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Diciotto anni fa…

Diciotto anni fa nasceva un grande progetto politico.

Un nuovo modo di fare politica.

Un nuovo linguaggio, accessibile e chiaro.

Un nuovo percorso, ispirato ai principi di libertà e democrazia.

Diciotto anni fa nasceva un sogno.

Il sogno di un’Italia più libera e responsabile, meno statalista e più equa.

Un’Italia produttiva e più vicina a chi ha bisogno.

Un’Italia che fosse il luogo giusto dove nascere, crescere, studiare, lavorare, creare una famiglia e affontare la vecchiaia con serenità.

Un paese  amato e rispettato, all’estero così come dai suoi cittadini.

Questo era il sogno che iniziava diciotto anni fa.

Molto è stato fatto, ma non tutto.

E con la stessa speranza di allora, con la stessa determinazione, con lo stesso coraggio, oggi continuiamo ad affrontare la sfida.

Perché i giovani, soprattutto i giovani, hanno ancora voglia di sperare e di credere.

Hanno voglia di lavorare per un’Italia più giusta, più democratica,  più ricca, più responsabile nei confronti dei più deboli, capace di supportare i talenti, aperta al dialogo e al confronto.

Ed è proprio oggi, in questo importante anniversario, che i giovani di centrodestra confermano ancora una volta la volontà di lavorare affinché il sogno diventi finalmente realtà.

Quei giovani, quelle ragazze e quei ragazzi che, da 18 anni a questa parte si sono avvicinati alla politica, hanno imparato ad avere rispetto per la res publica e a lavorare per la propria comunità e per l’Italia intera.

Quei giovani che grazie a Silvio Berlusconi hanno iniziato ad amare il proprio Paese.

E a credere che un’Italia diversa, è ancora possibile.

Forza, Italia!!!!


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Il Telegraph e il caso Martone

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A distanza di 24 ore il “caso” Martone tiene ancora banco.

Non solo su twitter, dove ormai si é scatenato il Toto-sfigato (se a 28 anni non sei… ), ma anche sulla stampa estera che, come sempre, racconta quel che succede nella stravagante Italietta con l’ approccio tipico del saggio che richiama l’attenzione dell’allievo più discolo. Cioè un misto di condiscendenza e arrendevolezza di fronte a un caso ormai dato “per perso”.

Al di là della supponenza e superiorità che i paese esteri dimostrano regolarmente nei nostri confronti, ho trovato l’articolo del Telegraph (che pubblico integralmente, scusandomi con quanti non sono proprio avvezzi alla lingua inglese) interessante in un passaggio.
Quello in cui si demarca la differenza tra sistema universitario britannico e quello italiano.
Nel primo, come scritto da Squires, si hanno a disposizione massimo quattro anni per giungere al completamento degli studi.
In Italia, invece, gli stessi possono essere prolungati per più anni, senza incorrere in alcun meccanismo sanzionatorio se non quello relativo al pagamento delle tasse dei “fuori corso”.

Ecco, quindi, il punto centrale, secondo me, su cui bisognerebbe focalizzare l’attenzione. Non tanto il grado di sfigataggine di un ragazzo, quanto piuttosto se sia opportuno o meno tenere aperta una finestra per dieci anni o più per giungere alla laurea.
Si noti bene che in dieci anni può capitare di tutto.
Almeno una riforma scolastica-universitaria, puntualmente, ogni 5/6 anni arriva.
Ma anche in termini di contenuti. Un ragazzo che si iscrive a giurisprudenza e sostiene l’esame di penale all’inizio del percorso, se si laurea 8-9 anni dopo e senza un aggiornamento, ha buone probabilità di avere un bagaglio conoscitivo obsoleto e quindi poco utile.
Stesso discorso per economia, chimica, medicina, etc etc.
Allora che senso ha lasciare così tanta flessibilità temporale?

Non é forse il caso di considerare, per una volta, ma solo una, che il modello britannico sia un pochino meglio del nostro?

Italian minister under fire for saying students who drag out degrees are ‘losers’

By Nick Squires
Last Updated: 12:01PM GMT 25/01/2012
An Italian government minister has been criticised after saying that students who drag out their degrees for years are “losers”.

Calling for a radical change of culture among the country’s university students, Michel Martone, the deputy welfare minister, said: “Anyone who hasn’t graduated by the age of 28 is a loser.”

