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Diciotto anni fa…

Diciotto anni fa nasceva un grande progetto politico.

Un nuovo modo di fare politica.

Un nuovo linguaggio, accessibile e chiaro.

Un nuovo percorso, ispirato ai principi di libertà e democrazia.

Diciotto anni fa nasceva un sogno.

Il sogno di un’Italia più libera e responsabile, meno statalista e più equa.

Un’Italia produttiva e più vicina a chi ha bisogno.

Un’Italia che fosse il luogo giusto dove nascere, crescere, studiare, lavorare, creare una famiglia e affontare la vecchiaia con serenità.

Un paese  amato e rispettato, all’estero così come dai suoi cittadini.

Questo era il sogno che iniziava diciotto anni fa.

Molto è stato fatto, ma non tutto.

E con la stessa speranza di allora, con la stessa determinazione, con lo stesso coraggio, oggi continuiamo ad affrontare la sfida.

Perché i giovani, soprattutto i giovani, hanno ancora voglia di sperare e di credere.

Hanno voglia di lavorare per un’Italia più giusta, più democratica,  più ricca, più responsabile nei confronti dei più deboli, capace di supportare i talenti, aperta al dialogo e al confronto.

Ed è proprio oggi, in questo importante anniversario, che i giovani di centrodestra confermano ancora una volta la volontà di lavorare affinché il sogno diventi finalmente realtà.

Quei giovani, quelle ragazze e quei ragazzi che, da 18 anni a questa parte si sono avvicinati alla politica, hanno imparato ad avere rispetto per la res publica e a lavorare per la propria comunità e per l’Italia intera.

Quei giovani che grazie a Silvio Berlusconi hanno iniziato ad amare il proprio Paese.

E a credere che un’Italia diversa, è ancora possibile.

Forza, Italia!!!!


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Il comunismo non c’é più. Però lo spettro della patrimoniale gli sopravvive

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Un no deciso alla patrimoniale

Pubblico, a uso e consumo degli appassionati di tasse e balzelli, ma anche di coloro che comunque nei prossimi mesi saranno (volente o nolente) interessati dalle misure anti-crisi del governo Monti, una veloce carrellata (tratta da il Mattinale di oggi) che spiega per quale motivo il PdL non potrà mai appoggiare un decreto contenete la tassa più iniqua fra le inique, ossia la patrimoniale.
Già il nome mi rievoca cose dal gusto antico e anche un po’ stantie.
Una sorta di madeleine scaduta che anziché portarmi alla proustiana “recherche du temps perdu”, mi fa dire “ce la siamo scampata bella già allora, vediamo di non ricascarci”.

Philip Kotler, guru del marketing e della comunicazione, diceva che “il mass marketing é morto. Ma la puzza di cadavere ci perseguiterà ancora a lungo“. Mai metafora fu più geniale perché perfettamente replicabile per spiegare come certe idee ( anche, anzi soprattutto quelle malsane) nostro malgrado sopravvivano nonostante l’evoluzione dei tempi e dei contesti storici.
Allo stesso modo succede in politica.
Nonostante, infatti, il buon Fausto Bertinotti non si veda più in giro da qualche tempo, da qualche parte dell’emiciclo politico continua a risuonare incessantemente la richiesta di introduzione della tassa sui patrimoni come unica arma letale per sconfiggere il mostro della recessione.
Oltre al “Masiampassi?” Crozza-bersaniano che mi esce dal cuore, il vero commento a questa proposta é contenuto nella sottostante lista dei no che, spero in modo chiaro e immediato, farà capire a molti il perché la patrimoniale non é la risposta ai problemi dell’Italia.
E se é vero che questo Governo é stato formato per rispondere alla crisi, allora é anche vero che questo dovrà attenersi al “vincolo di mandato” conferitogli dal Parlamento in rappresentanza del Paese.
L’alternativa, in questo caso non esiste.

Tutti i perché del no alla patrimoniale.

Alla vigilia della manovra da 20 miliardi che Monti si appresta a presentare, questo è un tema cruciale, che vale la pena approfondire

• Prima di tutto colpisce beni già tassati. Si tratta quindi di tassare due volte, cosa in teoria vietata dalla Costituzione.

