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Martone ha ragione. Ma fa figo dire il contrario.

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In tempi in cui la ricerca del consenso, dell’acclamazione, del retweet é fondamentale al punto da diventare quasi indispensabile per sentirsi “qualcuno”, io vado contro corrente.
E decido di dire, come ho sempre fatto d’altronde, quello che realmente penso.

Martone ha ragione.

E, con un linguaggio diretto, spregiudicato e poco politically correct, ha condensato in un’unica parola un concetto sacrosanto.
“Se a 28 anni non lavori e non sei laureato sei uno sfigato”.

Ma sfigato nel vero senso del termine.
Perché se a 28-30 anni non hai ancora raggiunto la laurea, e non hai impegni lavorativi che, ovviamente, ti distolgono dai tuoi doveri da studente, allora l’unica spiegazione é che tu abbia avuto dei problemi di altro genere, ad esempio familiari o di salute.
In gergo ggggiovane, quindi, sei stato sfigato perché hai avuto delle “sfighe”.

E, nota bene, questa non é una giustificazione o una tesi difensiva del giovane ricciolone viceministro.
Al contrario.
É solo il preliminare a quello che avrebbe dovuto aggiungere.
Perché se a 28 anni non sei laureato, non sei lavoratore (o appena uscito dal mercato del lavoro, vista la crisi, ma questa é una delle cause che infilo nella seguente voce “sfiga- da leggersi come problemi di altra natura”) e non hai avuto altri problemi personali, allora non sei sfigato.
Sei solo un fannullone.

E sia chiaro. Questo potrebbe anche essere un diritto.
Ognuno può e deve vivere la propria vita secondo la propria volontà e secondo il proprio senso del dovere.. e anche la propria dignità.

Ma allora, per favore, chiunque voglia esercitare questo diritto, almeno abbia la decenza di non offendersi se qualcuno non lo eleva a modello per le nuove generazioni, o per i coetanei.

Per favore piantiamola con questo buonismo che fa carne di porco dei talenti a favore della strenua difesa di coloro che decidono, consapevolmente, di sprecare la propria intelligenza e il proprio tempo.

E ora linciatemi perché, personalmente, credo sia più giusto se non doveroso per un Governo spronare i ragazzi a fare sempre più e meglio rispetto al passato.
Linciatemi perché credo che sia giusto sostenere il talento.
Linciatemi perché al buonismo qualunquista, preferisco la sacrosanta, seppur dura, verità.

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Metti un lunedì di fine gennaio…

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Un lunedì importante.
O meglio, oggi é un lunedì che segue a un week end importante.
In primis perché il dibattito a livello nazionale si é concentrato sui contenuti del decreto Monti, quel famoso “Cresci, Italia” tanto atteso.

Come già detto, Catricalà aveva promesso che il 20 gennaio il Governo avrebbe presentato i contenuti del decreto e, infatti, così é stato.
Importante, dunque, perché, finalmente, dopo settimane di scioperi, di vesti stracciate, di minacce e quant’altro, finalmente tassisti, farmacisti e altri professionisti hanno qualcosa di concreto su cui basare la propria protesta, abbandonando di fatto la contestazione preventiva e a prescindere che ha dominato la piazza mediatica (ma non solo, vedi il Circo Massimo di Roma) dei giorni scorsi.
Con qualcosa di scritto, potranno capire se questo decreto ha realmente contenuti così punitivi sul fronte liberalizzazione e, quindi, scioperare di conseguenza.

Il secondo punto, a mio avviso importante, é dato dai due partiti che in questo week end hanno dato prova che la politica (propriamente intesa) non é del tutto sparita, anche in un frangente in cui la tecnocrazia sembra aver preso il sopravvento.
Parlo di politica territoriale, come quella “animata” dal PD attraverso le primarie che si sono svolte a Monza, e di politica glocale (globale ma anche fortemente locale), attivata dalla Lega Nord che ha dato vita a una manifestazione antiMonti a Milano in piazza Duomo.
Due momenti politici diversi, che al di là dell’aver incidentalmente avuto luogo nella stessa giornata -domenica 22 gennaio- hanno ben altro in comune.
Senza dubbio, la volontà di “contarsi“, cioè di comprendere la forza quantitativa dei propri “militanti” e afecionados, nonostante le temperature di questi giorni non siano proprio ideali per invogliare la gente a uscire di casa.
Un secondo elemento, é la voglia di “marcare” il territorio, cioè di farsi vedere attivi dal proprio elettorato: una sorta di dimostrazione che il partito non si é addormentato sugli scranni di Montecitorio, non si é preso una pausa e nemmeno si é concesso il lusso di una parentesi sonnacchiosa in cui delegare ad altri la gestione del potere.
In questo senso, credo che la vivacizzazione delle piazze sia stato un bene, per far comprendere come il tecnogoverno non sia realmente riuscito a esautorare del tutto la politica dal suo ruolo.

