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La panchina lasciamola ai pensionati… o ai pensionabili!

Comunicato stampa

Giovane Italia Monza e Brianza


“Basta con i carrozzoni pubblici.

Sì a misure di efficienza a favore del cittadino”.

 

In un momento di grave difficoltà come quello che l’Italia intera sta attraversando, la politica ha un solo dovere: rispondere concretamente per ridare slancio al nostro Paese – queste le parole con cui Martina Sassoli, vicepresidente nazionale di Giovane Italia e assessore a Monza é intervenuta al dibattito in occasione della presentazione del libro “La mafia uccide d’estate” da parte di Angelino Alfano, Segretario Nazionale del Popolo della Libertà lo scorso 16 gennaio a Roma, consegnando ai massimi esponenti del partito il documento politico-programmatico sul tema della liberalizzazione dei servizi pubblici locali- Il vento dell’antipolitica, ormai dilagante, deve essere affrontato rimettendo al centro dell’agenda il cittadino, inteso come destinatario di politiche efficienti ed economiche e non più come un mero finanziatore dello Stato”.

 

Dall’inizio del 2012 i ragazzi della Giovane Italia, guidati dall’Onorevole Annagrazia Calabria, hanno aperto un’importante fase di confronto con i massimi esponenti del partito su alcuni temi di straordinaria rilevanza per l’attuale e le future generazioni di under 35. Lavoro e flessibilità contrattuale, welfare, liberalizzazione dei servizi pubblici, patto di stabilità per gli enti locali, legge elettorale, ricambio generazionale della classe dirigente e lotta alle caste sono solo alcuni degli esempi delle battaglie condotte in questi mesi dai militanti e dagli eletti che, lungi dal farsi intimidire dal vento dell’antipolitica, sostengono con determinazione la necessità di una ancor più pregnante partecipazione dei giovani alla gestione della “res publica”.

 

Essere giovani, oggi, – conclude la Sassoli – non può più significare sostare in panchina. E’ finito il tempo di aspettare che il Mister chiami a giocare la partita o di delegare agli altri. Questo è, invece, il tempo di proporre soluzioni e di farsi valere come patrimonio non solo partitico, ma di tutta l’Italia. Un patrimonio fatto da un capitale umano che oggi più che mai, è pronto e determinato ad affrontare con serenità e serietà il tema degli sprechi politici, a partire dalle società pubbliche, fin troppo simili a stipendifici più che a strumenti volti a erogare servizi efficienti per il cittadino.”

 

Monza, 18 gennaio 2012


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Duemiladodici: quando il gioco si fa duro, i giovani cominciano a farsi notare.

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Duemiladodici.
Un anno che, appena iniziato, sembra destinato a segnare un netto cambio di rotta.
O almeno destinato a restare come un anno potenzialmente simbolo di un qualcosa di nuovo che possa sparigliare le carte della politica.

Non bastavano i Maya, che con i presagi di disgrazie e sventure hanno terrorizzato (o quanto meno, fatto meditare) l’attuale generazione umana.
Non bastava la crisi economica che, ben lungi dal levare le tende dopo ben tre anni di permanenza nelle nostre case, sembra voler restare l’unica protagonista indiscussa dell’anno che verrà.
E a quanto pare non bastava nemmeno un tecnogoverno che, impossessatosi dalla sera alla mattina dello scenario pubblico italiano, ora é quanto mai deciso a far sparire del tutto quel che resta della politica italiana.

Bene. Se queste sono le premesse con cui abbiamo dato il benvenuto al nuovo anno, la mia natura ottimista mi fa pensare che, forse, non tutto il male vien per nuocere.

Perché se da un lato é inevitabile lasciarsi andare a pensieri deprimenti sullo stato attuale del nostro Paese (basti dare un’occhiata ai dati sulla disoccupazione, soprattutto giovanile e femminile, e sull’impoverimento dei ceti medio-bassi delle famiglie italiane), dall’altro é importante cercare il barlume di speranza che ci faccia capire che nonostante tutto, nonostante lo spread altalenante, nonostante il Pil in stallo, nonostante la Merkel e Sarkozy, qualcosa di buono nel nostro Paese si sta creando.

E io, questo barlume di speranza, lo vedo.
E non credo di soffrire di allucinazioni.
Lo vedo soprattutto su internet, nei blog, nei social network, dove un’intera generazione di venticinque-trentenni si sta muovendo, sta scaldando i motori per dare vita al più grosso ricambio generazionale che il nostro Paese abbia visto dalla seconda guerra mondiale in poi.
Un esercito di giovani donne e uomini che sta crescendo e si sta formando con la convinzione che quello che oggi non va in Italia debba essere cambiato, e al più presto, e che questo cambiamento non possa più essere delegato a qualcun altro.
Ognuno di questi ragazzi, e questa é la vera novità, si sta facendo promotore del cambiamento, passando da semplice spettatore o al limite “commentatore” a parte attiva e in prima persona di un profondo stravolgimento della politica italiana, a destra come a sinistra.