Unlike in Britain, where degrees take three or four years to complete, in Italy students have an unlimited period of time in which to sit and pass the exams set by their particular subject.

While students from poorer families often take a long time to graduate because they have to take spare-time jobs in order to support themselves, there are tens of thousands of better-off undergraduates who seem content to prolong their student days indefinitely, living at home and sponging off their parents.

They are known in Italy as “bamboccioni” – “big babies” who refuse to fly the nest and remain at home into their thirties and even forties, delaying marriage, careers and having children.

The minister’s remarks unleashed a tirade of furious condemnation from student groups and unions, with undergraduates taking to Twitter and Facebook to accuse Mr Martone of being a privileged “yuppie” who had no concept of the difficulties they faced.

His comments appear to have touched a raw nerve at a time when swingeing cuts to education and other sectors are being introduced by the technocrat government of Mario Monti, the prime minister, in an attempt to tackle Italy’s 1.9 trillion euro national debt.

One student union called for his resignation, saying that grants were so inadequate that 40 per cent of undergraduates had to take part-time work to put themselves through college.

The country’s biggest union, the CGIL, said the high rate of delayed graduation was a result of years of underinvestment in tertiary education by successive governments.

Politicians also weighed into the debate, with Massimiliano Fedriga of the Northern League saying: “Martone has offended students who have to work in order to support themselves – it is for this reason that they are not able to graduate earlier.” Economists say Italy risks creating a “lost generation” of young people who are stymied by closed-shop work practices, a lack of meritocracy and companies’ unwillingness to give them full-time contracts.

Nearly a third of Italians aged between 15 and 29 are classified as NEET – Not in Education, Employment or Training.

Stung by the criticism, the minister later moderated his opinions but insisted that the point he was making was a fair one.

“Those students who come from families with difficult situations and have to take two jobs, and still manage to graduate, are fantastic, they are heroes.

“But I was talking about the others – there’s a lot who don’t work and live with their parents and take 10 years to graduate.

“I may have used the wrong words, but I touched on a painful truth – there are two million young people in Italy who neither work nor study.” That had to change if the country was to dig its way out of the economic doldrums and have a future, he said.


Metti un lunedì di fine gennaio…

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Un lunedì importante.
O meglio, oggi é un lunedì che segue a un week end importante.
In primis perché il dibattito a livello nazionale si é concentrato sui contenuti del decreto Monti, quel famoso “Cresci, Italia” tanto atteso.

Come già detto, Catricalà aveva promesso che il 20 gennaio il Governo avrebbe presentato i contenuti del decreto e, infatti, così é stato.
Importante, dunque, perché, finalmente, dopo settimane di scioperi, di vesti stracciate, di minacce e quant’altro, finalmente tassisti, farmacisti e altri professionisti hanno qualcosa di concreto su cui basare la propria protesta, abbandonando di fatto la contestazione preventiva e a prescindere che ha dominato la piazza mediatica (ma non solo, vedi il Circo Massimo di Roma) dei giorni scorsi.
Con qualcosa di scritto, potranno capire se questo decreto ha realmente contenuti così punitivi sul fronte liberalizzazione e, quindi, scioperare di conseguenza.

Il secondo punto, a mio avviso importante, é dato dai due partiti che in questo week end hanno dato prova che la politica (propriamente intesa) non é del tutto sparita, anche in un frangente in cui la tecnocrazia sembra aver preso il sopravvento.
Parlo di politica territoriale, come quella “animata” dal PD attraverso le primarie che si sono svolte a Monza, e di politica glocale (globale ma anche fortemente locale), attivata dalla Lega Nord che ha dato vita a una manifestazione antiMonti a Milano in piazza Duomo.
Due momenti politici diversi, che al di là dell’aver incidentalmente avuto luogo nella stessa giornata -domenica 22 gennaio- hanno ben altro in comune.
Senza dubbio, la volontà di “contarsi“, cioè di comprendere la forza quantitativa dei propri “militanti” e afecionados, nonostante le temperature di questi giorni non siano proprio ideali per invogliare la gente a uscire di casa.
Un secondo elemento, é la voglia di “marcare” il territorio, cioè di farsi vedere attivi dal proprio elettorato: una sorta di dimostrazione che il partito non si é addormentato sugli scranni di Montecitorio, non si é preso una pausa e nemmeno si é concesso il lusso di una parentesi sonnacchiosa in cui delegare ad altri la gestione del potere.
In questo senso, credo che la vivacizzazione delle piazze sia stato un bene, per far comprendere come il tecnogoverno non sia realmente riuscito a esautorare del tutto la politica dal suo ruolo.