Deprime le crescita e non ha effetti strutturali, generando una riduzione solo temporanea del debito pubblico.

• Come ha sottolineato Berlusconi, deprime il valore dei beni immobili.

• Genera effetti negativi sulla quotazione dei titoli e sui tassi di interesse.

Blocca gli investimenti e i consumi riducendo la liquidità disponibile e alimentando la fuga di capitali all’estero.

• Negli ultimi decenni si è ricorsi troppo spesso a misure una tantum che non hanno avuto alcun effetto positivo sul rapporto tra debito e pil. La patrimoniale sarebbe una di queste.

• Sarebbe un provvedimento anti-crescita perché diffonderebbe la falsa impressione che le riforme non sono poi tanto urgenti.

• E’ assurdo che si proponga un’imposta sul patrimonio intesa come imposta sui ricchi, perché in realtà, a causa dell’attuale carenza di sistemi di accertamento, il reddito dei ricchi derivante dai patrimoni è in larga parte sconosciuto.

• Un ulteriore prelievo sul risparmio scalfirebbe ancora di più il patto sociale tra cittadino risparmiatore e istituzioni, aumentando evasione ed elusione fiscale.

• La patrimoniale colpisce chi ha risparmiato e salva chi ha scialacquato: tra due famiglie con lo stesso reddito percepito per 30 anni quella che ha acquistato auto, gioielli e beni di ogni genere, spendendo tutto quello che guadagnava ora si troverà esentata da questo balzello, mentre quella che ha invece accumulato per acquistare degli immobili ora viene colpita dalla tassa, come se fosse una specie di punizione a chi ha osato risparmiare invece di consumare.

Non è un caso se né la Commissione europea, né la Bce né il Fondo monetario, nei loro diversi interventi non hanno mai chiesto all’Italia l’introduzione di un’imposta patrimoniale.

Il neogovernatore di Bankitalia Visco ha detto che la patrimoniale “ha un significato più politico che di gettito. In Francia infatti il gettito si è addirittura ridotto. E’ dunque una misura che non risolve i problemi di bilancio”. E Luigi Einaudi scrisse: “Nei Paesi dove le imposte sono davvero democratiche non si parla mai di imposte straordinarie patrimoniali”.


E se fosse Associazione Nazionale Ciarlatani d’Italia?

Quella che oggi pomeriggio fa sfoggio di se’ a Brindisi è purtroppo la parte peggiore della politica italiana.

Nel momento in cui l’Italia, tutta, chiede una ventata di freschezza, volti giovani e nuovi, risposte concrete alla crisi e alla depressione ( e purtroppo non solo quella psicologica), qui, alla XXVIII Assemblea Nazionale dell’Anci– l’associazione nazionale dei comuni d’Italia- si risponde, anzi, qualcuno risponde con i peggiori atteggiamenti da Prima Repubblica.

Questi i fatti: convocati i delegati da tutta Italia, in rappresentanza degli oltre 8000 comuni, alle ore 14, si presumeva che verso le 15.30 si potesse procedere con l’elezione del nuovo presidente, in quota Partito Democratico.
Si presumeva, appunto. La realtà dei fatti è, purtroppo, quella che segue:

Ore 13: il PD è diviso su due candidature: Delrio, sindaco di Reggio Emilia, e Emiliano, sindaco di Bari.
Ore 13.30: si iniziano a capire le motivazioni delle divisioni interne ai democrat di casa nostra: Delrio è troppo nordico. Anche qui si teme l’effetto sbilanciamento a favore del Nord, o ancor peggio quello”secessionista” e nessuno vorrebbe scatenare l’ira di Napolitano…
Ore 14.30: la “questione nordista” non trova soluzione… Meglio rifletterci di fronte a un piatto di orecchiette alle cime di rapa ( d’altronde, siamo in Puglia…vuoi non approfittarne???)
Ore 15.30: davanti a uno sgroppino, a qualcuno balena l’idea geniale salvaPD: “cosa facciamo di solito quando non riusciamo a metterci d’accordo?” e la risposta è sempre quella: LE PRIMARIE!
Ore 16.00: ok, è deciso! Si fanno le primarie interne per decidere chi è il candidato da presentare alle votazioni bipartisan ( eh si, perché all’elezione partecipa anche il PdL, che, nel frattempo, sta buono buono in sala… O in spiaggia… O al ristorante, in attesa che il PD smetta di fare guerra interna).
Ore 16.05: sorge il primo problema: ” ok alle primarie. Ma come votiamo? Per via nominale, voto segreto, alzata di mano, su base regionale, possono votare tutti, votano solo i delegati,può votare anche mio figlio che non è eletto ma è un sostenitore del PD ed è, incidentalmente, qui con me con venti suoi amici…?”