Ecco allora che il barlume di speranza non é più una semplice idea fumosa, dettata più dall’ottimismo che da una vera strategia, ma un progetto politico di rinnovamento che diventa realtà attraverso le parole e i fatti di questa nuova generazione di giovani che ci credono. Rottamatori, riformisti, tea-partisti, sono tutti esempi di quanto sia determinata quella che comunemente ed erroneamente viene definita “la classe dirigente del futuro” ma che, in realtà, sta diventando classe dirigente attuale e determinante per il futuro.

A tutti questi ragazzi, che conosco e che vedo all’opera, dico che grazie a loro, grazie a noi, il nostro Paese ha una chance in più.

É quindi arrivato il momento di agire, di raccogliere la sfida e di farci sentire.
Non solo attraverso la rete, nostra prima alleata, ma anche e soprattutto nelle strade, nelle piazze delle nostre città e, non dimentichiamocele, anche nelle sedi di partito o delle associazioni.

La strada non sarà facile e non troveremo mai chi ci aprirà le porte, ne’ nel mondo della politica, ne’ in quello del lavoro, e proprio per questo dobbiamo essere lucidi e coscienti di quello che ci aspetta: un 2012 difficile e impegnativo ma che, proprio per questo, sarà la cartina tornasole di quello che questa generazione é in grado di fare!

Buon lavoro, ragazzi!


Liberalizzare: un dovere per pochi, non per tutto.

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Ancora dieci giorni.

Solo dieci e l’Italia cambierà volto.

Come?

Grazie alle imponenti misure di liberalizzazione studiate dal tecnogoverno targato Monti.

E allora non ci sarà scampo, sembra promettere Antonio Catricalà, sottosegretario alla presidenza del consiglio.

Ma scampo per chi?

Ad oggi sembra che a tremare debbano essere farmacisti, taxisti e notai, ossia lavoratori estratti (oserei dire) a sorte per essere sacrificati sull’altare delle liberalizzazioni.

Ma siamo davvero certi che il risanamento dei conti dello Stato passi attraverso questa strana (a mio dire) decisione che, oggettivamente, poco ha a che fare con le priorità cui questo governo é stato legittimato a operare?

O meglio, siamo certi che sotto il capitolo liberalizzazioni l’Italia intera aspettasse di trovarsi questa proposta?

O forse si auspicava a una vera svolta a favore della liberalizzazione dei servizi pubblici, quei servizi oggi sostenuti dalle pubbliche amministrazioni a suon di carrozzoni, utili esclusivamente a stipendiare amici, parenti e “trombati” vari della politica e a creare buchi di bilancio da far impallidire quello dell’ozono.

Personalmente, come sostengo da troppo tempo ormai, speravo che un governo tecnico, libero da lacci e lacciuoli populisti, potesse davvero mettere mano al settore dei servizi pubblici, eliminando quelle società pubbliche o partecipate che ogni anno costano allo stato ( o agli enti locali, ma alla fine é sempre lo stesso cittadino che paga) senza, però, offrire reali servizi di qualità ed efficienza.

É evidente, purtroppo, che il canto della sirena ha ammaliato anche il tecnogoverno che, ogni giorno sempre di più, si sta mostrando molto attento all’immagine e troppo poco orientato a rispondere alle vere richieste del nostro paese.

In attesa di giorni migliori, o quanto meno di vedere quel che realmente succederà nel nostro Paese quando il decreto sarà legge, pubblico, nuovamente e a uso e consumo degli ottimisti come me, parte del testo che ha dato vita all’Ordine del Giorno presentato e accolto lo scorso 16 dicembre dal Governo Monti (ma se lo ricorderà?) in materia di liberalizzazioni dei servizi pubblici locali.

LIBERALIZZAZIONI DI MUNICIPALIZZATE ED ENTI PARTECIPATI

Nonostante siano diversi anni che i Governi (di ogni colore e schieramento) tentino di normare un effettivo processo che porti a una vera e propria liberalizzazione dei servizi locali, oggi, questo rappresenta ancora un obiettivo da raggiungere.

Già nel 1997 Napolitano e Vigneri firmarono un primo progetto in merito, poi fu il turno di Lanzillotta e infine arrivò il decreto Ronchi-Fitto.