Evitando di entrare nei contenuti dei due eventi, mi limito a sottolineare come questo primo week end politico del 2012 sia stato, sostanzialmente, importante.

O meglio importante se inteso in termini preliminari, come un qualcosa che possa inaugurare una nuova stagione politica di confronto, di attivismo e di presenza.

Ma soprattutto, importante se da momenti come questi si riuscirà nell’arduissimo compito di far riavvicinare le persone alla politica, farle tornare a credere in qualcosa e soprattutto a riaccendere la voglia di partecipare.

Per far questo, credo che servirà ben più di una manifestazione di piazza.
Per il momento, però, teniamoci stretto questo bell’inizio.


Liberalizzare: un dovere per pochi, non per tutto.

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Ancora dieci giorni.

Solo dieci e l’Italia cambierà volto.

Come?

Grazie alle imponenti misure di liberalizzazione studiate dal tecnogoverno targato Monti.

E allora non ci sarà scampo, sembra promettere Antonio Catricalà, sottosegretario alla presidenza del consiglio.

Ma scampo per chi?

Ad oggi sembra che a tremare debbano essere farmacisti, taxisti e notai, ossia lavoratori estratti (oserei dire) a sorte per essere sacrificati sull’altare delle liberalizzazioni.

Ma siamo davvero certi che il risanamento dei conti dello Stato passi attraverso questa strana (a mio dire) decisione che, oggettivamente, poco ha a che fare con le priorità cui questo governo é stato legittimato a operare?

O meglio, siamo certi che sotto il capitolo liberalizzazioni l’Italia intera aspettasse di trovarsi questa proposta?

O forse si auspicava a una vera svolta a favore della liberalizzazione dei servizi pubblici, quei servizi oggi sostenuti dalle pubbliche amministrazioni a suon di carrozzoni, utili esclusivamente a stipendiare amici, parenti e “trombati” vari della politica e a creare buchi di bilancio da far impallidire quello dell’ozono.

Personalmente, come sostengo da troppo tempo ormai, speravo che un governo tecnico, libero da lacci e lacciuoli populisti, potesse davvero mettere mano al settore dei servizi pubblici, eliminando quelle società pubbliche o partecipate che ogni anno costano allo stato ( o agli enti locali, ma alla fine é sempre lo stesso cittadino che paga) senza, però, offrire reali servizi di qualità ed efficienza.

É evidente, purtroppo, che il canto della sirena ha ammaliato anche il tecnogoverno che, ogni giorno sempre di più, si sta mostrando molto attento all’immagine e troppo poco orientato a rispondere alle vere richieste del nostro paese.

In attesa di giorni migliori, o quanto meno di vedere quel che realmente succederà nel nostro Paese quando il decreto sarà legge, pubblico, nuovamente e a uso e consumo degli ottimisti come me, parte del testo che ha dato vita all’Ordine del Giorno presentato e accolto lo scorso 16 dicembre dal Governo Monti (ma se lo ricorderà?) in materia di liberalizzazioni dei servizi pubblici locali.

LIBERALIZZAZIONI DI MUNICIPALIZZATE ED ENTI PARTECIPATI

Nonostante siano diversi anni che i Governi (di ogni colore e schieramento) tentino di normare un effettivo processo che porti a una vera e propria liberalizzazione dei servizi locali, oggi, questo rappresenta ancora un obiettivo da raggiungere.

Già nel 1997 Napolitano e Vigneri firmarono un primo progetto in merito, poi fu il turno di Lanzillotta e infine arrivò il decreto Ronchi-Fitto.

