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Diciotto anni fa…

Diciotto anni fa nasceva un grande progetto politico.

Un nuovo modo di fare politica.

Un nuovo linguaggio, accessibile e chiaro.

Un nuovo percorso, ispirato ai principi di libertà e democrazia.

Diciotto anni fa nasceva un sogno.

Il sogno di un’Italia più libera e responsabile, meno statalista e più equa.

Un’Italia produttiva e più vicina a chi ha bisogno.

Un’Italia che fosse il luogo giusto dove nascere, crescere, studiare, lavorare, creare una famiglia e affontare la vecchiaia con serenità.

Un paese  amato e rispettato, all’estero così come dai suoi cittadini.

Questo era il sogno che iniziava diciotto anni fa.

Molto è stato fatto, ma non tutto.

E con la stessa speranza di allora, con la stessa determinazione, con lo stesso coraggio, oggi continuiamo ad affrontare la sfida.

Perché i giovani, soprattutto i giovani, hanno ancora voglia di sperare e di credere.

Hanno voglia di lavorare per un’Italia più giusta, più democratica,  più ricca, più responsabile nei confronti dei più deboli, capace di supportare i talenti, aperta al dialogo e al confronto.

Ed è proprio oggi, in questo importante anniversario, che i giovani di centrodestra confermano ancora una volta la volontà di lavorare affinché il sogno diventi finalmente realtà.

Quei giovani, quelle ragazze e quei ragazzi che, da 18 anni a questa parte si sono avvicinati alla politica, hanno imparato ad avere rispetto per la res publica e a lavorare per la propria comunità e per l’Italia intera.

Quei giovani che grazie a Silvio Berlusconi hanno iniziato ad amare il proprio Paese.

E a credere che un’Italia diversa, è ancora possibile.

Forza, Italia!!!!


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Duemiladodici: quando il gioco si fa duro, i giovani cominciano a farsi notare.

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Duemiladodici.
Un anno che, appena iniziato, sembra destinato a segnare un netto cambio di rotta.
O almeno destinato a restare come un anno potenzialmente simbolo di un qualcosa di nuovo che possa sparigliare le carte della politica.

Non bastavano i Maya, che con i presagi di disgrazie e sventure hanno terrorizzato (o quanto meno, fatto meditare) l’attuale generazione umana.
Non bastava la crisi economica che, ben lungi dal levare le tende dopo ben tre anni di permanenza nelle nostre case, sembra voler restare l’unica protagonista indiscussa dell’anno che verrà.
E a quanto pare non bastava nemmeno un tecnogoverno che, impossessatosi dalla sera alla mattina dello scenario pubblico italiano, ora é quanto mai deciso a far sparire del tutto quel che resta della politica italiana.

Bene. Se queste sono le premesse con cui abbiamo dato il benvenuto al nuovo anno, la mia natura ottimista mi fa pensare che, forse, non tutto il male vien per nuocere.

Perché se da un lato é inevitabile lasciarsi andare a pensieri deprimenti sullo stato attuale del nostro Paese (basti dare un’occhiata ai dati sulla disoccupazione, soprattutto giovanile e femminile, e sull’impoverimento dei ceti medio-bassi delle famiglie italiane), dall’altro é importante cercare il barlume di speranza che ci faccia capire che nonostante tutto, nonostante lo spread altalenante, nonostante il Pil in stallo, nonostante la Merkel e Sarkozy, qualcosa di buono nel nostro Paese si sta creando.

E io, questo barlume di speranza, lo vedo.
E non credo di soffrire di allucinazioni.
Lo vedo soprattutto su internet, nei blog, nei social network, dove un’intera generazione di venticinque-trentenni si sta muovendo, sta scaldando i motori per dare vita al più grosso ricambio generazionale che il nostro Paese abbia visto dalla seconda guerra mondiale in poi.
Un esercito di giovani donne e uomini che sta crescendo e si sta formando con la convinzione che quello che oggi non va in Italia debba essere cambiato, e al più presto, e che questo cambiamento non possa più essere delegato a qualcun altro.
Ognuno di questi ragazzi, e questa é la vera novità, si sta facendo promotore del cambiamento, passando da semplice spettatore o al limite “commentatore” a parte attiva e in prima persona di un profondo stravolgimento della politica italiana, a destra come a sinistra.