Indipendentemente dagli sforzi fatti finora, é doveroso sottolineare come qualsiasi tentativo di riforma sia sempre stato ostacolato al fine di tutelare uno status quo che, nella stragrande maggioranza dei casi, non solo non garantisce la qualità dei servizi, ma soprattutto comporta un dispendio di risorse pubbliche che oggi potrebbero e dovrebbero essere meglio investite.

Proprio attraverso il decreto Ronchi- Fitto ci fu un primo vero tentativo di concepire un’inversione di marcia sul fronte dei servizi pubblici, attuando le direttive comunitarie in materia di concorrenza che impongono per tutti i servizi di interesse economico generale l’affidamento attraverso procedura concorsuale e limitando ad alcuni servizi specifici e ben identificati la possibilità di affidamento diretto o la gestione in house.

Obblighi comunitari, appunto, ai quali però si é parzialmente opposto il popolo italiano (influenzato da una campagna mediatica oscurantista e demagogica) che, bocciando la normativa sull’acqua attraverso il referendum abrogativo dello scorso giugno, ha offerto una formidabile sponda alle spinte conservatrici, imponendo una battuta d’arresto al processo di liberalizzazione in genere e dando il via ad un’inversione di tendenza in senso statalista.

Al di là di qualsiasi ideologia di base, é fuor di dubbio che oggi il nostro Paese si trovi a dover affrontare con serietà la questione: la gestione dei rifiuti, delle reti idriche ed energetiche e i sistemi di trasporto locale in particolare, ma anche i servizi culturali e assistenziali, devono oggi essere concepiti dagli enti pubblici in una nuova logica, rispondendo ai principi di trasparenza, efficienza, economicità e qualità.

Allo stesso tempo é indispensabile ribaltare la logica che fino ad oggi ha dominato lo scenario dei servizi, in base alla quale lo sviluppo di infrastrutture essenziali (come quelle dei trasporti o dei rifiuti) esclusivamente attraverso il ricorso a capitali pubblici.

SERVIZI PUBBLICI LOCALI (TRE) PROPOSTE CONCRETE

-Studio ed introduzione di misure in grado di disincentivare la gestione diretta (in house) di servizi pubblici, incentivando l’ingresso di privati tramite gara: una tendenza che, oltre a mostrarsi in sintonia con i dettami europei, inciderebbe in modo significativo sul miglioramento di efficienza ed economicità, oltre a garantire un risparmio di risorse per l’ente pubblico.

Introduzione dell’obbligo di dismissione da parte del Comune (o dei Comuni) delle quote di partecipazione delle società miste o pubbliche che presentano perdite di bilancio per più di due esercizi consecutivi (sono ipotizzabili limitatissime eccezioni legate all’erogazione di taluni servizi fondamentali, in un’ottica redistributiva, ma deve comunque essere spiegato prima e chiaramente – già a livello di voci di bilancio – come si intendono coprire le perdite, in modo che i cittadini sappiano cosa serve a coprire cosa).

Obbligatorietà della parametrazione dei costi dei servizi erogati dall’ente pubblico (o da società partecipate) ai costi standard misurati su corrispettivi servizi erogati da impresa privata.


Una befana senza calze. A proposito di Omsa

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In tempo di feste il popolo viola, forse appesantito da panettone e torrone, sembra non azzeccarne nemmeno una.

Prima la dichiarazione del comico (che ormai da diversi anni non fa nemmeno ridere) Grillo, inventore del viola politico, a proposito della necessità di comprendere chi attenta alla vita dei lavoratori di Equitalia (come se i dipendenti della società non fossero altro che mostri e non semplici madri o padri o giovani che hanno trovato in Equitalia un posto di lavoro).

Poi il tentativo di sensibilizzare la rete sugli imminenti licenziamenti del gruppo Omsa, cosa di per se’ buona come intenzione ma assurda come proposta operativa, attraverso la richiesta di boicottare gli acquisti delle calze del gruppo.

La logica economica che da sempre determina il mercato, infatti, dice che:

1.Più si vende, più si produce.
2.Più é spinto il livello di concorrenza in termini di prezzo, più forte é la necessità di razionalizzare i costi di produzione.

Alla luce di queste due verità fondamentali, emerge chiaro che:

Il nostro paese, dopo anni di mancate riforme del mercato del lavoro che portassero a vera flessibilità in uscita e in assenza di veri incentivi a non delocalizzare, non ha alcun appeal sul fronte imprenditoriale.
Tassazione elevata, impossibilità di licenziare, cause giudiziarie che impiegano almeno 5 anni prima di essere chiuse, assenza di una vera possibilità di concertazione con i sindacati (la cui unica politica in Italia é quella dello sciopero e mai mirante alla salvaguardia di posti di lavoro) sono solo quattro esempi di come l’impresa all’Italiana assomigli sempre più a una missione umanitaria più che a un vero e proprio esempio di produttività.