Indipendentemente dagli sforzi fatti finora, é doveroso sottolineare come qualsiasi tentativo di riforma sia sempre stato ostacolato al fine di tutelare uno status quo che, nella stragrande maggioranza dei casi, non solo non garantisce la qualità dei servizi, ma soprattutto comporta un dispendio di risorse pubbliche che oggi potrebbero e dovrebbero essere meglio investite.

Proprio attraverso il decreto Ronchi- Fitto ci fu un primo vero tentativo di concepire un’inversione di marcia sul fronte dei servizi pubblici, attuando le direttive comunitarie in materia di concorrenza che impongono per tutti i servizi di interesse economico generale l’affidamento attraverso procedura concorsuale e limitando ad alcuni servizi specifici e ben identificati la possibilità di affidamento diretto o la gestione in house.

Obblighi comunitari, appunto, ai quali però si é parzialmente opposto il popolo italiano (influenzato da una campagna mediatica oscurantista e demagogica) che, bocciando la normativa sull’acqua attraverso il referendum abrogativo dello scorso giugno, ha offerto una formidabile sponda alle spinte conservatrici, imponendo una battuta d’arresto al processo di liberalizzazione in genere e dando il via ad un’inversione di tendenza in senso statalista.

Al di là di qualsiasi ideologia di base, é fuor di dubbio che oggi il nostro Paese si trovi a dover affrontare con serietà la questione: la gestione dei rifiuti, delle reti idriche ed energetiche e i sistemi di trasporto locale in particolare, ma anche i servizi culturali e assistenziali, devono oggi essere concepiti dagli enti pubblici in una nuova logica, rispondendo ai principi di trasparenza, efficienza, economicità e qualità.

Allo stesso tempo é indispensabile ribaltare la logica che fino ad oggi ha dominato lo scenario dei servizi, in base alla quale lo sviluppo di infrastrutture essenziali (come quelle dei trasporti o dei rifiuti) esclusivamente attraverso il ricorso a capitali pubblici.

SERVIZI PUBBLICI LOCALI (TRE) PROPOSTE CONCRETE

-Studio ed introduzione di misure in grado di disincentivare la gestione diretta (in house) di servizi pubblici, incentivando l’ingresso di privati tramite gara: una tendenza che, oltre a mostrarsi in sintonia con i dettami europei, inciderebbe in modo significativo sul miglioramento di efficienza ed economicità, oltre a garantire un risparmio di risorse per l’ente pubblico.

Introduzione dell’obbligo di dismissione da parte del Comune (o dei Comuni) delle quote di partecipazione delle società miste o pubbliche che presentano perdite di bilancio per più di due esercizi consecutivi (sono ipotizzabili limitatissime eccezioni legate all’erogazione di taluni servizi fondamentali, in un’ottica redistributiva, ma deve comunque essere spiegato prima e chiaramente – già a livello di voci di bilancio – come si intendono coprire le perdite, in modo che i cittadini sappiano cosa serve a coprire cosa).

Obbligatorietà della parametrazione dei costi dei servizi erogati dall’ente pubblico (o da società partecipate) ai costi standard misurati su corrispettivi servizi erogati da impresa privata.


Monti non vuole lacrime. Quindi piangiamo di nascosto.

