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Martone ha ragione. Ma fa figo dire il contrario.

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In tempi in cui la ricerca del consenso, dell’acclamazione, del retweet é fondamentale al punto da diventare quasi indispensabile per sentirsi “qualcuno”, io vado contro corrente.
E decido di dire, come ho sempre fatto d’altronde, quello che realmente penso.

Martone ha ragione.

E, con un linguaggio diretto, spregiudicato e poco politically correct, ha condensato in un’unica parola un concetto sacrosanto.
“Se a 28 anni non lavori e non sei laureato sei uno sfigato”.

Ma sfigato nel vero senso del termine.
Perché se a 28-30 anni non hai ancora raggiunto la laurea, e non hai impegni lavorativi che, ovviamente, ti distolgono dai tuoi doveri da studente, allora l’unica spiegazione é che tu abbia avuto dei problemi di altro genere, ad esempio familiari o di salute.
In gergo ggggiovane, quindi, sei stato sfigato perché hai avuto delle “sfighe”.

E, nota bene, questa non é una giustificazione o una tesi difensiva del giovane ricciolone viceministro.
Al contrario.
É solo il preliminare a quello che avrebbe dovuto aggiungere.
Perché se a 28 anni non sei laureato, non sei lavoratore (o appena uscito dal mercato del lavoro, vista la crisi, ma questa é una delle cause che infilo nella seguente voce “sfiga- da leggersi come problemi di altra natura”) e non hai avuto altri problemi personali, allora non sei sfigato.
Sei solo un fannullone.

E sia chiaro. Questo potrebbe anche essere un diritto.
Ognuno può e deve vivere la propria vita secondo la propria volontà e secondo il proprio senso del dovere.. e anche la propria dignità.

Ma allora, per favore, chiunque voglia esercitare questo diritto, almeno abbia la decenza di non offendersi se qualcuno non lo eleva a modello per le nuove generazioni, o per i coetanei.

Per favore piantiamola con questo buonismo che fa carne di porco dei talenti a favore della strenua difesa di coloro che decidono, consapevolmente, di sprecare la propria intelligenza e il proprio tempo.

E ora linciatemi perché, personalmente, credo sia più giusto se non doveroso per un Governo spronare i ragazzi a fare sempre più e meglio rispetto al passato.
Linciatemi perché credo che sia giusto sostenere il talento.
Linciatemi perché al buonismo qualunquista, preferisco la sacrosanta, seppur dura, verità.


Giovani disoccupati ai tempi della crisi.

Se é vero che l’anno che sta per concludersi é stato particolarmente difficile per il mercato del lavoro in generale, é ancor più vero che siano stati i giovani e le donne, in particolare, a pagarne il conto più salato.

La mancanza di esperienze lavorative pregresse, i titoli di studi troppo “elevati”, il rientro post maternità sono solo alcuni esempi del perché i giovani e le donne, a fronte di un mercato del lavoro in fase di stallo, non riescano a collocarsi, se non attraverso formule contrattuali decisamente “curiose”.

Fino a che il mercato risponderà esclusivamente a logiche stantie, che quindi poco hanno a che fare con il merito, con la produttività e la competenza, non si avrà mai flessibilità ma solo precarietà.

Lungi dal voler dibattere sulla questione dell’articolo 18 in questa sede, credo però sia opportuno riconoscere che, in un momento di grave crisi come quello attuale, le aziende dovrebbero poter godere di forme di flessibilità non solo per eventuali assunzioni ma anche e soprattutto per eventuali dimissioni.

Chi continua a battere sul tema della precarietà giovanile oggi, non può permettersi il lusso di tacere sulla totale immobilità e sostanziale impossibilità di licenziamento da parte del mercato del lavoro di quanti, purtroppo, non concorrono al miglioramento delle performances aziendali e, di conseguenza, al miglioramento del sistema paese in generale.

Impossibilità di licenziare, nel privato così come nella pubblica amministrazione, oggi, significa non solo premiare ingiustamente chi non se lo merita ma anche e soprattutto impedire l’ingresso nel mondo del lavoro ai tanti, uomini e donne, che, invece, se lo meritano.

Per capacità, talento e determinazione.

Questa é la vera battaglia.


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