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Metti un lunedì di fine gennaio…

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Un lunedì importante.
O meglio, oggi é un lunedì che segue a un week end importante.
In primis perché il dibattito a livello nazionale si é concentrato sui contenuti del decreto Monti, quel famoso “Cresci, Italia” tanto atteso.

Come già detto, Catricalà aveva promesso che il 20 gennaio il Governo avrebbe presentato i contenuti del decreto e, infatti, così é stato.
Importante, dunque, perché, finalmente, dopo settimane di scioperi, di vesti stracciate, di minacce e quant’altro, finalmente tassisti, farmacisti e altri professionisti hanno qualcosa di concreto su cui basare la propria protesta, abbandonando di fatto la contestazione preventiva e a prescindere che ha dominato la piazza mediatica (ma non solo, vedi il Circo Massimo di Roma) dei giorni scorsi.
Con qualcosa di scritto, potranno capire se questo decreto ha realmente contenuti così punitivi sul fronte liberalizzazione e, quindi, scioperare di conseguenza.

Il secondo punto, a mio avviso importante, é dato dai due partiti che in questo week end hanno dato prova che la politica (propriamente intesa) non é del tutto sparita, anche in un frangente in cui la tecnocrazia sembra aver preso il sopravvento.
Parlo di politica territoriale, come quella “animata” dal PD attraverso le primarie che si sono svolte a Monza, e di politica glocale (globale ma anche fortemente locale), attivata dalla Lega Nord che ha dato vita a una manifestazione antiMonti a Milano in piazza Duomo.
Due momenti politici diversi, che al di là dell’aver incidentalmente avuto luogo nella stessa giornata -domenica 22 gennaio- hanno ben altro in comune.
Senza dubbio, la volontà di “contarsi“, cioè di comprendere la forza quantitativa dei propri “militanti” e afecionados, nonostante le temperature di questi giorni non siano proprio ideali per invogliare la gente a uscire di casa.
Un secondo elemento, é la voglia di “marcare” il territorio, cioè di farsi vedere attivi dal proprio elettorato: una sorta di dimostrazione che il partito non si é addormentato sugli scranni di Montecitorio, non si é preso una pausa e nemmeno si é concesso il lusso di una parentesi sonnacchiosa in cui delegare ad altri la gestione del potere.
In questo senso, credo che la vivacizzazione delle piazze sia stato un bene, per far comprendere come il tecnogoverno non sia realmente riuscito a esautorare del tutto la politica dal suo ruolo.

Evitando di entrare nei contenuti dei due eventi, mi limito a sottolineare come questo primo week end politico del 2012 sia stato, sostanzialmente, importante.

O meglio importante se inteso in termini preliminari, come un qualcosa che possa inaugurare una nuova stagione politica di confronto, di attivismo e di presenza.

Ma soprattutto, importante se da momenti come questi si riuscirà nell’arduissimo compito di far riavvicinare le persone alla politica, farle tornare a credere in qualcosa e soprattutto a riaccendere la voglia di partecipare.

Per far questo, credo che servirà ben più di una manifestazione di piazza.
Per il momento, però, teniamoci stretto questo bell’inizio.

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Liberalizzare: un dovere per pochi, non per tutto.

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Ancora dieci giorni.

Solo dieci e l’Italia cambierà volto.

Come?

Grazie alle imponenti misure di liberalizzazione studiate dal tecnogoverno targato Monti.

E allora non ci sarà scampo, sembra promettere Antonio Catricalà, sottosegretario alla presidenza del consiglio.

Ma scampo per chi?

Ad oggi sembra che a tremare debbano essere farmacisti, taxisti e notai, ossia lavoratori estratti (oserei dire) a sorte per essere sacrificati sull’altare delle liberalizzazioni.

Ma siamo davvero certi che il risanamento dei conti dello Stato passi attraverso questa strana (a mio dire) decisione che, oggettivamente, poco ha a che fare con le priorità cui questo governo é stato legittimato a operare?

O meglio, siamo certi che sotto il capitolo liberalizzazioni l’Italia intera aspettasse di trovarsi questa proposta?

O forse si auspicava a una vera svolta a favore della liberalizzazione dei servizi pubblici, quei servizi oggi sostenuti dalle pubbliche amministrazioni a suon di carrozzoni, utili esclusivamente a stipendiare amici, parenti e “trombati” vari della politica e a creare buchi di bilancio da far impallidire quello dell’ozono.