Ore 17.00: il PD decide che si voterà su foglietti di colore arancione. A Milano con Pisapia l’arancione ha portato bene.
Ore 17.03: i foglietti arancioni non bastano… “vanno bene anche quelli rosa” suggerisce Nichi Vendola, appena giunto all’Assemblea.
In contemporanea, in sala il PdL inizia a dare segni di nervosismo… Lotte intestine del genere non si vedevano dai congressi PSI degli anni Ottanta… E i nostalgici PdL ci rimangono male perché si sentono esclusi dalle trattative di corrente.
Ore 18.00: il PD decide di rifare tutto. Ma prima di ricominciare, pausa caffè. Anzi pausa Mostaccioli ( dolce tipico locale… D’altronde, siamo pur sempre in Puglia… )
Ore 18.15: in sala assembleare il PdL inizia, giustamente, a lagnarsi… Anche noi vogliamo i mustaccioli!!!! Nel frattempo, i nostalgici ex PSI del PdL , già con biscottino alle mandorle in mano, si apprestano a votare il candidato PD…non hanno saputo resistere alla tentazione!
Ore 19.00: la platea Pidiellina in sala, disperata, urla all’unisono: ” basta! Dateci un candidato qualunque! A sto punto vi votiamo pure Renzi” (nel frattempo,il sindaco di Firenze si allontana. Forse sta chiamando Arcore per chiedere la benedizione…)

Ore 19.33… Cioè, ora. Stiamo ancora aspettando di essere illuminati dal PD sulle scelte emerse dalle primarie.
Teoricamente, secondo il programma a quest’ora avremmo dovuto essere già tutti con le gambe sotto al tavolo per la cena conviviale, dopo aver sentito la relazione del nuovo presidente, di Osvaldo Napoli, del presidente del Senato Schifani, del presidente della Puglia Vendola e del Ministro Fitto.
Ovvio che dopo tutti i biscottini, nessuno abbia più fame.
Ma ancor più ovvio è che se questo è il centrosinistra e questi i suoi statisti, dobbiamo solo sperare che passino sempre il proprio tempo a decidere ( o non decidere) sul futuro dell’Anci, piuttosto che sul futuro del Paese.

Ps. Mi dicono che c’è un aggiornamento dell’ultimo secondo: alle ore 19.48 si scopre che dietro a tutto sto casino c’è lo zampino di D’Alema. Sarebbe stato lui, secondo fonti anonime, ad aver fatto sparire i foglietti rosa!

Per dovere di cronaca, aggiungo che alle 20.17 viene DEMOCRATICAMENTE eletto Graziano Delrio, sindaco di Reggio Emilia, a presidente dell’Anci.
Una votazione per la quale sono servite ben cinque ore di gestazione.
Speriamo che adesso non si metta a cantare il Va Pensiero…


Se questo è un funerale, ho sbagliato abito.

Nel giorno in cui il comitato anti porcellum deposita in Cassazione 1.210.000 ( ebbene sì, unmilioneduecentodiecimila) firme per abrogare l’attuale legge elettorale, il Popolo della Libertà lombardo si è dato appuntamento all’Ata Hotel di Pero per la prima Assemblea Regionale degli Eletti.

Un appuntamento atteso da oltre tre anni.
Un momento di riflessione richiesto da molti e accolto da molti di più.
Un pomeriggio di lavoro che pone al centro un unico ambizioso obiettivo: far ripartire il grande motore del partito.