Evitando di entrare nei contenuti dei due eventi, mi limito a sottolineare come questo primo week end politico del 2012 sia stato, sostanzialmente, importante.

O meglio importante se inteso in termini preliminari, come un qualcosa che possa inaugurare una nuova stagione politica di confronto, di attivismo e di presenza.

Ma soprattutto, importante se da momenti come questi si riuscirà nell’arduissimo compito di far riavvicinare le persone alla politica, farle tornare a credere in qualcosa e soprattutto a riaccendere la voglia di partecipare.

Per far questo, credo che servirà ben più di una manifestazione di piazza.
Per il momento, però, teniamoci stretto questo bell’inizio.


La panchina lasciamola ai pensionati… o ai pensionabili!

Comunicato stampa

Giovane Italia Monza e Brianza


“Basta con i carrozzoni pubblici.

Sì a misure di efficienza a favore del cittadino”.

 

In un momento di grave difficoltà come quello che l’Italia intera sta attraversando, la politica ha un solo dovere: rispondere concretamente per ridare slancio al nostro Paese – queste le parole con cui Martina Sassoli, vicepresidente nazionale di Giovane Italia e assessore a Monza é intervenuta al dibattito in occasione della presentazione del libro “La mafia uccide d’estate” da parte di Angelino Alfano, Segretario Nazionale del Popolo della Libertà lo scorso 16 gennaio a Roma, consegnando ai massimi esponenti del partito il documento politico-programmatico sul tema della liberalizzazione dei servizi pubblici locali- Il vento dell’antipolitica, ormai dilagante, deve essere affrontato rimettendo al centro dell’agenda il cittadino, inteso come destinatario di politiche efficienti ed economiche e non più come un mero finanziatore dello Stato”.

 

Dall’inizio del 2012 i ragazzi della Giovane Italia, guidati dall’Onorevole Annagrazia Calabria, hanno aperto un’importante fase di confronto con i massimi esponenti del partito su alcuni temi di straordinaria rilevanza per l’attuale e le future generazioni di under 35. Lavoro e flessibilità contrattuale, welfare, liberalizzazione dei servizi pubblici, patto di stabilità per gli enti locali, legge elettorale, ricambio generazionale della classe dirigente e lotta alle caste sono solo alcuni degli esempi delle battaglie condotte in questi mesi dai militanti e dagli eletti che, lungi dal farsi intimidire dal vento dell’antipolitica, sostengono con determinazione la necessità di una ancor più pregnante partecipazione dei giovani alla gestione della “res publica”.

 

Essere giovani, oggi, – conclude la Sassoli – non può più significare sostare in panchina. E’ finito il tempo di aspettare che il Mister chiami a giocare la partita o di delegare agli altri. Questo è, invece, il tempo di proporre soluzioni e di farsi valere come patrimonio non solo partitico, ma di tutta l’Italia. Un patrimonio fatto da un capitale umano che oggi più che mai, è pronto e determinato ad affrontare con serenità e serietà il tema degli sprechi politici, a partire dalle società pubbliche, fin troppo simili a stipendifici più che a strumenti volti a erogare servizi efficienti per il cittadino.”

 

Monza, 18 gennaio 2012



Duemiladodici: quando il gioco si fa duro, i giovani cominciano a farsi notare.

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Duemiladodici.
Un anno che, appena iniziato, sembra destinato a segnare un netto cambio di rotta.
O almeno destinato a restare come un anno potenzialmente simbolo di un qualcosa di nuovo che possa sparigliare le carte della politica.

Non bastavano i Maya, che con i presagi di disgrazie e sventure hanno terrorizzato (o quanto meno, fatto meditare) l’attuale generazione umana.
Non bastava la crisi economica che, ben lungi dal levare le tende dopo ben tre anni di permanenza nelle nostre case, sembra voler restare l’unica protagonista indiscussa dell’anno che verrà.
E a quanto pare non bastava nemmeno un tecnogoverno che, impossessatosi dalla sera alla mattina dello scenario pubblico italiano, ora é quanto mai deciso a far sparire del tutto quel che resta della politica italiana.