A questo punto é lecito domandarsi a cosa serva realmente una proposta di boicottaggio in questi termini se non ad aggravare ulteriormente la già delicata situazione del mercato del lavoro.
É opportuno sapere, infatti, che il gruppo Omsa, leader italiano e tra i principali player europei nella produzione di calze e collant, ha altri 4 stabilimenti produttivi nel nostro paese, oltre a quelli già localizzati da anni in Serbia e Stati Uniti.
Boicottare questo marchio (e tutti i brand relativi) non farà altro che mettere a repentaglio anche i lavoratori degli altri 4 stabilimenti italiani, a favore di un’accelerata delocalizzazione in altri paesi in cui il gruppo é già presente.

Con questo non intendo che i 329 licenziamenti di Faenza sono 329 offerte sacrificali in nome del sistema paese. Queste sono 329 famiglie che meritano la nostra comprensione e tutto il nostro supporto, soprattutto dovrebbero meritare l’attenzione di chi (pubblica amministrazione e sindacati) ha il compito e il dovere di lavorare per una opportuna ricollocazione lavorativa.
Ma allo stesso tempo non possono e non devono diventare i 329 testimoni di una campagna ipocrita e miope come quella che il popolo viola sta facendo rimbalzare da un social network all’altro, giusto per il gusto di farsi vedere attivi e attenti.

L’errore più grande, infatti, sarebbe ridurre questa triste vicenda, triste e terribile sia per l’impresa italiana sia per le famiglie di Faenza colpite dai licenziamenti, a una boutade, a una buffonata effimera e della stessa durata di un tweet.

Tratto da Linkiesta di oggi

Omsa chiude, la protesta delle donne sul web

Elisa Zanetti

Il noto gruppo che raccoglie al suo interno marchi come Filodoro, Golden Lady, Sisì e Philippe Matignon ha annunciato che trasferirà la propria produzione in Serbia, lasciando così senza lavoro le 239 operaie della fabbrica di Faenza. Dalla rete moltissimi messaggi di solidarietà e inviti a boicottare l’azienda.

Un volantino contro Omsa
3 gennaio 2012
Sarà una “befana senza calze” e non solo per la crisi che ha portato a un netto taglio dei consumi, ma soprattutto per la proposta lanciata dalla pagina facebook “A piedi nudi!”, che invita tutti i consumatori a boicottare i marchi Omsa, il noto gruppo produttore di calze, che a breve chiuderà lo stabilimento di Faenza, lasciando a casa 239 operaie. Lo scorso 27 dicembre 2011, infatti, le lavoratrici dell’azienda hanno ricevuto dalla proprietà un fax in cui si comunicava l’intenzione di procedere con la risoluzione dei rapporti di lavoro, al termine della cassa integrazione straordinaria, che scadrà il 14 marzo 2012. Il gruppo Omsa trasferirà la produzione in Serbia, dove può godere di condizioni più favorevoli, secondo una logica di risparmio dei costi d’impresa.

Immediate le reazioni alla diffusione della notizia dei licenziamenti: l’IdV, che da subito si era schierata a favore delle operaie dell’Omsa, chiede al governo di convocare immediatamente la trattativa, ponendo come condizione il ritiro dei licenziamenti, mentre i sindacati, in una nota congiunta Filctem-Cgil, Femca-Cisl e Uilta-Uil parlano di comportamento «inaccettabile e irrispettoso» da parte di Nerino Grassi, patron dell’azienda, che ha scelto ancora una volta «di sottrarsi al confronto e a ogni responsabilità, preoccupandosi esclusivamente di tagliare il cordone ombelicale con lavoratrici e lavoratori». Franco Grillini, presidente della Commissione Politiche Economiche della Regione Emilia-Romagna, parla invece di «provocazione» perché Omnsa, «nonostante fosse sana dal punto di vista industriale è stata trasferita in un paese dell’est».

Il dibattito accende anche la rete e su facebook e twitter si moltiplicano i commenti degli internauti. In tantissimi dichiarano che non acquisteranno più prodotti del gruppo: come ad esempio Eleonora85 che grida in un twitt: «Tu licenzi? Io non ti compro! Boicotta OMSA!» o ancora Barbara Campanelli che sulla pagina facebook del gruppo “A piedi nudi” dichiara la sua vicinanza e l’intenzione di non acquistare più i prodotti: «Vi sono vicina, io e le mie bambine siamo fedeli alla vostra causa, nn compreremo più i loro prodotti. Non mollate, facciamogliela pagare».