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Chi mi conosce personalmente, ma anche chi ha imparato a conoscermi attraverso questo blog o semplicemente leggendomi su Twitter o Facebook, sa quante perplessità ho espresso sulla manovra economica voluta dal presidente Monti.
Perplessità come vice coordinatore nazionale di Giovane Italia ed eletta del PdL, abituata da sempre ad avere gran rispetto per il partito che rappresento ma al contempo abituata a ragionare con la mia testa.
Perplessità come presidente dei giovani amministratori lombardi, che di fronte a un già massacrante patto di stabilità vede il ritorno dell’Ici sulla prima casa senza che i relativi introiti possano in qualche modo dare “aria”ai comuni, o senza comunque vedere un minimo accenno alla tanto richiesta differenziazione tra amministrazioni virtuose e spendaccione.
Perplessità come singola cittadina e prima di tutto come figlia, abituata a seguire l’esempio dei propri genitori che hanno fatto della famiglia e del lavoro due valori fondamentali della propria vita.
Come giovane libera professionista e anche come rappresentante dei giovani, di quei giovani che, ancora una volta, non alzano la voce, non incendiano le città, ma che studiano, lavorano, si rimboccano le maniche e che guardano al proprio futuro con una diffidenza che nessun ragazzo della nostra età dovrebbe avere.
Perplessità perché ci aspettavamo tante cose, insieme ai sacrifici dei quali comunque eravamo “quasi” consapevoli: interventi a favore del lavoro giovane, con un nuovo regime di sgravi fiscali per le aziende che assumono, per quelle che investono in ricerca o in nuove tecnologie, o possibilità di interventi sull’accesso a linee di credito per la nuova impresa o per l’autonomia abitativa, ad esempio.
Eppure niente di questo é stato pensato.
Ma la cosa più assurda e da cui deriva la mia più vera perplessità é nel vedere che questa riforma, rigorosa e doverosa, non abbia tenuto realmente conto di quanto davvero richiesto dai cittadini: la lotta agli sprechi.
Perché se é vero che questa é una manovra da 30 miliardi di euro, personalmente mi sarebbe piaciuto vedere una composizione diametralmente opposta, data cioè da 18 miliardi di tagli ai costi inutili e “solo” per 12 di nuovi ( o incrementati) balzelli.
In realtà, il conto che ci viene oggi presentato é grave non solo in virtù dei sacrifici richiesti a tutti gli italiani, ma perché ancora una volta, anziché cercare di rammendare il buco, lo si copre con una bella pezza nuova, dove la “pezza nuova” fa rima con Imu, rivalutazione degli estimi catastali, aumento dell’addizionale regionale IRPEF e, dulcis in fundo, blocco della indicizzazione delle pensioni.
Questi sacrifici che come al solito gli italiani, dopo aver criticato e dopo essersi stracciati le vesti, accetteranno, avrebbero dal mio punto di vista un sapore diverso se avessimo realmente assistito a una chiara volontà di abbattere sprechi, privilegi e caste.
Ma questo segnale é mancato.
Mi si obietterà che una manovra finanziaria poco avrebbe a che fare con una proposta di riduzione del numero dei parlamentari, ad esempio, che tra l’altro necessiterebbe di un intervento in materia costituzionale.
Ma, vista la sagacia con cui, pur senza toccare l’immacolata Costituzione, il governo Monti é riuscito di fatto a svuotare le Province, immagino che, se avessero voluto, sarebbero riusciti a inventarsi qualcosa.
Magari niente di straordinario, magari anche semplicemente una revisione dei tanti piccoli (ma onerosi) privilegi che comunque costano allo Stato e che fanno tanta gola ai nostri onorevoli.
Ma sarebbe bastato poco, davvero pochissimo.
O perché no, anche solo una semplice svolta sul tema delle pensioni d’oro o sulle baby pensioni.
O, ancora, un’accelerazione in tema di dismissione del patrimonio dello Stato o degli enti locali, o, ancor meglio, di liberalizzazioni delle municipalizzate.

Ma ancora una volta, niente da fare.
Il rapporto, anche per il governo più tecnico del mondo, deve essere sempre a favore della spesa storicizzata, e quindi in favore di clientelismi e sprechi, e mai a favore di una razionalizzazione delle uscite.
Il rapporto quindi, 18 di tasse e 12 di tagli, resta ancora una volta a discapito del cittadino.

Monti ci aveva chiesto di non parlare di di lacrime e sangue.
Eppure le lacrime la Fornero ce le ha messe lo stesso.
Ora ci dicono che é tempo di semina.
Speriamo solo che tra non molto non ci sia chi ci razzia il raccolto.

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Il comunismo non c’é più. Però lo spettro della patrimoniale gli sopravvive

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Un no deciso alla patrimoniale

Pubblico, a uso e consumo degli appassionati di tasse e balzelli, ma anche di coloro che comunque nei prossimi mesi saranno (volente o nolente) interessati dalle misure anti-crisi del governo Monti, una veloce carrellata (tratta da il Mattinale di oggi) che spiega per quale motivo il PdL non potrà mai appoggiare un decreto contenete la tassa più iniqua fra le inique, ossia la patrimoniale.
Già il nome mi rievoca cose dal gusto antico e anche un po’ stantie.
Una sorta di madeleine scaduta che anziché portarmi alla proustiana “recherche du temps perdu”, mi fa dire “ce la siamo scampata bella già allora, vediamo di non ricascarci”.