Bene. Se queste sono le premesse con cui abbiamo dato il benvenuto al nuovo anno, la mia natura ottimista mi fa pensare che, forse, non tutto il male vien per nuocere.

Perché se da un lato é inevitabile lasciarsi andare a pensieri deprimenti sullo stato attuale del nostro Paese (basti dare un’occhiata ai dati sulla disoccupazione, soprattutto giovanile e femminile, e sull’impoverimento dei ceti medio-bassi delle famiglie italiane), dall’altro é importante cercare il barlume di speranza che ci faccia capire che nonostante tutto, nonostante lo spread altalenante, nonostante il Pil in stallo, nonostante la Merkel e Sarkozy, qualcosa di buono nel nostro Paese si sta creando.

E io, questo barlume di speranza, lo vedo.
E non credo di soffrire di allucinazioni.
Lo vedo soprattutto su internet, nei blog, nei social network, dove un’intera generazione di venticinque-trentenni si sta muovendo, sta scaldando i motori per dare vita al più grosso ricambio generazionale che il nostro Paese abbia visto dalla seconda guerra mondiale in poi.
Un esercito di giovani donne e uomini che sta crescendo e si sta formando con la convinzione che quello che oggi non va in Italia debba essere cambiato, e al più presto, e che questo cambiamento non possa più essere delegato a qualcun altro.
Ognuno di questi ragazzi, e questa é la vera novità, si sta facendo promotore del cambiamento, passando da semplice spettatore o al limite “commentatore” a parte attiva e in prima persona di un profondo stravolgimento della politica italiana, a destra come a sinistra.

Ecco allora che il barlume di speranza non é più una semplice idea fumosa, dettata più dall’ottimismo che da una vera strategia, ma un progetto politico di rinnovamento che diventa realtà attraverso le parole e i fatti di questa nuova generazione di giovani che ci credono. Rottamatori, riformisti, tea-partisti, sono tutti esempi di quanto sia determinata quella che comunemente ed erroneamente viene definita “la classe dirigente del futuro” ma che, in realtà, sta diventando classe dirigente attuale e determinante per il futuro.

A tutti questi ragazzi, che conosco e che vedo all’opera, dico che grazie a loro, grazie a noi, il nostro Paese ha una chance in più.

É quindi arrivato il momento di agire, di raccogliere la sfida e di farci sentire.
Non solo attraverso la rete, nostra prima alleata, ma anche e soprattutto nelle strade, nelle piazze delle nostre città e, non dimentichiamocele, anche nelle sedi di partito o delle associazioni.

La strada non sarà facile e non troveremo mai chi ci aprirà le porte, ne’ nel mondo della politica, ne’ in quello del lavoro, e proprio per questo dobbiamo essere lucidi e coscienti di quello che ci aspetta: un 2012 difficile e impegnativo ma che, proprio per questo, sarà la cartina tornasole di quello che questa generazione é in grado di fare!

Buon lavoro, ragazzi!


Liberalizzare: un dovere per pochi, non per tutto.

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Ancora dieci giorni.

Solo dieci e l’Italia cambierà volto.

Come?

Grazie alle imponenti misure di liberalizzazione studiate dal tecnogoverno targato Monti.

E allora non ci sarà scampo, sembra promettere Antonio Catricalà, sottosegretario alla presidenza del consiglio.

Ma scampo per chi?

Ad oggi sembra che a tremare debbano essere farmacisti, taxisti e notai, ossia lavoratori estratti (oserei dire) a sorte per essere sacrificati sull’altare delle liberalizzazioni.

Ma siamo davvero certi che il risanamento dei conti dello Stato passi attraverso questa strana (a mio dire) decisione che, oggettivamente, poco ha a che fare con le priorità cui questo governo é stato legittimato a operare?

O meglio, siamo certi che sotto il capitolo liberalizzazioni l’Italia intera aspettasse di trovarsi questa proposta?

O forse si auspicava a una vera svolta a favore della liberalizzazione dei servizi pubblici, quei servizi oggi sostenuti dalle pubbliche amministrazioni a suon di carrozzoni, utili esclusivamente a stipendiare amici, parenti e “trombati” vari della politica e a creare buchi di bilancio da far impallidire quello dell’ozono.