Alla scelta dell’azienda di delocalizzare la produzione Dino Amenduni risponde così: «Omsa: gli imprenditori possono delocalizzare, i clienti possono cambiare prodotti come risposta», proponendo quindi di premiare quelle aziende che scelgono di mantenere i propri stabilimenti in Italia, garantendo così l’occupazione nel nostro Paese. Benché ci sia chi proponga di realizzare dei volantini da distribuire davanti ai punti vendita del marchio, c’è chi invece crede che non acquistare più i prodotti dell’azienda non serva a nulla, come scrive Martina Sassoli: «Boicottare un marchio come Omsa non farà altro che raddoppiare il numero dei licenziamenti. Non è così che si aiutano i lavoratori. Svegliaaa!» o chi pensa che la colpa non sia degli imprenditori come Emanuele Bottini: «copione ormai noto, non si possono condannare imprenditori al fallimento, la colpa non è loro!».

C’è poi chi si domanda quanti imprenditori potranno davvero resistere lasciando la loro produzione in Italia, scrive Pier Luigi: «Quando Omsa produrrà all’estero abbasserà i prezzi? E i concorrenti restaranno in Italia perdendo altre quote di mercato?». E quanti consumatori potranno permettersi di non acquistare più i prodotti, twitta Andrea Girvasi: «in quanti possono permettersi di boicottare l’Omsa facendo acquisti “ideologici” senza guardare al prezzo di mercato?». Intanto l’evento facebook “Mai più Omsa”, creato il 31 gennaio, ha raggiunto in soli tre giorni oltre 25 000 iscritti e al di là di ogni dubbio, in rete, resta soprattutto la solidarietà alle donne che perderanno il lavoro e una amara nota d’ironia, scrive Quink: «Faenza, licenziate le 239 operaie OMSA. Erano troppi 50 denari».


25 NOVEMBRE 2011. Basta un giorno per dire basta alla violenza?

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Oggi, 25 novembre é la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Una giornata che, in questo “civilissimo” 2011 potrebbe apparire anacronistica.
Anacronistica perché non dovremmo aver bisogno di una giornata per sensibilizzare e per dire basta alla violenza. Dovrebbe essere una lotta di civiltà condivisa da tutti, che dovrebbe essere data per acquisita.
Invece no.
Invece, nonostante l’anacronismo dei tempi, viviamo in un tempo (e scusate il gioco di parole) in cui la battaglia per la tutela della donna é ancora tutta da combattere e dunque ancora ben lontana dall’essere vinta.
Ecco allora perché una giornata simile deve essere ricordata, ma ancor più deve essere vissuta.
Vissuta non da chi già conosce il dramma della violenza, perché lavora come volontario, come legale o come psicologo.
Deve essere vissuta in primis dalle famiglie e soprattutto dagli uomini che, accanto alle donne, devono comprendere l’importanza della tutela delle proprie sorelle, figlie e madri ed essere loro vicine nel combattere questi episodi. Per far sì che le donne vittime di violenza non si sentano più sole, per far sì che questi episodi cessino di esistere.

Solo in questo modo potremo davvero vincere non solo questa difficile battaglia, ma soprattutto la guerra contro uno dei reati più infami ai danni delle donne: quello contro la dignità fisica e psicologica della persona.

L’impegno del Comune di Monza e dell’Assessorato alle Pari Opportunità

LA GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE
L’INTERVENTO DELL’ASSESSORE SASSOLI

L’importanza di una giornata come quella del 25 Novembre è un punto da cui ripartire per la lotta ad un fenomeno di grande attualità”-afferma Martina Sassoli,Assessore alle Politiche Giovanili e Pari Opportunità. “Un’occasione che nasce dall’esigenza di informare e sensibilizzare tutte quelle donne che, pur essendo vittime di soprusi fisici, psicologici ed economici, non riescono a uscire dall’ombra, nascondendosi dietro a pericolosi auto colpevolizzazioni.

Nel corso di questi quattro anni di mandato, sin da subito il mio Assessorato, ha affrontato il tema del ruolo della donna e della sua tutela nei diversi ambiti sociali, mettendo in campo e sviluppando sinergie con i diversi attori del territorio. Particolare attenzione è stata posta sul tema della violenza, dello stalking e sulla sua prevenzione, argomenti quanto mai attuali e all’attenzione dell’agenda politica.