Ecco allora che il barlume di speranza non é più una semplice idea fumosa, dettata più dall’ottimismo che da una vera strategia, ma un progetto politico di rinnovamento che diventa realtà attraverso le parole e i fatti di questa nuova generazione di giovani che ci credono. Rottamatori, riformisti, tea-partisti, sono tutti esempi di quanto sia determinata quella che comunemente ed erroneamente viene definita “la classe dirigente del futuro” ma che, in realtà, sta diventando classe dirigente attuale e determinante per il futuro.

A tutti questi ragazzi, che conosco e che vedo all’opera, dico che grazie a loro, grazie a noi, il nostro Paese ha una chance in più.

É quindi arrivato il momento di agire, di raccogliere la sfida e di farci sentire.
Non solo attraverso la rete, nostra prima alleata, ma anche e soprattutto nelle strade, nelle piazze delle nostre città e, non dimentichiamocele, anche nelle sedi di partito o delle associazioni.

La strada non sarà facile e non troveremo mai chi ci aprirà le porte, ne’ nel mondo della politica, ne’ in quello del lavoro, e proprio per questo dobbiamo essere lucidi e coscienti di quello che ci aspetta: un 2012 difficile e impegnativo ma che, proprio per questo, sarà la cartina tornasole di quello che questa generazione é in grado di fare!

Buon lavoro, ragazzi!


Una befana senza calze. A proposito di Omsa

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In tempo di feste il popolo viola, forse appesantito da panettone e torrone, sembra non azzeccarne nemmeno una.

Prima la dichiarazione del comico (che ormai da diversi anni non fa nemmeno ridere) Grillo, inventore del viola politico, a proposito della necessità di comprendere chi attenta alla vita dei lavoratori di Equitalia (come se i dipendenti della società non fossero altro che mostri e non semplici madri o padri o giovani che hanno trovato in Equitalia un posto di lavoro).

Poi il tentativo di sensibilizzare la rete sugli imminenti licenziamenti del gruppo Omsa, cosa di per se’ buona come intenzione ma assurda come proposta operativa, attraverso la richiesta di boicottare gli acquisti delle calze del gruppo.

La logica economica che da sempre determina il mercato, infatti, dice che:

1.Più si vende, più si produce.
2.Più é spinto il livello di concorrenza in termini di prezzo, più forte é la necessità di razionalizzare i costi di produzione.

Alla luce di queste due verità fondamentali, emerge chiaro che:

Il nostro paese, dopo anni di mancate riforme del mercato del lavoro che portassero a vera flessibilità in uscita e in assenza di veri incentivi a non delocalizzare, non ha alcun appeal sul fronte imprenditoriale.
Tassazione elevata, impossibilità di licenziare, cause giudiziarie che impiegano almeno 5 anni prima di essere chiuse, assenza di una vera possibilità di concertazione con i sindacati (la cui unica politica in Italia é quella dello sciopero e mai mirante alla salvaguardia di posti di lavoro) sono solo quattro esempi di come l’impresa all’Italiana assomigli sempre più a una missione umanitaria più che a un vero e proprio esempio di produttività.

A questo punto é lecito domandarsi a cosa serva realmente una proposta di boicottaggio in questi termini se non ad aggravare ulteriormente la già delicata situazione del mercato del lavoro.
É opportuno sapere, infatti, che il gruppo Omsa, leader italiano e tra i principali player europei nella produzione di calze e collant, ha altri 4 stabilimenti produttivi nel nostro paese, oltre a quelli già localizzati da anni in Serbia e Stati Uniti.
Boicottare questo marchio (e tutti i brand relativi) non farà altro che mettere a repentaglio anche i lavoratori degli altri 4 stabilimenti italiani, a favore di un’accelerata delocalizzazione in altri paesi in cui il gruppo é già presente.

Con questo non intendo che i 329 licenziamenti di Faenza sono 329 offerte sacrificali in nome del sistema paese. Queste sono 329 famiglie che meritano la nostra comprensione e tutto il nostro supporto, soprattutto dovrebbero meritare l’attenzione di chi (pubblica amministrazione e sindacati) ha il compito e il dovere di lavorare per una opportuna ricollocazione lavorativa.
Ma allo stesso tempo non possono e non devono diventare i 329 testimoni di una campagna ipocrita e miope come quella che il popolo viola sta facendo rimbalzare da un social network all’altro, giusto per il gusto di farsi vedere attivi e attenti.

L’errore più grande, infatti, sarebbe ridurre questa triste vicenda, triste e terribile sia per l’impresa italiana sia per le famiglie di Faenza colpite dai licenziamenti, a una boutade, a una buffonata effimera e della stessa durata di un tweet.