Philip Kotler, guru del marketing e della comunicazione, diceva che “il mass marketing é morto. Ma la puzza di cadavere ci perseguiterà ancora a lungo“. Mai metafora fu più geniale perché perfettamente replicabile per spiegare come certe idee ( anche, anzi soprattutto quelle malsane) nostro malgrado sopravvivano nonostante l’evoluzione dei tempi e dei contesti storici.
Allo stesso modo succede in politica.
Nonostante, infatti, il buon Fausto Bertinotti non si veda più in giro da qualche tempo, da qualche parte dell’emiciclo politico continua a risuonare incessantemente la richiesta di introduzione della tassa sui patrimoni come unica arma letale per sconfiggere il mostro della recessione.
Oltre al “Masiampassi?” Crozza-bersaniano che mi esce dal cuore, il vero commento a questa proposta é contenuto nella sottostante lista dei no che, spero in modo chiaro e immediato, farà capire a molti il perché la patrimoniale non é la risposta ai problemi dell’Italia.
E se é vero che questo Governo é stato formato per rispondere alla crisi, allora é anche vero che questo dovrà attenersi al “vincolo di mandato” conferitogli dal Parlamento in rappresentanza del Paese.
L’alternativa, in questo caso non esiste.

Tutti i perché del no alla patrimoniale.

Alla vigilia della manovra da 20 miliardi che Monti si appresta a presentare, questo è un tema cruciale, che vale la pena approfondire

• Prima di tutto colpisce beni già tassati. Si tratta quindi di tassare due volte, cosa in teoria vietata dalla Costituzione.

Deprime le crescita e non ha effetti strutturali, generando una riduzione solo temporanea del debito pubblico.

• Come ha sottolineato Berlusconi, deprime il valore dei beni immobili.

• Genera effetti negativi sulla quotazione dei titoli e sui tassi di interesse.

Blocca gli investimenti e i consumi riducendo la liquidità disponibile e alimentando la fuga di capitali all’estero.

• Negli ultimi decenni si è ricorsi troppo spesso a misure una tantum che non hanno avuto alcun effetto positivo sul rapporto tra debito e pil. La patrimoniale sarebbe una di queste.

• Sarebbe un provvedimento anti-crescita perché diffonderebbe la falsa impressione che le riforme non sono poi tanto urgenti.

• E’ assurdo che si proponga un’imposta sul patrimonio intesa come imposta sui ricchi, perché in realtà, a causa dell’attuale carenza di sistemi di accertamento, il reddito dei ricchi derivante dai patrimoni è in larga parte sconosciuto.

• Un ulteriore prelievo sul risparmio scalfirebbe ancora di più il patto sociale tra cittadino risparmiatore e istituzioni, aumentando evasione ed elusione fiscale.

• La patrimoniale colpisce chi ha risparmiato e salva chi ha scialacquato: tra due famiglie con lo stesso reddito percepito per 30 anni quella che ha acquistato auto, gioielli e beni di ogni genere, spendendo tutto quello che guadagnava ora si troverà esentata da questo balzello, mentre quella che ha invece accumulato per acquistare degli immobili ora viene colpita dalla tassa, come se fosse una specie di punizione a chi ha osato risparmiare invece di consumare.

Non è un caso se né la Commissione europea, né la Bce né il Fondo monetario, nei loro diversi interventi non hanno mai chiesto all’Italia l’introduzione di un’imposta patrimoniale.

Il neogovernatore di Bankitalia Visco ha detto che la patrimoniale “ha un significato più politico che di gettito. In Francia infatti il gettito si è addirittura ridotto. E’ dunque una misura che non risolve i problemi di bilancio”. E Luigi Einaudi scrisse: “Nei Paesi dove le imposte sono davvero democratiche non si parla mai di imposte straordinarie patrimoniali”.


La straordinaria inutilità dei Governi di ammucchiata

A tutti quelli che…
Aspirano a sostituire con giochini di palazzo le scelte dell’elettorato, facendone dunque carne da macello.
A tutti quelli che…
Pensano che il ribaltone sia l’unico strumento per vere riforme strutturali.
A tutti quelli che…
Credono che minare l’attuale maggioranza di Governo, rendendolo instabile così come instabile è il paese intero, sia la risposta a tutti i nostri problemi.
A tutti quelli che…
Oggi antepongono il proprio interesse personale e politico all’interesse dell’Italia.

