…) non solo si fa carne di porco delle scelte dell’elettorato, ma, come se questo non bastasse, si commissaria la classe dirigente di una paese intero. Non un partito. Non una maggioranza. Ma proprio tutta la classe politica. E non venga in mente a nessuno di tentare di autoescludersi, perché in questo orrendo epilogo “tecnico” ci siamo infilati per colpa di tutti, maggioranza e opposizioni, e dell’incapacità più totale di trovare non dico un’intesa, ma quanto meno un minimo punto di convergenza in nome dell’Italia.
E nella graduatoria delle responsabilità, ancora più colpa, anzi stracolpa ce l’hanno quei soggetti ricattatori e non solo traditori che all’ultimo secondo hanno fatto collassare un Governo politico ( e quindi degno di una G maiuscola, a differenza dei governicchi) democraticamente eletto e con esso un Paese intero.
Perché questi non hanno tradito solo Berlusconi. Non solo un partito. Non solo l’elettorato.
Questi hanno tradito l’Italia intera.
E sinceramente anche la politica stessa, permettendo con le proprie scelte di commissariare la guida del paese.
A queste comparsucole ricordo che l’essere un Deputato della Repubblica non comporta solo (tanti) diritti (ormai trasformatisi in privilegi), ma anche e sopratutto doveri: il dovere a rappresentare gli elettori nelle sedi decisionali così come il dovere di compiere delle scelte nell’interesse del Paese. Nell’interesse dell’Italia e non nell’interesse personale. E forse è questo il passaggio che è mancato, che probabilmente non hanno trovato nel bigino del “nuovo Onorevole”.
Ora questi, ma non solo questi, ci hanno portato al punto di non ritorno. Talmente non ritorno che per disperazione siamo quasi convinti che un governicchio possa essere una carta da giocarsi presto e subito per evitare il baratro.
Ora ci dicono che non è il momento di andare a elezioni.
Ci dicono che l’Italia ne soffrirebbe troppo.
E noi siamo quasi disposti a crederci.
Pappiamoci le misure d’urgenza e stiamo zitti.
Ma per favore, che stiano zitti anche e soprattutto quelli che ci ha portato a questa situazione.
Fateli tacere.
E ricordiamo i loro nomi.
Perché una volta usciti dal tunnel ( non si sa né come né quando) dovremo avere ben presente quelli che oggi ci hanno ridotto così.


Il tesseramento ai tempi della Seconda Repubblica. Quando i giochini non “pagano” più.

A poco meno di una settimana dalla chiusura della campagna adesioni al PdL 2011, credo sia doveroso fare delle precisazioni.

Precisazioni come donna di partito, appassionata di Politica (quella con la P maiuscola, intesa come azione di volontariato “interessato” al bene pubblico), così come giovane militante che ha la presunzione di pensare di poter, con il proprio apporto, contribuire al miglioramento del proprio movimento… e del proprio territorio.

Su questo tesseramento se ne sono dette di tutti i colori.

Dal ritorno dei “signori delle tessere”, redivivi personaggi mitologici del PSI e DC, al ritorno della fastidiosa compravendita delle truppe cammellate. C’é chi ha urlato allo scandalo per aver scelto un meccanismo obsoleto e rischioso, e chi, dall’altra parte della barricata, invece festeggia perché con una buona dose di fondi, riesce ad appropriarsi del partito, almeno a livello territoriale.

Dato che sono una di quei “giovani” nati (politicamente parlando) nella Seconda Repubblica, i signori delle tessere non so nemmeno che faccia abbiano. Forse me li immagino, ma non ho mai avuto la fortuna (o sfortuna) di verderli all’opera.

Allo stesso modo, non ho mai visto i famosi e famigerati congressi dalle “sedie volanti”, per intenderci quelli in cui il confronto tra correnti di sovente si trasformava in scontro fisico.

Per me la parola “congresso” ha un’accezione quantomeno aleatoria, e qualora io stessa ne sia stata testimone, si trattava di congresso per acclamazione.

Dettagli da addetti ai lavori, direte voi.

Invece no.

E lo spiego subito.

Il tesseramento, nel bene e nel male, con evidenti difetti ma allo stesso tempo con significativi pregi, ha, almeno per noi “passionali”, una valenza speciale: avere l’opportunità di contarsi, di riuscire a far emergere il dato quantitativo- almeno quello- delle persone che si sentono rappresentate da noi stessi, dalla nostra passione, dalla nostra presenza.

Perché la verità è che in un momento di debolezza come quello attuale, debolezza della classe politica in generale e del PdL IN PARTICOLARE, riuscire a tesserare amici e conoscenti significa una cosa sola: che queste persone hanno fiducia in noi.

Ed ecco, allora, che attraverso questo travaso di fiducia, o meglio questo atto di ultima fiducia, emerge anche il dato qualitativo del nostro operato. Perché se il nostro operato, se la nostra presenza nel quadro politico locale non fosse riconosciuta come di valore, nessuno ci darebbe il consenso a tesserarsi.