Personalmente, come sostengo da troppo tempo ormai, speravo che un governo tecnico, libero da lacci e lacciuoli populisti, potesse davvero mettere mano al settore dei servizi pubblici, eliminando quelle società pubbliche o partecipate che ogni anno costano allo stato ( o agli enti locali, ma alla fine é sempre lo stesso cittadino che paga) senza, però, offrire reali servizi di qualità ed efficienza.

É evidente, purtroppo, che il canto della sirena ha ammaliato anche il tecnogoverno che, ogni giorno sempre di più, si sta mostrando molto attento all’immagine e troppo poco orientato a rispondere alle vere richieste del nostro paese.

In attesa di giorni migliori, o quanto meno di vedere quel che realmente succederà nel nostro Paese quando il decreto sarà legge, pubblico, nuovamente e a uso e consumo degli ottimisti come me, parte del testo che ha dato vita all’Ordine del Giorno presentato e accolto lo scorso 16 dicembre dal Governo Monti (ma se lo ricorderà?) in materia di liberalizzazioni dei servizi pubblici locali.

LIBERALIZZAZIONI DI MUNICIPALIZZATE ED ENTI PARTECIPATI

Nonostante siano diversi anni che i Governi (di ogni colore e schieramento) tentino di normare un effettivo processo che porti a una vera e propria liberalizzazione dei servizi locali, oggi, questo rappresenta ancora un obiettivo da raggiungere.

Già nel 1997 Napolitano e Vigneri firmarono un primo progetto in merito, poi fu il turno di Lanzillotta e infine arrivò il decreto Ronchi-Fitto.

Indipendentemente dagli sforzi fatti finora, é doveroso sottolineare come qualsiasi tentativo di riforma sia sempre stato ostacolato al fine di tutelare uno status quo che, nella stragrande maggioranza dei casi, non solo non garantisce la qualità dei servizi, ma soprattutto comporta un dispendio di risorse pubbliche che oggi potrebbero e dovrebbero essere meglio investite.

Proprio attraverso il decreto Ronchi- Fitto ci fu un primo vero tentativo di concepire un’inversione di marcia sul fronte dei servizi pubblici, attuando le direttive comunitarie in materia di concorrenza che impongono per tutti i servizi di interesse economico generale l’affidamento attraverso procedura concorsuale e limitando ad alcuni servizi specifici e ben identificati la possibilità di affidamento diretto o la gestione in house.

Obblighi comunitari, appunto, ai quali però si é parzialmente opposto il popolo italiano (influenzato da una campagna mediatica oscurantista e demagogica) che, bocciando la normativa sull’acqua attraverso il referendum abrogativo dello scorso giugno, ha offerto una formidabile sponda alle spinte conservatrici, imponendo una battuta d’arresto al processo di liberalizzazione in genere e dando il via ad un’inversione di tendenza in senso statalista.

Al di là di qualsiasi ideologia di base, é fuor di dubbio che oggi il nostro Paese si trovi a dover affrontare con serietà la questione: la gestione dei rifiuti, delle reti idriche ed energetiche e i sistemi di trasporto locale in particolare, ma anche i servizi culturali e assistenziali, devono oggi essere concepiti dagli enti pubblici in una nuova logica, rispondendo ai principi di trasparenza, efficienza, economicità e qualità.

Allo stesso tempo é indispensabile ribaltare la logica che fino ad oggi ha dominato lo scenario dei servizi, in base alla quale lo sviluppo di infrastrutture essenziali (come quelle dei trasporti o dei rifiuti) esclusivamente attraverso il ricorso a capitali pubblici.

SERVIZI PUBBLICI LOCALI (TRE) PROPOSTE CONCRETE

-Studio ed introduzione di misure in grado di disincentivare la gestione diretta (in house) di servizi pubblici, incentivando l’ingresso di privati tramite gara: una tendenza che, oltre a mostrarsi in sintonia con i dettami europei, inciderebbe in modo significativo sul miglioramento di efficienza ed economicità, oltre a garantire un risparmio di risorse per l’ente pubblico.