Personalmente, come sostengo da troppo tempo ormai, speravo che un governo tecnico, libero da lacci e lacciuoli populisti, potesse davvero mettere mano al settore dei servizi pubblici, eliminando quelle società pubbliche o partecipate che ogni anno costano allo stato ( o agli enti locali, ma alla fine é sempre lo stesso cittadino che paga) senza, però, offrire reali servizi di qualità ed efficienza.

É evidente, purtroppo, che il canto della sirena ha ammaliato anche il tecnogoverno che, ogni giorno sempre di più, si sta mostrando molto attento all’immagine e troppo poco orientato a rispondere alle vere richieste del nostro paese.

In attesa di giorni migliori, o quanto meno di vedere quel che realmente succederà nel nostro Paese quando il decreto sarà legge, pubblico, nuovamente e a uso e consumo degli ottimisti come me, parte del testo che ha dato vita all’Ordine del Giorno presentato e accolto lo scorso 16 dicembre dal Governo Monti (ma se lo ricorderà?) in materia di liberalizzazioni dei servizi pubblici locali.

LIBERALIZZAZIONI DI MUNICIPALIZZATE ED ENTI PARTECIPATI

Nonostante siano diversi anni che i Governi (di ogni colore e schieramento) tentino di normare un effettivo processo che porti a una vera e propria liberalizzazione dei servizi locali, oggi, questo rappresenta ancora un obiettivo da raggiungere.

Già nel 1997 Napolitano e Vigneri firmarono un primo progetto in merito, poi fu il turno di Lanzillotta e infine arrivò il decreto Ronchi-Fitto.

Indipendentemente dagli sforzi fatti finora, é doveroso sottolineare come qualsiasi tentativo di riforma sia sempre stato ostacolato al fine di tutelare uno status quo che, nella stragrande maggioranza dei casi, non solo non garantisce la qualità dei servizi, ma soprattutto comporta un dispendio di risorse pubbliche che oggi potrebbero e dovrebbero essere meglio investite.

Proprio attraverso il decreto Ronchi- Fitto ci fu un primo vero tentativo di concepire un’inversione di marcia sul fronte dei servizi pubblici, attuando le direttive comunitarie in materia di concorrenza che impongono per tutti i servizi di interesse economico generale l’affidamento attraverso procedura concorsuale e limitando ad alcuni servizi specifici e ben identificati la possibilità di affidamento diretto o la gestione in house.

Obblighi comunitari, appunto, ai quali però si é parzialmente opposto il popolo italiano (influenzato da una campagna mediatica oscurantista e demagogica) che, bocciando la normativa sull’acqua attraverso il referendum abrogativo dello scorso giugno, ha offerto una formidabile sponda alle spinte conservatrici, imponendo una battuta d’arresto al processo di liberalizzazione in genere e dando il via ad un’inversione di tendenza in senso statalista.

Al di là di qualsiasi ideologia di base, é fuor di dubbio che oggi il nostro Paese si trovi a dover affrontare con serietà la questione: la gestione dei rifiuti, delle reti idriche ed energetiche e i sistemi di trasporto locale in particolare, ma anche i servizi culturali e assistenziali, devono oggi essere concepiti dagli enti pubblici in una nuova logica, rispondendo ai principi di trasparenza, efficienza, economicità e qualità.

Allo stesso tempo é indispensabile ribaltare la logica che fino ad oggi ha dominato lo scenario dei servizi, in base alla quale lo sviluppo di infrastrutture essenziali (come quelle dei trasporti o dei rifiuti) esclusivamente attraverso il ricorso a capitali pubblici.

SERVIZI PUBBLICI LOCALI (TRE) PROPOSTE CONCRETE

-Studio ed introduzione di misure in grado di disincentivare la gestione diretta (in house) di servizi pubblici, incentivando l’ingresso di privati tramite gara: una tendenza che, oltre a mostrarsi in sintonia con i dettami europei, inciderebbe in modo significativo sul miglioramento di efficienza ed economicità, oltre a garantire un risparmio di risorse per l’ente pubblico.

Introduzione dell’obbligo di dismissione da parte del Comune (o dei Comuni) delle quote di partecipazione delle società miste o pubbliche che presentano perdite di bilancio per più di due esercizi consecutivi (sono ipotizzabili limitatissime eccezioni legate all’erogazione di taluni servizi fondamentali, in un’ottica redistributiva, ma deve comunque essere spiegato prima e chiaramente – già a livello di voci di bilancio – come si intendono coprire le perdite, in modo che i cittadini sappiano cosa serve a coprire cosa).

Obbligatorietà della parametrazione dei costi dei servizi erogati dall’ente pubblico (o da società partecipate) ai costi standard misurati su corrispettivi servizi erogati da impresa privata.


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