Secondo l’ indagine “Gender Based Violence” infatti ogni 8 minuti in Italia una donna subisce violenza. Negli ultimi 12 mesi sono stati 74mila i tentati stupri. Una donna su 3 subisce una violenza fisica o sessuale nel corso della vita; 1 su 7 l’ha subita nell’ultimo anno.
In un’ottica di prevenzione del fenomeno, ogni anno dal 2008, a Monza, sono stati organizzati diverse edizioni di corsi di autodifesa che hanno visto la partecipazione di circa 200 donne in totale. Nel 2009 è stato siglato un Accordo con la Fondazione ANIA per la Sicurezza Stradale che collabora con il Ministero delle Pari Opportunità e che ha permesso la distribuzione sul territorio delle provincia di Monza e Brianza di 200 Scatole Rosa: uno speciale trasmettitore Gps dotato di un rilevatore che, in caso di incidente o pericolo, permette di richiedere automaticamente assistenza stradale. Dai dati trasmessi da Ania risulta che già nel primo anno di utilizzo del servizio la Centrale Operativa aveva ricevuto 145 allarmi ma senza mai prevedere l’ intervento delle Forze dell’Ordine. Le casistiche più diffuse di chiamata sono state l’avaria del veicolo e lo stalking.
Quest’ultimo tema è stato in particolare oggetto di successivi incontri, seminari e dibattiti nel corso delle diverse edizioni delle manifestazione Ottobre in rosa, giunta quest’anno alla sua quarta edizione. Incontri con le scuole tra cui quello denominato “I volti della violenza” nel 2009 a cui avevano preso parte tra i relatori anche il Capitano dei Carabinieri Dr. D’Ambrosio e la Dr.ssa Mimma Carta- Presidente del Cadom di Monza.

Nel 2010 proprio il 25 di novembre, in occasione delle Giornata internazione contro la violenza della donna, era stato organizzato un Convegno dal titolo “Stalking: riconoscerlo e difendersi” in collaborazione con Anci Lombardia nell’ambito di Risorse Comuni e che aveva avuto ospiti tra i relatori Silvio Scotti – esperto de il sole 24ore e dirigente superiore polizia locale di Milano; Monica Sala – avvocato penalista del foro di Monza e Claudia Cazzaniga – psicologa e psicoterapeuta dell’Associazione C.a.do.m.

Sempre in collaborazione con il centro donne maltrattate è stata porta avanti una campagna di sensibilizzazione attraverso la raccolta firme a sostegno dei centri antiviolenza ed alle strutture pubbliche e private finalizzato ad ampliare il numero di servizi offerti alle vittime la cui incolumità sia particolarmente a rischio e per l’apertura di centri antiviolenza a carattere residenziale nelle aree dove è maggiore il gap tra la domanda e l’offerta.

Il delicato tema della violenza è stato anche oggetto di confronto e discussione nell’ambito dell’educazione all’affettività promossa dai centri giovani coinvolti nel progetto presso le loro sedi. Incontri che hanno visto l’intervento di operatori specializzati della Asl.

Con l’obiettivo di educare i giovani all’affettività e accompagnarli nella loro crescita, aiutandoli ad affrontare temi complessi quale il diventare grandi, il cambiamento dei riferimenti, la nuova relazione con i genitori, il rapporto con il gruppo dei pari, l’autostima, la sessualità, la scoperta di sé, del proprio corpo e di quello dell’altro, la gestione delle emozioni, la contraccezione, i comportamenti a rischia, è stato realizzato l’opuscolo in collaborazione con l’Azienda Sanitaria locale “ TI AMISSIMO, MI AMISSIMO – 18 pagine per sopravvivere ai tuoi primi 18 anni”.
Una possibilità di riflessione e di informazione “accompagnata” sul tema del diventare grandi e uno strumento di orientamento ai servizi, utile per avere sempre punti di riferimento in questo avvincente percorso di crescita.

Questi interventi attivi non sarebbero stati tuttavia possibili senza il prezioso contributo degli enti, delle associazioni e di tutte quelle agenzie che a vario titolo si occupano del fenomeno, spesso sommerso, e che si consuma tra le mura domestiche e in presenza di minori come è emerso da un altro convegno organizzato nell’ambito dell’edizione 2011 della rassegna Ottobre in rosa dal titolo “Giù le mani dalla mamma”.

In ultimo, ricordo che anche quest’anno il Cadom ha organizzato, in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne uno spettacolo teatrale dal titolo” “La Momola Menardi- una nessuna e centomilaValeri” presso il Teatro Villoresi alle ore 21.00 e che il mio Assessorato ha sostenuto con grande entusiasmo.