Nel momento in cui caddero le grandi ideologie del passato, cadde a picco anche la fiducia nelle strutture dei grandi partiti, nelle nomenklature, sostituite successivamente dai singoli frontman di successo: da Berlusconi a Bertinotti, da Casini a Veltroni, fu la politica della personalizzazione a impadronirsi dello scenario italiano negli anni Duemila.

Oggi, al contrario, si torna ad avvertire l’esigenza del politico della porta accanto, quella politica fatta di rapporto umano più che di proclama televisivi. Quella politica door to door, piazza dopo piazza, che tranquillizza e rasserena l’elettorato perché l’elettore stesso conosce la persona cui sta dando la fiducia.

Ecco allora perché il tesseramento, oggi, ha per me un significato valoriale particolare. Per ogni tessera che ognuno di noi porta, si deve associare il volto di quella persona che ha firmato e che ci ha dato fiducia.

Fiducia affinché il partito cambi.

Fiducia affinché la politica stessa cambi. E per far questo, prima di tutto, serve che le persone stesse cambino modo di operare. Serve che si giochi pulito.

Nell’interesse dell’elettorato, nell’interesse del partito. Nell’interesse di tutti noi. 

Le persone che ci hanno dato fiducia in questi giorni, in queste settimane ci stanno lanciando un messaggio preciso che, oggi più che mai, assume un determinato significato: basta con i giochini, basta con i ricatti, ricominciamo a fare politica.

Quella vera, quella con la P maiuscola.

D’altronde, che ci piaccia oppure no, non siamo più nella Prima Repubblica.

E’ arrivata l’ora di capirlo. E di agire di conseguenza.


Calma piatta.

Sei giorni fa era tutto uno sdegnarsi collettivo.
Chiunque, dal grande statista ( o sedicente tale) al più semplice uomo di strada (nell’accezione migliore del termine), condannava i gravi episodi accaduti a Roma come atti di violenza inaudita e inaccettabile per un paese civile.
Per due giorni, telegiornali e media in generale hanno dato ampio spazio alle vicende, riproponendo desolanti immagini della Capitale messa a ferro e fuoco da gruppi di “facinorosi estremisti” e garantendo ampio spazio alle dichiarazioni del mondo politico, unanimemente sdegnato.
Poi è arrivato il momento dei primi arresti: i 12 fermi, la cui convalida è arrivata ieri, avrebbero dovuto placare la sete di vendetta di quell’Italia indignata pronta a condannare, nel migliore dei casi, ai lavori forzati i responsabili dell’operazione “distruggiamo Roma”.
Seppure i lavori di indagine proseguano, sembra però che la fame di giustizia (che non sempre si accompagna alla sete di vendetta di cui sopra) sia già stata saziata.
Sarà che nelle ultime 24 ore altri grandi avvenimenti hanno scosso l’umanità intera e di conseguenza il nostro paese, la morte di Gheddafi in primis ma anche Ignazio Visco (da non confondere con Vincenzo Visco, l’ex Ministro tuttotasse) a capo di Bankitalia non lo sottovaluterei, ma di black bloc o di quei “facinorosi estremisti” si parla molto meno.
Anzi, non se ne parla quasi più. Se anche la poppante neoinquilina dell’Eliseo, Dalia Sarkozy, riesce ad accaparrarsi un minutaggio superiore nei tg e a occupare centimetri e centimetri di articoli sia cartacei che sul web, vuol dire che l’attenzione mediatica ha abbandonato del tutto l’argomento.
Basta.
Roba vecchia. Inutile parlarne ancora. Almeno fino al prossimo episodio.
E così le piazze deturpate, le macchine incendiate, le madonne calpestate finiscono nel dimenticatoio. E chi urlava “vergogna” settimana scorsa, oggi, probabilmente, sta già concentrando il proprio sentimento di schifo su qualcos’altro.
Magari proprio sulla morte di Gheddafi.
A distanza di nemmeno sette giorni, dunque, calma piatta.
Tranne, ovviamente, per tutti quelli che invece sono stati vittime “vere” degli scontri di sabato.
I proprietari dei negozi, delle automobili, i residenti di quelle strade teatro della devastazione.
Quelli no, non si sono stancati di urlare il proprio sdegno e il proprio sconforto.
O forse hanno smesso di farlo perché non c’è più nessuno che li ascolta.
Non c’è più nessuno che li affianca. Che li supporta. Che fa massa critica e che insieme a loro dovrebbe essere in prima linea per far sì che episodi del genere non si ripresentino in futuro.
Ma a ben vedere, lo dicevo qualche giorno fa su Twitter (ormai mia valvola di sfogo…), le vittime di sabato non sono solo i romani.
Le vittime sono tutti gli italiani che hanno assistito senza poter fare nulla allo sfracello di una città simbolo dell’italianità, della nostra cultura, della nostra tradizione.
Una città che, guarda caso, è la capitale d’Italia, simbolo quindi di tutta la nostra patria, intesa come stato ma soprattutto come nazione.
Volendo usare un eccesso, quando nel 2001 vennero abbattute le Twin Towers, tutti gli Stati Uniti, compattamente, si sentirono offesi e attaccati. Non solo New York.
Allo stesso modo, perché a soli sei giorni di distanza sembra che la vicenda sia solo un affaire romano, qualcosa che riguarda altri, non noi, non la nostra quotidianità, la nostra casa, il nostro lavoro?
Se c’è una vera vittima oggi non è solo Roma ma l’Italia intera, incapace di riconoscersi come tale perché ha una memoria fintamente corta.
Secondo una stima pubblicata oggi da Il Giornale, negli ultimi dieci anni il mondo dei Black Bloc, dei No Tav, No Global e degli ultimi arrivati Indignados è costato 300 milioni di euro al nostro paese.
Parlo di costo anche se dovrei parlare di spreco, perché questi sono costi inutili perché derivano da danni inutili. E stupidi.
Costi altissimi, sia in termini economici sia in termini di sicurezza e di immagine delle nostre città, e dunque dell’Italia intera.
Napoli, Genova, Milano, Roma, Torino, solo per citare alcuni esempi.
“Una cicatrice che si estende da Nord a Sud” scrivono Chiocci e Di Meo.
Una cicatrice che deriva da una ferita inferta a tutta Italia ma che ognuno deve curarsi a casa sua, purtroppo.
Eppure le cicatrici, queste oscene cicatrici, rimangono sulla pelle di ciascuno di noi, non solo dei milanesi, torinesi o genovesi, e anche se facciamo finta che non ci siano, queste restano.
Quanto dovremo essere deturpati prima di dire basta?
Prima di capire che questi non sono “facinorosi estremisti”, che non sono la generazione che combatte per preservare l’ambiente ( i no tav), o il piccolo commercio ( i no G8), o il diritto al futuro (gli Indignados Blackisti), ma veri criminali che seminano odio e terrore?
Quanto ci vorrà prima di far passare il messaggio che non basta processarne dodici su cento, duecento, cinquecento?
Quanto dovrà passare prima di far capire che non basta dichiarare il proprio sdegno nelle prime 24 ore al bar sotto casa così come in tv se poi si butta tutto nel dimenticatoio?