Introduzione dell’obbligo di dismissione da parte del Comune (o dei Comuni) delle quote di partecipazione delle società miste o pubbliche che presentano perdite di bilancio per più di due esercizi consecutivi (sono ipotizzabili limitatissime eccezioni legate all’erogazione di taluni servizi fondamentali, in un’ottica redistributiva, ma deve comunque essere spiegato prima e chiaramente – già a livello di voci di bilancio – come si intendono coprire le perdite, in modo che i cittadini sappiano cosa serve a coprire cosa).

Obbligatorietà della parametrazione dei costi dei servizi erogati dall’ente pubblico (o da società partecipate) ai costi standard misurati su corrispettivi servizi erogati da impresa privata.


Una befana senza calze. A proposito di Omsa

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In tempo di feste il popolo viola, forse appesantito da panettone e torrone, sembra non azzeccarne nemmeno una.

Prima la dichiarazione del comico (che ormai da diversi anni non fa nemmeno ridere) Grillo, inventore del viola politico, a proposito della necessità di comprendere chi attenta alla vita dei lavoratori di Equitalia (come se i dipendenti della società non fossero altro che mostri e non semplici madri o padri o giovani che hanno trovato in Equitalia un posto di lavoro).

Poi il tentativo di sensibilizzare la rete sugli imminenti licenziamenti del gruppo Omsa, cosa di per se’ buona come intenzione ma assurda come proposta operativa, attraverso la richiesta di boicottare gli acquisti delle calze del gruppo.

La logica economica che da sempre determina il mercato, infatti, dice che:

1.Più si vende, più si produce.
2.Più é spinto il livello di concorrenza in termini di prezzo, più forte é la necessità di razionalizzare i costi di produzione.

Alla luce di queste due verità fondamentali, emerge chiaro che:

Il nostro paese, dopo anni di mancate riforme del mercato del lavoro che portassero a vera flessibilità in uscita e in assenza di veri incentivi a non delocalizzare, non ha alcun appeal sul fronte imprenditoriale.
Tassazione elevata, impossibilità di licenziare, cause giudiziarie che impiegano almeno 5 anni prima di essere chiuse, assenza di una vera possibilità di concertazione con i sindacati (la cui unica politica in Italia é quella dello sciopero e mai mirante alla salvaguardia di posti di lavoro) sono solo quattro esempi di come l’impresa all’Italiana assomigli sempre più a una missione umanitaria più che a un vero e proprio esempio di produttività.

A questo punto é lecito domandarsi a cosa serva realmente una proposta di boicottaggio in questi termini se non ad aggravare ulteriormente la già delicata situazione del mercato del lavoro.
É opportuno sapere, infatti, che il gruppo Omsa, leader italiano e tra i principali player europei nella produzione di calze e collant, ha altri 4 stabilimenti produttivi nel nostro paese, oltre a quelli già localizzati da anni in Serbia e Stati Uniti.
Boicottare questo marchio (e tutti i brand relativi) non farà altro che mettere a repentaglio anche i lavoratori degli altri 4 stabilimenti italiani, a favore di un’accelerata delocalizzazione in altri paesi in cui il gruppo é già presente.

Con questo non intendo che i 329 licenziamenti di Faenza sono 329 offerte sacrificali in nome del sistema paese. Queste sono 329 famiglie che meritano la nostra comprensione e tutto il nostro supporto, soprattutto dovrebbero meritare l’attenzione di chi (pubblica amministrazione e sindacati) ha il compito e il dovere di lavorare per una opportuna ricollocazione lavorativa.
Ma allo stesso tempo non possono e non devono diventare i 329 testimoni di una campagna ipocrita e miope come quella che il popolo viola sta facendo rimbalzare da un social network all’altro, giusto per il gusto di farsi vedere attivi e attenti.

L’errore più grande, infatti, sarebbe ridurre questa triste vicenda, triste e terribile sia per l’impresa italiana sia per le famiglie di Faenza colpite dai licenziamenti, a una boutade, a una buffonata effimera e della stessa durata di un tweet.

Tratto da Linkiesta di oggi

Omsa chiude, la protesta delle donne sul web

Elisa Zanetti

Il noto gruppo che raccoglie al suo interno marchi come Filodoro, Golden Lady, Sisì e Philippe Matignon ha annunciato che trasferirà la propria produzione in Serbia, lasciando così senza lavoro le 239 operaie della fabbrica di Faenza. Dalla rete moltissimi messaggi di solidarietà e inviti a boicottare l’azienda.