Immagino già i primi commenti di chi legge.
Mi sembra quasi di sentire l’ilarità con cui alcuni potrebbero interpretare queste parole.
Alcuni detrattori, quelli schierati, sicuramente, ma anche tanti che detrattori non sono o, almeno, non dovrebbero esserlo.
Amici che per anni hanno avuto non tutto ma sicuramente tanto dal partito.
Amici che per anni hanno avuto l’opportunità di essere candidati ed eletti attraverso il simbolo di questo partito.
Amici che, grazie a questo simbolo, hanno avuto importanti ruoli nelle amministrazioni comunali, provinciali, e anche più su, regionali e di Governo.
Amici che, però, oggi, nel momento più difficile per il nostro paese e per il nostro movimento, si nascondono dietro al demoralizzante “non c’è più niente da fare” o al “è troppo tardi per porre rimedio”.
Amici che, oggi, non sono più tali.
Sono proprio questi i detrattori interni, coloro che, ignobilmente, non si sentono in dovere di restituire qualcosa a quel partito che tanto ha dato loro.
Sono proprio questi i soggetti che, anziché darsi un obiettivo e perseguirlo, si siedono su comodi scranni e criticano o ancor peggio scherniscono quelli che al contrario cercano di trovare soluzioni.
Sono proprio questi quelli che fanno male al partito.
Sono questi quelli che, con il loro pessimismo e lassismo, fanno male in generale.
Sono quelli che, come giustamente diceva qualche giorno fa il segretario nazionale Angelino Alfano, devono farsi da parte. Non mettendosi a bordo campo, aggiungo io, ma uscendo proprio dallo stadio.
E questa è solo una delle condizioni necessarie per il rilancio. Necessarie ma non sufficienti, perché serve molto, moltissimo altro da coloro che, invece, nella rinascita ci credono.

La rinascita, appunto.
Fa strano ammettere che uno dei partiti più giovani del panorama nazionale italiano abbia bisogno di parlare di un rinnovamento.
Il PdL all’anagrafe ha solo due anni. Politicamente tre, essendo il partito con cui Berlusconi ha vinto le elezioni nel 2008.
Ma al registro dei nuovi nati il Popolo della Libertà risulta per la prima volta il 29 marzo del 2009.
Due anni, appunto.
Due anni in cui ne sono successe di tutti i colori.
Dalla fuoriuscita di uno dei due soci fondatori (manco lo cito…), al cambio al vertice, dal triumvirato Bondi-Larussa-Verdini al segretariato unico targato Alfano; dalle vittorie alle elezioni regionali 2010 fino ad arrivare al buco nero delle amministrative del 2011, con i casi di Milano e Napoli in prima fila.
Due anni di scandali, di intercettazioni, di processi in tribunale ma anche di gogne mediatiche.
Due anni in cui il Popolo della Libertà, con i suoi eletti e i suoi elettori, si è sentito un pochino meno forte e anche meno orgoglioso rispetto al passato.

Due anni di muro del pianto che, oggi, però deve cessare di esistere.
Perché ce lo chiede il nostro elettorato e perché ce lo chiedono tutti quelli che ci credono.
E che forse ci credono più di prima.
Perché è vero, c’è ancora tanta gente che ha speranza. E io sono tra questi

Chiamateci idealisti.
Chiamateci eterni ottimisti.
Chiamateci Don Chisciotte.

Ma io faccio parte di quella generazione che non ha diritto al posto fisso, al reddito garantito.
Faccio parte di quella generazione che paga i contributi all’Inps anche se non é certa che a tempo debito la parola “pensioni” sarà nemmeno sul dizionario.
Faccio parte di quella generazione che per la prima volta nella storia del nostro Paese è più e meglio formata rispetto alla generazione precedente, ma che ha meno possibilità di trovar lavoro rispetto ai propri genitori.
Faccio parte di quella generazione che viene definita di “bamboccioni“, ma che sforna i migliori “cervelli in fuga”.
Di quella generazione che nonostante tutto è abituata a combattere e a dimostrare il proprio valore.
Figuriamoci se ci fermiamo di fronte a un “tanto ormai é tardi”.
La mia generazione agli ex amici detrattori risponde che “se è tardi, allora dobbiamo correre, correre più veloce e più convintamente di prima”.
Ed è esattamente quello che faremo.

Qui, oggi, non si celebra un funerale.
Se non quello del nostro legame con i pessimisti.


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