L’Assessore conclude lanciando un chiaro segnale di sostegno a favore di quelle donne vittime di violenza ricordando che “non sono sole ma che esiste un cordone di sicurezza, fatto di enti, associazioni e volontari, pronto a far loro da scudo nel difficile cammino che finalmente le possa portare fuori dall’incubo quotidiano della violenza


Calma piatta.

Sei giorni fa era tutto uno sdegnarsi collettivo.
Chiunque, dal grande statista ( o sedicente tale) al più semplice uomo di strada (nell’accezione migliore del termine), condannava i gravi episodi accaduti a Roma come atti di violenza inaudita e inaccettabile per un paese civile.
Per due giorni, telegiornali e media in generale hanno dato ampio spazio alle vicende, riproponendo desolanti immagini della Capitale messa a ferro e fuoco da gruppi di “facinorosi estremisti” e garantendo ampio spazio alle dichiarazioni del mondo politico, unanimemente sdegnato.
Poi è arrivato il momento dei primi arresti: i 12 fermi, la cui convalida è arrivata ieri, avrebbero dovuto placare la sete di vendetta di quell’Italia indignata pronta a condannare, nel migliore dei casi, ai lavori forzati i responsabili dell’operazione “distruggiamo Roma”.
Seppure i lavori di indagine proseguano, sembra però che la fame di giustizia (che non sempre si accompagna alla sete di vendetta di cui sopra) sia già stata saziata.
Sarà che nelle ultime 24 ore altri grandi avvenimenti hanno scosso l’umanità intera e di conseguenza il nostro paese, la morte di Gheddafi in primis ma anche Ignazio Visco (da non confondere con Vincenzo Visco, l’ex Ministro tuttotasse) a capo di Bankitalia non lo sottovaluterei, ma di black bloc o di quei “facinorosi estremisti” si parla molto meno.
Anzi, non se ne parla quasi più. Se anche la poppante neoinquilina dell’Eliseo, Dalia Sarkozy, riesce ad accaparrarsi un minutaggio superiore nei tg e a occupare centimetri e centimetri di articoli sia cartacei che sul web, vuol dire che l’attenzione mediatica ha abbandonato del tutto l’argomento.
Basta.
Roba vecchia. Inutile parlarne ancora. Almeno fino al prossimo episodio.
E così le piazze deturpate, le macchine incendiate, le madonne calpestate finiscono nel dimenticatoio. E chi urlava “vergogna” settimana scorsa, oggi, probabilmente, sta già concentrando il proprio sentimento di schifo su qualcos’altro.
Magari proprio sulla morte di Gheddafi.
A distanza di nemmeno sette giorni, dunque, calma piatta.
Tranne, ovviamente, per tutti quelli che invece sono stati vittime “vere” degli scontri di sabato.
I proprietari dei negozi, delle automobili, i residenti di quelle strade teatro della devastazione.
Quelli no, non si sono stancati di urlare il proprio sdegno e il proprio sconforto.
O forse hanno smesso di farlo perché non c’è più nessuno che li ascolta.
Non c’è più nessuno che li affianca. Che li supporta. Che fa massa critica e che insieme a loro dovrebbe essere in prima linea per far sì che episodi del genere non si ripresentino in futuro.
Ma a ben vedere, lo dicevo qualche giorno fa su Twitter (ormai mia valvola di sfogo…), le vittime di sabato non sono solo i romani.
Le vittime sono tutti gli italiani che hanno assistito senza poter fare nulla allo sfracello di una città simbolo dell’italianità, della nostra cultura, della nostra tradizione.
Una città che, guarda caso, è la capitale d’Italia, simbolo quindi di tutta la nostra patria, intesa come stato ma soprattutto come nazione.
Volendo usare un eccesso, quando nel 2001 vennero abbattute le Twin Towers, tutti gli Stati Uniti, compattamente, si sentirono offesi e attaccati. Non solo New York.
Allo stesso modo, perché a soli sei giorni di distanza sembra che la vicenda sia solo un affaire romano, qualcosa che riguarda altri, non noi, non la nostra quotidianità, la nostra casa, il nostro lavoro?
Se c’è una vera vittima oggi non è solo Roma ma l’Italia intera, incapace di riconoscersi come tale perché ha una memoria fintamente corta.
Secondo una stima pubblicata oggi da Il Giornale, negli ultimi dieci anni il mondo dei Black Bloc, dei No Tav, No Global e degli ultimi arrivati Indignados è costato 300 milioni di euro al nostro paese.
Parlo di costo anche se dovrei parlare di spreco, perché questi sono costi inutili perché derivano da danni inutili. E stupidi.
Costi altissimi, sia in termini economici sia in termini di sicurezza e di immagine delle nostre città, e dunque dell’Italia intera.
Napoli, Genova, Milano, Roma, Torino, solo per citare alcuni esempi.
“Una cicatrice che si estende da Nord a Sud” scrivono Chiocci e Di Meo.
Una cicatrice che deriva da una ferita inferta a tutta Italia ma che ognuno deve curarsi a casa sua, purtroppo.
Eppure le cicatrici, queste oscene cicatrici, rimangono sulla pelle di ciascuno di noi, non solo dei milanesi, torinesi o genovesi, e anche se facciamo finta che non ci siano, queste restano.
Quanto dovremo essere deturpati prima di dire basta?
Prima di capire che questi non sono “facinorosi estremisti”, che non sono la generazione che combatte per preservare l’ambiente ( i no tav), o il piccolo commercio ( i no G8), o il diritto al futuro (gli Indignados Blackisti), ma veri criminali che seminano odio e terrore?
Quanto ci vorrà prima di far passare il messaggio che non basta processarne dodici su cento, duecento, cinquecento?
Quanto dovrà passare prima di far capire che non basta dichiarare il proprio sdegno nelle prime 24 ore al bar sotto casa così come in tv se poi si butta tutto nel dimenticatoio?