La sete di vendetta, ci insegnano, non è mai cosa buona.
Ma la fame di giustizia sì.
E prima di saziarla, dobbiamo sentirla come priorità.
Aspetto fiduciosa che l’Italia intera, e non solo Roma, senta questa fame.

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Se questi sono i giovani

Leggo con indignazione quello che sta accadendo in queste ore a Roma.
E non posso trattenermi dal dire che provo un profondo senso di ribrezzo per le immagini che questi “indignados” ci stanno regalando.
Indignados. Appunto. Ma chiamiamoli con il loro nome, piantiamola di creare neologismi ad hoc per dare a questi soggetti un che di appeal mediatico.
Questi sono criminali. Solo dei criminali. Non anarchici, non comunisti, non black block, ma semplicemente criminali. E qualsiasi altro termine è fuori luogo.

Quelli che incendiano le auto, quelli che lanciano le bombe carta contro i ministeri, quelli che mettono a ferro e fuoco una città e aggrediscono chiunque si trovi, per sfiga, sul loro cammino, non possono essere chiamati in modo diverso.
Non ne hanno dignità.
E noi, tutti, non abbiamo bisogno di nasconderci dietro un dito o dietro una parolina dal suono spagnoleggiante e quindi quasi simpatico.
Fino a che continueremo, anzi, continueranno a trovare mille scusanti per tentare di giustificare questi atti di incivilità, di violenza, di criminalità organizzata (perché si, questi sono pure organizzati), l’Italia intera sarà costretta a essere sotto scacco di questi imbecilli.
Imbecilli che non vanno confusi con i giovani che fanno fatica a trovare lavoro, fanno fatica ad accendere un mutuo, a formarsi una famiglia e anche un futuro.
Imbecilli che non sono rappresentativi di quell’Italia giovane sconfortata ma non per questo priva di determinazione.
Imbecilli che non sono, e non lo saranno mai, i portabandiera della mia, della nostra generazione, ma eventualmente solo il braccio armato di quella piccola, piccolissima minoranza di giovani criminali.

Ora è arrivato il momento di dire basta.
Alla condanna pubblica che spero arriverà da parte di tutte le forze politiche, questa volta devono seguire almeno due cose: che questi vengano riconosciuti come criminali e trattati penalmente come tali.
Ma anche e soprattutto che le forze di opposizione, oggi più che mai, smettano di giocare sulla pelle di noi giovani, evitando di gettare continuamente benzina sul fuoco dell’insoddisfazione generazionale e minacciando di dare vita a una guerra sociale.
Perché purtroppo, quando la guerra sociale viene considerata dagli imbecilli di cui sopra come un obiettivo strategico, non solo non si raggiunge comunque niente, ma soprattutto si distrugge una cosa più importante: la nostra dignità di giovani, ma anche e soprattutto, quella dell’Italia.

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