Tratto da Linkiesta di oggi

Omsa chiude, la protesta delle donne sul web

Elisa Zanetti

Il noto gruppo che raccoglie al suo interno marchi come Filodoro, Golden Lady, Sisì e Philippe Matignon ha annunciato che trasferirà la propria produzione in Serbia, lasciando così senza lavoro le 239 operaie della fabbrica di Faenza. Dalla rete moltissimi messaggi di solidarietà e inviti a boicottare l’azienda.

Un volantino contro Omsa
3 gennaio 2012
Sarà una “befana senza calze” e non solo per la crisi che ha portato a un netto taglio dei consumi, ma soprattutto per la proposta lanciata dalla pagina facebook “A piedi nudi!”, che invita tutti i consumatori a boicottare i marchi Omsa, il noto gruppo produttore di calze, che a breve chiuderà lo stabilimento di Faenza, lasciando a casa 239 operaie. Lo scorso 27 dicembre 2011, infatti, le lavoratrici dell’azienda hanno ricevuto dalla proprietà un fax in cui si comunicava l’intenzione di procedere con la risoluzione dei rapporti di lavoro, al termine della cassa integrazione straordinaria, che scadrà il 14 marzo 2012. Il gruppo Omsa trasferirà la produzione in Serbia, dove può godere di condizioni più favorevoli, secondo una logica di risparmio dei costi d’impresa.

Immediate le reazioni alla diffusione della notizia dei licenziamenti: l’IdV, che da subito si era schierata a favore delle operaie dell’Omsa, chiede al governo di convocare immediatamente la trattativa, ponendo come condizione il ritiro dei licenziamenti, mentre i sindacati, in una nota congiunta Filctem-Cgil, Femca-Cisl e Uilta-Uil parlano di comportamento «inaccettabile e irrispettoso» da parte di Nerino Grassi, patron dell’azienda, che ha scelto ancora una volta «di sottrarsi al confronto e a ogni responsabilità, preoccupandosi esclusivamente di tagliare il cordone ombelicale con lavoratrici e lavoratori». Franco Grillini, presidente della Commissione Politiche Economiche della Regione Emilia-Romagna, parla invece di «provocazione» perché Omnsa, «nonostante fosse sana dal punto di vista industriale è stata trasferita in un paese dell’est».

Il dibattito accende anche la rete e su facebook e twitter si moltiplicano i commenti degli internauti. In tantissimi dichiarano che non acquisteranno più prodotti del gruppo: come ad esempio Eleonora85 che grida in un twitt: «Tu licenzi? Io non ti compro! Boicotta OMSA!» o ancora Barbara Campanelli che sulla pagina facebook del gruppo “A piedi nudi” dichiara la sua vicinanza e l’intenzione di non acquistare più i prodotti: «Vi sono vicina, io e le mie bambine siamo fedeli alla vostra causa, nn compreremo più i loro prodotti. Non mollate, facciamogliela pagare».

Alla scelta dell’azienda di delocalizzare la produzione Dino Amenduni risponde così: «Omsa: gli imprenditori possono delocalizzare, i clienti possono cambiare prodotti come risposta», proponendo quindi di premiare quelle aziende che scelgono di mantenere i propri stabilimenti in Italia, garantendo così l’occupazione nel nostro Paese. Benché ci sia chi proponga di realizzare dei volantini da distribuire davanti ai punti vendita del marchio, c’è chi invece crede che non acquistare più i prodotti dell’azienda non serva a nulla, come scrive Martina Sassoli: «Boicottare un marchio come Omsa non farà altro che raddoppiare il numero dei licenziamenti. Non è così che si aiutano i lavoratori. Svegliaaa!» o chi pensa che la colpa non sia degli imprenditori come Emanuele Bottini: «copione ormai noto, non si possono condannare imprenditori al fallimento, la colpa non è loro!».

C’è poi chi si domanda quanti imprenditori potranno davvero resistere lasciando la loro produzione in Italia, scrive Pier Luigi: «Quando Omsa produrrà all’estero abbasserà i prezzi? E i concorrenti restaranno in Italia perdendo altre quote di mercato?». E quanti consumatori potranno permettersi di non acquistare più i prodotti, twitta Andrea Girvasi: «in quanti possono permettersi di boicottare l’Omsa facendo acquisti “ideologici” senza guardare al prezzo di mercato?». Intanto l’evento facebook “Mai più Omsa”, creato il 31 gennaio, ha raggiunto in soli tre giorni oltre 25 000 iscritti e al di là di ogni dubbio, in rete, resta soprattutto la solidarietà alle donne che perderanno il lavoro e una amara nota d’ironia, scrive Quink: «Faenza, licenziate le 239 operaie OMSA. Erano troppi 50 denari».