La sete di vendetta, ci insegnano, non è mai cosa buona.
Ma la fame di giustizia sì.
E prima di saziarla, dobbiamo sentirla come priorità.
Aspetto fiduciosa che l’Italia intera, e non solo Roma, senta questa fame.

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Il Nobel della discordia

“Il Nobel per la pace potrebbe essere considerato discriminatorio”.

Ci mancava solo questa.

Stamattina quando ho letto questa frase su un noto quotidiano italiano, pensavo di aver letto male.

Quindi l’ho riletto.

Ma, ancora perplessa, mi sono ripromessa di rimandare a un approfondimento pomeridiano dopo i vari impegni della giornata, perchè convinta di non aver bene inteso, anzi, di aver frainteso quanto scritto.

Una volta tornata a casa, con calma e armata di pazienza, mi sono dedicata all’analisi logica e grammaticale dell’articolo in questione, sperando così di poter afferrare il perchè un Nobel dovesse essere considerato discriminatorio.

Ma soprattutto perchè dovesse venire in mente a qualcuno di pensarlo. E di scriverlo.

Le motivazioni, sostanzialmente, si rifanno al fatto che, per la prima volta, un Nobel sia stato concesso a tre donne simultaneamente.  Tutte e tre impegnate sul fronte della battaglia per i diritti civili del proprio paese.

Ebbene, la domanda di base è perchè a tre donne e non per esempio a un uomo e due donne. O a due uomini e una donna?

E a questo punto mi sorge automaticamente il dubbio: e se fosse stato dato a tre uomini, allora? Ci sarebbe stato lo stesso scrupolo di discriminazione? Non mi pare, visto che è successo in svariate occasioni che un Nobel per la Scienza venisse consegnato a un’équipe costituita da soli maschietti.

Come si fa, di fronte a un premio che riconosce (RICONOSCE!!!) il merito, l’impegno, il coraggio e la dedizione di Ellen Johnson Sirleaf, Leymah Gbowee e di Tawakkul Karman, tre donne che si sono battute per la libertà e la democrazia del proprio paese di origine (Liberia e Yemen), a sollevare il dubbio che questo derivi da una scelta di genere, anzi per dirla meglio e per essere politically uncorrect, di sesso?

Ho veramente i brividi solo a pensare che qualcuno possa davvero sostenere che questo Nobel segua la scia dell’ormai diffuso quanto ipocrita meccanismo dell’esaltazione della donna solo in quanto tale.

E, sinceramente, anche se questo importante (obsoleto, direbbe qualcuno) riconoscimento avesse voluto rispondere a una sempre più insistente battaglia per la parità uomo-donna, non ci troverei assolutamente nulla di male: alla fine, queste tre meravigliose donne rappresentano il vero cambiamento. Rappresentano il merito. Rappresentano il coraggio. Rappresentano tutte coloro che, nel loro piccolo e nella quotidianità, apportano silenziosamente il proprio contributo per migliorare la società.

Rappresentano, infine, tutte quelle donne che, in passato, il Nobel se lo meritavano ma che per motivi di vera discriminazione sessista, non l’hanno mai ricevuto.

Piantiamola, dunque, di vedere il marcio dove proprio non c’è.

Piantiamola con la strategia dell’insinuazione e del dubbio.

Piantiamola di porre sempre e comunque la battaglia dei sessi al centro di ogni questione.

La vera battaglia è un’altra.

E queste tre persone ce l’hanno dimostrato. Anche se sono solo donne.


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