Un volantino contro Omsa
3 gennaio 2012
Sarà una “befana senza calze” e non solo per la crisi che ha portato a un netto taglio dei consumi, ma soprattutto per la proposta lanciata dalla pagina facebook “A piedi nudi!”, che invita tutti i consumatori a boicottare i marchi Omsa, il noto gruppo produttore di calze, che a breve chiuderà lo stabilimento di Faenza, lasciando a casa 239 operaie. Lo scorso 27 dicembre 2011, infatti, le lavoratrici dell’azienda hanno ricevuto dalla proprietà un fax in cui si comunicava l’intenzione di procedere con la risoluzione dei rapporti di lavoro, al termine della cassa integrazione straordinaria, che scadrà il 14 marzo 2012. Il gruppo Omsa trasferirà la produzione in Serbia, dove può godere di condizioni più favorevoli, secondo una logica di risparmio dei costi d’impresa.

Immediate le reazioni alla diffusione della notizia dei licenziamenti: l’IdV, che da subito si era schierata a favore delle operaie dell’Omsa, chiede al governo di convocare immediatamente la trattativa, ponendo come condizione il ritiro dei licenziamenti, mentre i sindacati, in una nota congiunta Filctem-Cgil, Femca-Cisl e Uilta-Uil parlano di comportamento «inaccettabile e irrispettoso» da parte di Nerino Grassi, patron dell’azienda, che ha scelto ancora una volta «di sottrarsi al confronto e a ogni responsabilità, preoccupandosi esclusivamente di tagliare il cordone ombelicale con lavoratrici e lavoratori». Franco Grillini, presidente della Commissione Politiche Economiche della Regione Emilia-Romagna, parla invece di «provocazione» perché Omnsa, «nonostante fosse sana dal punto di vista industriale è stata trasferita in un paese dell’est».

Il dibattito accende anche la rete e su facebook e twitter si moltiplicano i commenti degli internauti. In tantissimi dichiarano che non acquisteranno più prodotti del gruppo: come ad esempio Eleonora85 che grida in un twitt: «Tu licenzi? Io non ti compro! Boicotta OMSA!» o ancora Barbara Campanelli che sulla pagina facebook del gruppo “A piedi nudi” dichiara la sua vicinanza e l’intenzione di non acquistare più i prodotti: «Vi sono vicina, io e le mie bambine siamo fedeli alla vostra causa, nn compreremo più i loro prodotti. Non mollate, facciamogliela pagare».

Alla scelta dell’azienda di delocalizzare la produzione Dino Amenduni risponde così: «Omsa: gli imprenditori possono delocalizzare, i clienti possono cambiare prodotti come risposta», proponendo quindi di premiare quelle aziende che scelgono di mantenere i propri stabilimenti in Italia, garantendo così l’occupazione nel nostro Paese. Benché ci sia chi proponga di realizzare dei volantini da distribuire davanti ai punti vendita del marchio, c’è chi invece crede che non acquistare più i prodotti dell’azienda non serva a nulla, come scrive Martina Sassoli: «Boicottare un marchio come Omsa non farà altro che raddoppiare il numero dei licenziamenti. Non è così che si aiutano i lavoratori. Svegliaaa!» o chi pensa che la colpa non sia degli imprenditori come Emanuele Bottini: «copione ormai noto, non si possono condannare imprenditori al fallimento, la colpa non è loro!».

C’è poi chi si domanda quanti imprenditori potranno davvero resistere lasciando la loro produzione in Italia, scrive Pier Luigi: «Quando Omsa produrrà all’estero abbasserà i prezzi? E i concorrenti restaranno in Italia perdendo altre quote di mercato?». E quanti consumatori potranno permettersi di non acquistare più i prodotti, twitta Andrea Girvasi: «in quanti possono permettersi di boicottare l’Omsa facendo acquisti “ideologici” senza guardare al prezzo di mercato?». Intanto l’evento facebook “Mai più Omsa”, creato il 31 gennaio, ha raggiunto in soli tre giorni oltre 25 000 iscritti e al di là di ogni dubbio, in rete, resta soprattutto la solidarietà alle donne che perderanno il lavoro e una amara nota d’ironia, scrive Quink: «Faenza, licenziate le 239 operaie OMSA. Erano troppi 50 denari».


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