A tutti questi dedico questa riflessione, “rubata” a “Il Mattinale” di oggi.
Una riflessione semplice, una cronistoria di quanto siano inutili e costosi i cosiddetti Governi di larghe intese… Altrimenti pensati come Governi di ammucchiata.

Governo tecnico? Fallimentare, ecco i precedenti

La Prima Repubblica, che aveva molti difetti ma anche qualche pregio, governi tecnici non li ha mai voluti. Li considerava un esproprio della politica, l’unico mezzo attraverso il quale si esprimeva allora la volontà popolare.

Il primo governo tecnico si costituì infatti nel 1992 dopo il crollo della Dc e del Pci, sotto l’incalzare delle inchieste giudiziarie e delle stragi di mafia. E soprattutto nel pieno della crisi economica che investì la lira. La politica impotente consegnò al “dottor sottile” le chiavi di casa.

Amato non si fece pregare. Nel luglio ‘92 attuò il famigerato prelievo notturno del 6 per mille sui conti correnti; e poi un secondo prelievo del 3 per mille sul valore catastale rivalutato degli immobili e delle aree fabbricabili. Se la prima operazione fu una tantum, la seconda, chiamata Isi (Imposta straordinaria sugli immobili), si tramutò nell’Ici e divenne un balzello stabile, che solo il centrodestra ha prima ridotto e poi abolito.

Ma non solo. Il governo Amato, in carica dal giugno ‘92 all’aprile ‘93, non riuscì neppure ad utilizzare al meglio quei soldi rapinati ai cittadini: a settembre la lira subì una pesante svalutazione, nonostante il tentativo di contrastarla della Banca d’Italia (dove era governatore Carlo Azeglio Ciampi) che sacrificò 70 mila miliardi di riserve valutarie.

Qualcuno ricorda i ministri di Amato? Alla Giustizia si alternarono Claudio Martelli e Giovanni Conso: quest’ultimo ha recentemente ammesso di avere trattato con i boss di Cosa Nostra. Le porte girevoli ai ministeri furono una costante, con Amato costretto a prendere e lasciare numerosi interim. Agli Esteri se ne alternarono tre in un mese (Scotti, Amato e Colombo); al Bilancio due (Reviglio e Andreatta); alle Finanze tre (Goria, Reviglio e Amato); all’Agricoltura due (Fontana e Diana), come alla Sanità (De Lorenzo e Costa) e all’Ambiente (Ripa di Meana e Spini). Insomma: dopo aver imposto sacrifici ai cittadini il governo tecnico di Amato fece il record di poltrone e lasciò tutti i problemi intatti.

Dopo Amato venne Ciampi, per 377 giorni. Vincenzo Visco, alle Finanze, si alternò con Gallo; Paolo Savona, all’Industria, con Paolo Baratta. Rutelli, all’Ambiente, con Valdo Spini. Luigi Berlinguer, all’Università, con Umberto Colombo. All’Istruzione andò l’indimenticabile Rosa Iervolino, che tanto bene avrebbe fatto come sindaco di Napoli. Mentre Ciampi tentava di incollare i cocci, il Pds erede del Pci si scaldava per le elezioni, sicurissimo di vincerle. Sennonché arrivò Silvio Berlusconi…

Il terzo governo tecnico fu quello di Lamberto Dini. Nato dal ribaltone, ebbe l’incarico di fare la riforma delle pensioni. Che portò a termine, in versione blanda, dopo che quella molto più incisiva tentata da Berlusconi fu abbattuta dalla sinistra e dalla Cgil. Dini, ex ministro di Berlusconi, fu compensato dall’Ulivo come ministro del Tesoro. È un uomo competente, che la sinistra non ha mai considerato proprio (ed infatti è tornato nel Pdl). Ma non si può dire che abbia risolto i problemi economici dell’Italia.

Romano Prodi gli succedette nel ‘96, con un governo politico. Portò l’Italia nell’euro, cercando fino all’ultimo di ritardare l’ingresso e alla fine ottenendo dalla Germania un prezzo-capestro. Del quale stiamo ancora pagando le conseguenze. Dimenticavamo: Amato e Ciampi presero l’Italia con un debito pubblico al 105% e lo lasciarono al 121. Dini lo “ridusse” dal 121,5 al 120,9.

Tratto da “il Mattinale” del 7 novembre 2011


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