Il vero bavaglio è la disinformazione

Per una prezzemolina dei social network come la sottoscritta, leggere gli incessanti appelli contro il ddl intercettazioni è ormai pane quotidiano.

Un pane dall’aspetto magnifico e succulento ma dal gusto rancido.

Quel che in questi giorni domina le piazze virtuali è, infatti, l’urlo di dolore di giornalisti e blogger che al grido di “no alla legge bavaglio” cercano di far passare il concetto che con l’eventuale approvazione di questa norma non ci sarà più possibilità di essere informati e di informare.

Una bella equazione, degna di mio nipote che frequenta le elementari: niente intercettazioni=niente informazione.

Ma è davvero così? Siamo proprio sicuri che il tanto decantato diritto all’informazione possa essere vilmente schiacciato da una legge il cui unico obiettivo è preservare la privacy delle telefonate di soggetti pubblici?

Per farla ancora più semplice, ribalto la domanda: siamo proprio sicuri che la pubblicazione di comunicazioni private, estrapolate a caso o nella migliore delle ipotesi del tutto decontestualizzate, sia l’unico elemento imprescindibile per una sana e corretta informazione?

La risposta, secondo me, è ovvia: assolutamente no.

E allora cerchiamo di capire questa battaglia fintamente a favore di noi poveri peones lettori di giornali e siti di “informazione” a cosa punti in realtà.

Due gli aspetti da non sottovalutare: in primis, è chiaro che mantenendo lo status quo normativo direttori e giornalisti oggi hanno la possibilità di fare carne di porco di chiunque. Sì, proprio di chiunque sia in mezzo odore di notorietà. O meglio, di chiunque abbia un cellulare e chiunque al telefono si lasci andare a commenti o espressioni facilmente fraintendibili o manipolabili. In poche parole, appunto, chiunque. Una bella arma, non c’è che dire.

Il secondo aspetto è forse ancor più deprimente, se possibile, del primo.

Il popolo del “post-it”, quello che per intenderci lo scorso 29 settembre ha tentato di far sconfinare la protesta dalla rete portandola in piazza a Roma, si è scagliato contro il comma 29 dell’art.3 che prevede che “per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro 48 ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilita’ della notizia cui si riferiscono. La mancata rettifica nei termini comporterebbe per il blogger una sanzione pecuniaria sino a 12 mila euro”.

Ora, vorrei ricordare agli amici della rete che l’obbligo di rettifica è un dovere per la stampa ben dal 1948, l’anno in cui entrò in vigore la Costituzione, l’anno in cui l’Italia cominciava un nuovo capitolo della sua storia. L’anno in cui la libertà di stampa, appunto, veniva finalmente garantita e normata dalla legge n. 47.

Tutto si può dire dunque tranne che nel 1948 ci fosse la tanto odiata censura ai giornali. Premesso questo, il dubbio è lecito: come mai, se dal 1948 ad oggi nessuno ha urlato allo scandalo per il dovere di rettifica previsto per la carta stampata, adesso i blogger, i giornalisti informatici, i “liberali” dell’informazione on line si scagliano contro una norma (tardiva, per giunta) che preveda lo stesso obbligo per i nuovi strumenti di comunicazione quali internet?

Perchè la rete è per sua natura libera!” potrebbe azzardare qualcuno. O “perchè internet è democratica!“, o ancora “perchè ognuno può esprimere la propria opinione a costo zero!”. Tutto verissimo. Peccato però che se internet è libera, democratica e (quasi) a costo zero, allo stesso tempo non può essere denigratoria, offensiva e qualunquista.

Perchè il costo zero non è più tale quando sulla rete si pubblicano informazioni false o commenti lesivi e infamanti. Il costo di tutto questo non è quantificabile in euro, quanto in termini di dignità. Ma anche di informazione.

Continuare a lasciare la rete in uno stato di giungla informatica non giova a nessuno. Permettere a chiunque di ergersi a paladino dell’informazione, quando in realtà quello che si pubblica è figlio di una finzione o di non verità, non è sinonimo di apertura. di libertà e di democrazia. Ma al contrario, questo è sinonimo di anarchia che per sua definizione è non rispetto.

In particolare non rispetto della verità e quindi non rispetto del diritto a un’informazione corretta.

Questo, per me, è il peggior bavaglio.


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